Archive for giugno, 2004


Notte prima degli esami


Aspiro con voluttà
le volute di spire
dello zampirone


Un altro po’ di Bayleys,
grazie…
con ghiaccio!

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Domattina mio fratello avrà l’orale di maturità.
Quanti ricordi che sbucano dalla polvere di tre anni di università.
Il tema era stato abbastanza facile, e l’argomento mi piaceva anche: qualcosa sulla scienza e la tecnologia nei rapporti con la filosofia moderna. Per uno che, dopo il liceo classico, è finito a fare ingegneria, direi che non era male come scelta.
La seconda prova invece era stata atroce: versione dal greco di autore perfettamente sconosciuto, tale Epitteto, che tra l’altro scriveva un greco anche piuttosto ostico. Inutile dire che l’ho fatta perfetta, malgrado tutto. Cazzo, quanto mi piaceva il greco.
E non ho fatto solo la mia. Questa cosa è da denuncia, ma ormai chi se ne frega, che mi tolgano pure il diploma, dopo tre anni! E comunque credo che tutte le prove di questo misfatto siano andate perdute. Io e uno dei miei migliori amici c’eravamo messi d’accordo ed avevamo elaborato un piano molto complesso.
Ci eravamo procurati due penne assolutamente identiche, e sapevamo che a ciascuno sarebbero stati concessi due fogli protocollo timbrati e firmati dai professori. Così io ho tradotto tutta la versione, facendomi una “copia di brutta” tutta scritta in stampatello maiuscolo, per non far riconoscere la calligrafia. Poi ho ricopiato la versione in bella. Intanto il mio amico non ha toccato nessuno dei suoi due fogli protocollo, ma ha fatto la versione in brutta scrivendo direttamente sul testo greco. Poi, in un momento in cui i professori erano girati, io gli ho fatto scivolare in mano la mia brutta in stampatello, e lui mi ha consegnato uno dei suoi due fogli bianchi, sul quale ho provveduto a fare una finta copia di brutta. Così lui ha consegnato la mia brutta originale in stampatello, e la sua bella che si era fatto copiando la mia; e io ho consegnato la mia bella e la brutta “postuma”.
Ovviamente il prof di greco, col quale ne ho parlato l’anno dopo, una volta che sono andato a trovarlo, mi ha detto di non essersi accorto di nulla. Il suo commento: “Ecco perché XXX l’ha fatta così bene!” (XXX sta per il nome del mio amico).
Della terza prova ho pochi ricordi, anche perché per noi, abituati a scrivere temi chilometrici, dover dare risposte a quesiti anche complessi in dieci – quindici righe di testo era una vera tortura. Ricordo però che quasi tutti i commissari interni ci avevano anticipato le domande il giorno prima, e comuqnue quelle dei commissari esterni erano tutte fattibilissime.
L’orale è stato stupendo ed atroce al tempo stesso. Calcolate che mi ero presentato con 65 punti già all’attivo (il massimo in tutto), e ho iniziato cavalcando l’onda del successo. Nella mia tesina, dal titolo “Il buono, il brutto e il cattivo”, avevo sondato tutta la storia e la letteratura occidentale – e anche oltre – per tentare di spiegare perché il cattivo sia sempre brutto, e il buono sia sempre bello; e quali siano le eccezioni a questo mito.
Nell’introduzione avevo citato un verso di Guccini (La locomotiva): “gli eroi son tutti giovani e belli“. Così la prof di Italiano, commissario esterno, mi chiese se quella citazione era casuale, e io gli dissi di no: Guccini è uno dei miei cantanti preferiti. Finimmo a parlare di De André, e, conoscendo tutti i suoi testi a memoria, mi sentivo molto più che a mio agio. Anche in greco e latino me la cavai egregiamente, e pure in matematica e scienze. Poi venne il turno di quello di filosofia, che mi chiese tra l’altro un filosofo che avevo citato nella tesina: Schopenhauer. Che dire? Ci cascai come una pera matura. Partii in tromba con una stronzata colossale – non ricordo più quale, ahimè, e dimostrai di non aver capito una nerchia del pensiero di quel filosofo. Fu un capitombolo piuttosto brutto, certo non una bella figura.
Alla fine al 100 ci arrivai comunque (e cavolo, avevo la media del 9,5; credo di essermelo anche meritato), ma non ottenni la lode.
Oggettivamente non me ne fregava proprio nulla di quella lode, e tanto meno me ne frega oggi, in cui mi sono reso conto che, a distanza di tre anni, quel voto di maturità nessuno me l’ha mai chiesto, se non una professoressa universitaria che, una volta, volle fare un calcolo statistico tra i frequentatori del suo corso.
Comunque in bocca al lupo al fratellino, e gli auguro di non scivolare su bucce di banana come chi lo ha preceduto.

