Archive for maggio, 2004


Live from pubblica (again). Ma stavolta thanks to my Siemens Amilo A (computer portatile).
Altro turno. E stavolta con seria incazzatura per quanto sono stupidi gli infermieri che se ne stanno dall’altra parte di quel cazzo di telefono, quando fai il 118.
Paziente anziano, di età non specificata, ma sicuramente tra i novanta e i cento. Diabetico. Respira molto superficialmente, la saturazione di ossigeno nel sangue è appena sopra la soglia minima, la pressione sistolica è 85 mmHg, ben sotto il livello d’allarme. Non è cosciente, ha lo sguardo fisso nel vuoto, non si muove, non reagisce agli stimoli.
Il mio autista chiama il 118 per farsi mandare l’automedica: il paziente è molto grave, diamo un codice 3 (il più alto nella scala dei valori; il codice 4 significa “paziente deceduto”. Per un veloce ripasso di come funzionano queste cose, vi rimando a questo post precedente). Se non che, il simpaticone che sta dall’altra parte del cavo (anzi, dell’antenna, visto che usavamo un cellulare) ci ha detto parole testuali: “no, so già com’è la situazione, non ti mando l’automedica, dammi un codice 2”. A parte il fatto che lui non si può permettere di obbligarmi a dare un codice diverso da quello che io ho valutato, visto che il paziente ce l’ho davanti io, non lui; e poi comunque quest’idea troppo diffusa che le persone molto anziane non meritino tante attenzioni perché tanto son destinate a morir presto, mi disgusta alquanto. Se fosse stato suo padre, o suo nonno?
Alla fine abbiamo dato un codice 2 avanzato, ma la mia scheda di valutazione del paziente è compilata con tutti i requisiti per dare un codice 3. E poi, quando siamo arrivati in Pronto Soccorso, l’infermiera del triage ci è venuta incontro fuori dall’edificio (cosa che solitamente non fa) chiedendoci perché avevamo dato solo un codice 2. Cosa avreste risposto, voi?
Io non conoscevo quell’uomo, ma mi ha fatto una pena infinita. E mi ha fatto veramente arrabbiare il comportamento di quell’altro uomo che, in teoria, dovrebbe esser lì per salvare delle vite, o per aiutare altri uomini a farlo.
Non so chi fosse, quell’operatore, e non so cosa l’abbia spinto a comportarsi così. C’è da dire che comunque, di solito, i suoi colleghi sono quasi tutti molto più in gamba, rispettosi del lavoro di noi volontari, e sempre pronti a cercare di fare il possibile per agevolarci il compito. E a tutti loro va un sincero ringraziamento per il lavoro che svolgono quotidianamente. A quell’altro, invece, solo un augurio che possa rinsavire alla svelta, oppure trovarsi un mestiere che gli si confaccia maggiormente.

Live from pubblica (thanks to my Nokia 3650, aka barattolone)
Oggi quarto turno in pubblica in una settimana. Doveva essere una cosa di un paio d’ore, per sostituire un collega ad un servizio sportivo, e invece son qua dalle tre, e ancora non ne intravvedo la fine.
Le gare di autocross sono una pizza mortale. Tanti deficienti automuniti – anzi, jeepmuniti – e anche un po’ scimmuniti che tentano di ribaltarsi su una pista sterrata e polverosa. Very very exciting.
E in effetti un paio di loro si son ribaltati davvero, ma con scarsi danni per le loro già poco sviluppate cervici… Son tutti usciti da soli, e da come smadonnavano direi che stavano meglio di me.
Il bello è che uno dei giudici di gara ci ha chiesto se era possibile trovare un modo per fermare gli autisti ubriachi che volevano prendere parte alla gara. Gli abbiamo risposto che le nostre ambulanze non sono provviste di etilometro e che, comunque, ubriachi o meno, il loro Q. I. non sarebbe variato in modo troppo significativo.
Devo ammettere che però qui l’organizzazione ci sta trattando piuttosto bene: torta fritta e salume gratis, e bibite a volontà. E, a quanto pare, tra non molto ci offriranno anche la cena…
In questo preciso istante si stanno svolgendo le premiazioni della gara. Su ogni coppa è stato posato un salame. Certo che premiare gli autisti dando ad ognuno una magnifica statuetta che li ritrae è un onore notevole…
Ora stacco perché mi sto rovinando le dita a forza di digitare sulla tastiera rotonda del mio mitico Nokiondo…
Qui la Collecchio 6 dall’autocross di Felino. Per il momento è tutto. A voi studio, e alla prossima!