Ieri sera mi sono dato a un venerdì sera alternativo.
Avevo voglia di uscire, malgrado i molti bidoni da una parte e dall’altra, e così ho chiesto al buon vecchio Pincio (aka Sinistar, o Sin) se gli andava di andarci a sorbire qualche sciocchezzuola al cinema.
“Cinema? – direte voi – ma quale serata alternativa!”.
Beh, lasciatemi continuare!
Alle dieci il buon vecchio Sin mi chiama per dirmi che, oltre a noi due, ci sarebbero stati un paio di suoi amici, ragazzi che ha conosciuto negli ultimi secoli di frequentazioni della Piscina del Campus di Parma.
L’avevo sentito parlare parecchie volte di questi suoi amici, quasi tutti molto più piccoli di noi (sedici – diciotto anni, contro i nostri ventidue), con i quali lui si diverte a bulleggiarsi e a fare il grande (tipico suo!).
Così son finito a girare per il centro in compagnia di due diciottenni appena usciti dalla maturità, ma ancora decisamente immaturi, e con un ventiduenne dall’aspetto da sedicenne (Sin, non prendertela!), tutti e tre alti un metro e uno sputo, e per me, che non sono altissimo ma nemmeno basso (1,83), la situazione era un tantino “insolita”.
Se non altro ho imparato da tempo a fregarmene di quello che possono pensare gli altri di me, e così mi sono apprestato a godermi la serata.
Premetto che Sin è un ragazzo che tende spesso a “fare il superiore”, non sempre in senso buono: ti fa credere di essere al tuo livello, di parlare la tua lingua, di essere sulla tua onda, ma in realtà dentro di sè, sotto quei baffi che non ha e forse vorrebbe avere, se la ride a crepapelle di te e del tuo mondo.
Ieri sera mi sono divertito, per una volta, a fare lo stesso, assieme a lui, e devo dire che la cosa ha i suoi pregi!
I suoi amici erano spassosissimi, soprattutto uno. Hanno passato tutta la sera a parlare di figa e di birra, raccontandosi i particolari più minuti e dettagliati delle sbronze più memorabili, e delle relative sboccate in bagno, rievocando scene degne de L’esorcista.
La solita cultura del sesso e dell’alcool, che sta prendendo sempre più piede soprattutto nelle generazioni di teenagers (appena si cresce un po’ di più, ci si rende conto che forse nella vita c’è dell’altro – sempre che si abbia voglia di crescere).
Però è stata una serata veramente molto istruttiva.
Io però, ai tempi, non ero così, e credo di poterlo affermare con una punta di orgoglio!

Ci crederete? Oggi pomeriggio ero in turno con Angelo, quello che porta sfiga, ricordate?
Ebbene, siamo usciti CINQUE volte, di cui due in rosso, tra l’altro in contemporanea, nel senso che la Centrale ci ha dato entrambi i servizi con una singola telefonata, e abbiamo dovuto buttar su un equipaggio temporaneo per poterli svolgere entrambi.
Ma la scena più bella in assoluto è stata quella in occasione dell’ultima uscita.
Eravamo appena rientrati da un altro servizio, e scherzavamo con Angelo sul fatto che fare i turni con lui è, da un lato, ingestibile, ma dall’altro molto istruttivo per chi deve fare addestramento. Così i due ragazzi che addestravo io hanno chiesto ad Angelo di poterli far uscire ancora, che avevano ancora voglia di muoversi. E Angelo fa: “ma sì, dai, adesso chiamano ancora, e fate un giallino”.
Sono sicuro che non ci crederete. Eppure è così.
Non aveva nemmeno finito di parlare, quando è squillato il telefono.
Ed era ovviamente un giallo, una ragazzina colpita in testa dalla palla da softball.
Non ho parole.
Se Dio esiste, allora ha assunto le sembianze di Angelo, per fare il bello e il cattivo tempo nel comprensorio della Pubblica di Collecchio, Sala e Felino.
“Dio”, “Angelo”… mah!