Meno male che non devo parlare, ma solo scrivere: non ho più voce, dopo il concerto dei Nomadi di ieri sera. E non solum perché ho cantato a squarciagola, sed etiam magisque perché ho preso un freddo dell’ostia.
Ah, i Nomadi! Non son proprio più quelli di una volta. Quando c’era ancora Augusto, era tutta un’altra cosa. Più carisma, più magia. Ora le nuove canzoni non sono quasi mai impegnate, e la voce del nuovo cantante, Danilo, non ha nulla a che fare con quella del suo mitico predecessore.
Le canzoni più belle, e le più cantate dal pubblico, a parte Io voglio vivere e Ti lascio una parola, sono tutte quelle della vecchia guardia, dei tempi della collaborazione con Guccini (Auschwitz, Dio è morto, Ophelia, Canzone per un’amica, Il vecchio e il bambino) e alcuni successi intramontabili come Il paese delle favole, Ricordati di Cico, Gli aironi neri, Un pugno di sabbia, Un giorno insieme, Il fiore nero, Un uomo come noi. Poi La settima onda, altre canzoni che non conoscevo, e un lungo brano strumentale per esaltare le indubbie qualità di un violinista con palle e contropalle, ma di dubbia efficacia (troppo lungo, e abbastanza noioso).
Il bilancio della serata è sicuramente positivo – e se avessi avuto con me il pesante giaccone della divisa, lo sarebbe stato ancora di più – ma resta l’amarezza di sapere che le emozioni di Augusto non ce le ridarà più nessuno.

Oggi, distrattamente ho dato un’occhiata alle statistiche su shinystat. Nulla di particolarmente eccitante. Ho il mio modesto afflusso di visitatori, e mi ritengo soddisfatto. Poi decido di studiarmi le chiavi di ricerca che sono state utilizzate per giungere al mio blog.
Qui casca l’asino.
Qualcuno mi ha trovato digitando su Virgilio “ingegneria fuoco”. Ma passi per il piromane ingegneristico. Quello che mi preoccupa di più è un’altra cosa.
Qualcuno – non voglio sapere chi – ha cercato su Virgilio “bilo nerchia”.
Ho provato anch’io, e a quanto pare l’unico risultato sembra essere il mio blog. Ma stiano tranquilli i più maliziosi: le due parole provengono da due contesti molto diversi. Non ho mai parlato della nerchia di quel caro ragazzo su questo blog, ci tengo a precisarlo.
Certo che su Internet c’è gente che proprio non sa cosa fare, eh?

Un altro film ispirerà questo mio post.
Si tratta di The deamers di Bertolucci.
Film per certi versi sconvolgente, per altri illuminante, ma mai noioso, sempre interessante e coinvolgente.
Molti hanno detto che si tratta di un film sul Sessantotto. Trovo che non sia affatto così. Gli avvenimenti del Sessantotto francese, i cortei, le manifestazioni, le lotte rimangono sempre assolutamente estranei dalla vita dei tre protagonisti, che vivono in una casa senza TV, senza giornali e senza contatti col resto del mondo. Giungono solo vaghe notizie di quello che succede nel mondo, ma sono notizie che non coinvolgono i nostri tre. Solo alla fine, come all’inizio, vediamo una scena di rivolta, un corteo in piazza che finisce con una carica della polizia, ma è anche quello un periodo tragico, in cui si capisce che i due gemelli commettono un errore, fanno la scelta sbagliata, e il trio si scioglie, inevitabilmente.
Si tratta, a mio avviso, di un film molto profondo, in cui la ricerca psicologica prevale su quella sociale, ed è più importante analizzare la mente di tre adolescenti piuttosto “particolari”, piuttosto che i fatti storici che fanno da cornice alla vicenda.
Tuttavia questa ricerca è impostata con naturalezza e scioltezza, senza mai appesantire la narrazione, senza mai far addormentare lo spettatore. Il film è ricco di colpi di scena, di evidenze che si rivelano solo apparenze, di mutamenti di prospettiva e di modo di pensare.
Un capolavoro, ne sono certo.