Sabato sera. Festa del trentennale di fondazione dell’Assistenza Volontaria. Dopo un pomeriggio passato tra i festeggiamenti, torno in sede per cambiarmi, indossare la divisa, montare sull’ambulanza e tornare alla festa per fare presidio sanitario.
Io e Pagnotta (mitico autista) sull’ambulanza, Angelo e Giovanni sull’automedica, con l’Angela come medico (secoli che non si faceva più vedere, l’Angela! Ora lavora a Roma, ed è venuta su apposta per la festa, per rivederci dopo tanto tempo: ci ha commossi tutti).
Ovviamente eravamo tutti piuttosto preoccupati, perché – come forse avrò già avuto modo di scrivere – Angelo porta una sfiga da far paura. Quando telefona in sede succede un cataclisma; quando passa di lì è anche peggio; figuratevi quando c’è lui in turno!
Ieri, come dicevo, siamo montati in turno alle 8. Avevo un po’ fretta di tornare su alla festa perché TheZar e Eka mi stavano aspettando per cenare tutti assieme, e avevo promesso loro che sarei tornato subito, giusto il tempo di indossare la divisa e partire. E così abbiamo fatto. Alle 20:00 Angelo, Giovanni e l’Angela si sono avviati con l’Automedica. Alle 20:05 io e Pagnotta siamo saliti sulla Collecchio 1 e siamo partiti. Sennonché, giunti a metà dello stradello di accesso, ci siamo ricordati di aver lasciato in sede la radio portatile e la scheda per la valutazione del paziente. Marcia indietro! Smonto e corro verso la finestra del centralino, per farmi allungare il tutto senza dover fare il giro dalla porta. Ma mi blocco subito: Ivo (il centralinista) è al telefono. Guardo meglio: è il telefono bianco! Merda! E’ la Centrale!
Rosso a Lemignano, ovviamente andiamo io e Pagnotta, e l’automedica (Collecchio 30) viene avvisata, e riparte dal Centro Feste, dove era appena arrivata, per venire in nostro aiuto.
Ci parlano di una persona non cosciente, chiusa in un’auto ferma in sosta ad un incrocio da oggi pomeriggio. Pensiamo al peggio. Pagnotta, che con le ambulanze ci sa fare, spreme al massimo il motore 2,9 turbo diesel della Collecchio 1, lanciandola ai 120 km/h per divorare quei cinque chilometri che ci separano dal luogo della tragedia.
Arriviamo sul posto, ed è come un film del terrore. Un signore, dalla strada principale, ci fa segno di svoltare in una laterale, e ci indica una macchina. Pagnotta parcheggia l’ambulanza di fianco alla macchina, e, dal finestrino, vediamo un uomo riverso sul volante, ancora allacciato con la cintura di sicurezza, a faccia in giù, non cosciente.
Smonto a razzo, lasciando a Pagnotta il compito di avvertire la centrale dell’arrivo sul posto, e mi precipito a cercare di aprire la portiera. Ovviamente è chiusa.
Per fortuna però il finestrino è abbassato a metà, così riesco ad infilare dentro la mano e a scuotere l’uomo all’interno. Niente, non risponde, non da’ segni di vita. Allora cerco di tastargli il collo, per sentire il polso carotideo. La prima sensazione è confortante: il corpo è caldo. Poi sento anche il battito, regolare anche se un po’ bradicardico.
Ora il problema è tirarlo fuori da lì. La portiera è chiusa, e il “tappino” di chiusura non da’ segni di cedimento. Così sono costretto ad infilare la mano sotto il volante, per estrarre la chiave dal cruscotto. Intanto anche Pagnotta arriva a darmi man forte, e pianta due o tre pizzicotti alla spalla del tipo, il quale non si muove nemmeno. Pagnotta non è esattamente un tipo piccolo, e, se li avesse fatti a me, quei pizzicotti, avrei urlato per un giorno!
Riesco finalmente ad aprire la portiera, proprio mentre arriva l’Automedica. L’Angela arriva di corsa, e mi fa segno di spostarsi: le lascio volentieri in mano la situazione.
Intanto Pagnotta sta già ispezionando l’auto, per capire cosa possa averlo ridotto in quello stato: non ci sono segni di incidente, l’uomo non è ferito. Però nel bagagliaio sono visibili parecchie bottiglie di vetro vuote. E non sono bottiglie d’acqua minerale…
L’uomo, improvvisamente, si risveglia, appare confuso,non sa dove si trova, cerca disperatamente la chiave nel cruscotto, non la trova, poi si scorda che stava cercando la chiave e continua ad armeggiare con le leve delle frecce e dei fanali, senza motivo, senza sapere cosa fare.
Poi l’Angela riesce a convincerlo a salire sull’ambulanza, per farsi fare un controllino. L’uomo cammina da solo, barcolla solo un po’, fa fatica a parlare, è disorientato. Puzza di vino da lontano un chilometro. Le pupille sono completamente anisocoriche: una midriatica (dilatata al massimo), l’altra miotica (ridotta ad un punto).
Voi, posti di fronte alla scelta:
A) andare al pronto soccorso, farsi fare una visita di controllo e tornare a casa tranquilli;
B) attendere l’arrivo dei carabinieri ed essere preso in consegna da loro:
quale opzione avreste scelto? Ricordo che per la guida in stato di ebbrezza, senza documenti, sono previste sanzioni molto severe. Non so voi, ma lui ha scelto la seconda opzione: di mettere piede all’ospedale proprio non se ne parla.
Il resto è storia: arrivati i carabinieri (peraltro gentilissimi e molto umani), hanno cercato di convincerlo a farsi ricoverare, a farsi curare, ma lui nulla, ha preferito farsi fare il verbale ed essere accompagnato in caserma.
A quel punto cazzi suoi. Ha persino firmato la liberatoria per non farsi portare giù, noi non ci possiamo fare più nulla. Se la vedrà lui con le forze dell’ordine, e con la propria coscienza.
Certo che ubriacarsi al sabato sera è da coglioni; ma ubriacarsi al sabato pomeriggio e beccarsi una sìmia (come si dice qui a Parma) tale da non capire più nemmeno dove vivi, e poi pretendere di montare in macchina e guidare (ha ammesso lui stesso di aver guidato in quelle condizioni!), non è da coglioni, è molto peggio.
Forse ci sarebbe da indagare su quali siano stati gli eventi che l’hanno portato a ridursi in quello stato; ma in ogni caso non provo molta pietà per uno che, con un tale tasso alcoolico nel sangue, abbia anche l’ardire di rischiare di ammazzare se stesso e magari anche qualcun altro montando in macchina e guidando.