Ma che tristezza! Sono io stesso il mio 3000esimo visitatore! Bah!


Ieri sera ne ho guardato un altro, di film. Mi sono sistemato a letto col portatile sulle ginocchia: ero veramente stravolto. E mi sono detto: perché non provare “Codice Swordfish”, che sembra bello?
Peccato che non mi sia piaciuto poi molto. Voglio dire, la realizzazione tecnica è buona, ok, e anche gli attori recitano molto bene. Ineccepibile. Però – sì, c’è un però! – disapprovo in toto l’idea di fondo che il “cattivo” che ha ucciso alcuni ostaggi e un numero sufficientemente alto di poliziotti risulti quasi un “buono”, come se fosse giusto andare in giro per il mondo ad ammazzar gente. Che poi le sue vittime siano terroristi è un altro discorso, ma non cambia il succo. Nessuno tocchi Caino. Nessuno ha il diritto di decidere della vita o della morte del prossimo.


Molti tra i vivi meritano la morte. E parecchi che sono morti avrebbero meritato la vita. Sei forse tu in grado di dargliela? E allora non essere troppo generoso nel distribuire la morte nei tuoi giudizi: sappi che nemmeno i più saggi possono vedere tutte le conseguenze.
(J. R. R. Tolkien – Il Signore degli Anelli)

Ho appena finito di guardare uno dei film più belli tra quelli visti di recente: John Q.
E’ la storia di un padre (Denzel Washington, uno dei miei attori preferiti) che rapisce mezzo ospedale per convincere la dirigenza dello stesso a inserire suo figlio nella lista dei pazienti in attesa di trapianto, malgrado non abbia i soldi per permettersi un’operazione così costosa.
La denuncia del sistema, che ti salva solo se hai l’assicurazione per permettertelo, è diretta e ben argomentata, e le interpretazioni dei vari attori sono all’altezza della situazione. Denzel Washington, come ho già detto, è uno dei miei idoli indiscussi. Bello e bravo. Altro che mezze seghe come Leonardo di Caprio (che pure ultimamente è un po’ migliorato).

Lancio un appello a chiunque volesse aiutarmi: possiamo fondare un nuovo progetto Opensource e metterci a programmare (in java, perl, php, jsp, o un misto dei precedenti, bisogna pensarci su bene) un Trivial multiplayer da giocare su Internet o in rete. Non dovrebbe essere troppo difficile da fare. La cosa peggiore è inserire tutte le domande e tutte le risposte (e, visto che sul Trivial originale esiste un copyright, fare in modo di aggirarlo…).
Fatemi sapere che ne pensate…

Ieri sera concerto di Guccini al Palasport di Parma.
E’ stata veramente una serata indimenticabile.
A più di sessant’anni, più di quaranta dalla sua prima canzone, il Maestrone è ancora in grado di emozionare come pochi. E’ stupendo vedere gente di tutte le età alzarsi in piedi e cantare le stesse canzoni, con gli stessi ideali di rivoluzione non violenta, di democrazia (non quella di Bush e Berlusconi) e di giustizia (idem).


E così, tra canzoni e cabaret, le due ore e mezzo di concerto sono letteralmente volate. Guccini parla di amore, morte, politica, ribellione, voglia di conoscere, di scoprire…
Non posto alcun testo perché tanto vedo che non li commentate, probabilmente non li leggete nemmeno; quindi aspetto un po’, vi faccio prima finire di digerire la serie che vi ho appena sottoposto.
Ma vi assicuro che è stato grandioso.

Qualcuno potrebbe protestare dicendo che non ho molto da dire, di mio, visto che continuo a postare testi di canzoni, senza scrivere nulla di mio. Il che non è propriamente vero.
Non è vero che non scrivo nulla di mio, e non è vero che posto testi di canzoni per evitare di dover tirare fuori qualcosa dal cappello ormai sfondato e lercio della mia fantasia perversa.
Io posto queste canzoni perché so che, probabilmente, molti non le conoscono, e cerco in tal modo di suscitare in chi le legge almeno una piccola scintilla, che magari poi potrebbe diventare un fuoco prorompente di vivo amore per gli autori di quelle vere e proprie poesie musicali.
Certo, io qui ho l’indubbio svantaggio di poter pubblicare solo parole; la musica dovete sempre immaginarvela voi; dovete sempre fare un piccolo o grande sforzo di fantasia, per immaginarvi come la scrivereste voi, la musica. Ma forse potete anche godervele solo così, solo leggendole, perché, a mio avviso, una canzone è veramente bella quando ogni sua parte – musica e testo – ha una sua completezza, un suo senso compiuto, che dal matrimonio con l’altra parte trae slancio per una vita più piena, “perfetta”.


Dopo questo preambolo, passo a darvi in pasto un’altra canzone, sempre di Vecchioni, sempre dall’ultimo album.
Il testo prende spunto da un recente fatto di cronaca: una ragazzina palestinese, Marika, che si è fatta saltare per aria per la libertà della propria terra. Se leggete bene il testo, vi renderete conto di come la canzone sia in realtà un atto di estrema pietà verso una giovane vita che si è immolata perché qualcuno l’ha convinta a farlo, perché qualcuno ha sfruttato la sua innocenza per i propri biechi fini:


Ho imparato l’odio come fosse l’ultima preghiera,
rabbia s’è fatta rabbia tutto l’amore che c’era,
ma ho paura di morire, ho paura di morire ora,
qui che il tempo vola, qui che sono sola.

Io trovo che questa canzone, nella sua dolcezza (la musica è quasi una ninna nanna, una cantilena), un vero pugno nello stomaco, che deve farci riflettere a fondo su questo cazzo di mondo che stiamo portando avanti.

Roberto Vecchioni – Marika


Canta Marika canta che da domani tornano le stelle,
canta noi siamo il sangue che scorre nella tua pelle,
canta non ti fermare, non ti voltare, gira tra la gente,
siamo nelle tue mani, un vento sale un vento scende
dietro è il domani, domani è il presente.


Canta Marika canta, come sei bella l’ora del destino,
ora che stringi la dinamite come un figlio in seno,
canta Marika canta, nel buio della storia,
lucciola che si accende sul far della sera,
canta Marika la nostra memoria.


Non vedrò più la mia casa illuminata dalle stelle,
il sorriso di mio padre, quello delle mie sorelle,
non vedrò più l’uomo che mi nascondeva dentro il cuore
l’ora dell’amore, l’ora dell’amore.
Non vedrò com’è il vestito che si comprerà mia figlia,
la preghiera della notte intorno al fuoco di famiglia,
non vedrò più l’uomo che mi seminava dentro il cuore
l’ora dell’amore, l’ora dell’amore.


Canta Marika canta siamo i tuoi occhi
siamo il tuo sorriso, canta che Dio ti guarda
che anche sulla terra c’è il paradiso,
stringiti forte il fiore che porti sotto il vestito nero,
volano duri petali per ricoprire il mondo intero
non la tua terra, non il nostro cielo.


Non vedrò più la mia terra, non vedrò
i colori del mio cielo, l’albero che mi chiamava
sulla via di scuola e rispondevo,
il quaderno delle cose
quelle che scrivevo a me sola;
vola il tempo vola, io non ero sola.


Ho imparato l’odio come fosse l’ultima preghiera,
rabbia s’è fatta rabbia tutto l’amore che c’era,
ma ho paura di morire, ho paura di morire ora,
qui che il tempo vola, qui che sono sola.


Canta Marika canta la vita
è semplice come un bambino
e arriva l’alba di un nuovo mattino,
dove mangeremo pane così tanto dolce
che saprà di miele,
senza vuotare mai un giorno il bicchiere
senza vedere in cielo quei lampi e quei tuoni…


Canta Marika canta, per la tua terra per la tua gente,
perché sorgeranno case dove non c’era niente,
perché giocheremo in cerchio intrecciando le dita,
e potremo finalmente aspettare la vita.


Canta Marika canta nel tempo che vola,
canta Marika canta, che non sei più sola