Sarebbe bello sapere chi è stato. Fatto sta che oggi qualcuno si è divertito a fare scherzi al 118. Due volte, una volta stamattina, una volta oggi pomeriggio, la Centrale ha mandato le nostre su due eventi traumatici maggiori, che poi si sono rivelati essere degli scherzi: i nostri volontari, recatisi sul posto, non hanno trovato nulla e nessuno.
Evidentemente qualcuno pensa che sia divertente vedere un’ambulanza e un’automedica che sfrecciano in sirena a tutta birra al centro di un paese; ma evidentemente quelle stesse persone non pensano che magari potrebbe succedere a loro stessi, proprio mentre posano il telefono con cui hanno fatto quello scherzo, a potersi trovare in situazioni di pericolo, e ad aver bisogno di quell’ambulanza e di quell’automedica che invece stanno, per colpa di queste persone, intervenendo su un evento inesistente.
Simulare una situazione di emergenza è un reato. Si chiama procurato allarme, ed è punibile con l’arresto e la reclusione.
Mi auguro di tutto cuore che i carabinieri, che sono stati già sollecitati ad indagare, trovino al più presto i responsabili di questo crimine, e ricordo a chiunque volesse emulare le gesta di questi disgraziati, che la centrale operativa del 118 registra tutte le chiamate in entrata e in uscita, e che comunque tutti i tabulati telefonici sono a disposizione dei magistrati che vogliano eventualmente indagare.

All’attivo solo una gran giornata di merda. Nulla è filato come doveva filare. Ovviamente, aggiungerei.
L’esame non era stamattina alle 9:30, ma oggi pomeriggio alle 13:30. Chiaramente l’orario è stato cambiato tre giorni fa, ma nessuno è stato avvertito: solitamente in questi casi il sistema di registrazione agli esami via Internet invia automaticamente una mail a tutti gli iscritti per avvisarli del cambiamento, ma chiaramente questa volta, per ragioni ignote, IscrizioNet non ha funzionato come dovrebbe (strano…). Fanculo a quel cazzone di prof che l’ha progettato e realizzato.
Chiaramente io sono andato in panico totale quando, ieri sera alle 11:30, l’ho saputo: come avrei potuto essere in turno alle 14:00 se l’esame cominciava alle 13:30? Pertanto stamattina presto mi sono fiondato in Pubblica e ho supplicato quella buon’anima del mio supervisore in ufficio comando, il mitico Lucio, il quale, pur avendo già fatto la notte e la mattina, s’è offerto di aspettarmi fino alle 4, ora alla quale pensavo di riuscire ad arrivare.
Povero illuso, aggiungerei anche! Sì, perché quella simpaticona della prof e tutto il suo staff sono stati visti entrare in Mensa Vip alle 13:15… e non si sono presentati fino alle 14:10. E poi, non è che ci hanno fatti entrare tutti in aula, punto e basta. No! Ci hanno chiamati uno per uno, facendoci disporre dove volevano loro! Risultato: il compito è iniziato alle 14:35, per terminare circa due ore dopo.
E quando, alle 16:30 circa mi sono alzato per consegnare il foglio, l’assistente della prof m’ha guardato male, e mi ha detto, con sgarbo: “Dovevi restare seduto e aspettare che passassimo a ritirare il compito”. Al che, gli ho risposto che avevo un po’ fretta di andare. E lui: “avrai un appuntamento galante, da come sei arrossito!”. Ovviamente il mio rossore era dovuto allo sdegno, non certo alla vergogna. La mia risposta: “No, veramente dovrei già essere in turno in Pubblica”. E lui: “Ah, beh, sai, in Pubblica si conosce tanta gente, sicuramente avrai un appuntamento là…”. Non ho resistito a piantargli l’ultimo taglione, prima di salutarlo con il sorriso più falso della mia vita: “No, veramente a Collecchio non c’è mai nessuno…”.
E’ rimasto un po’ interdetto, probabilmente non si aspettava che rispondessi. Comunque vi giuro che l’avrei accoltellato con la custodia della calcolatrice, se solo fosse stata un po’ più tagliente. Mi auguro che quello stronzo trovi questo blog, in qualche modo, digitando non so quale parola chiave in non so quale motore di ricerca, e legga della bella merda che ha pestato. Così magari la prossima volta ci penserebbe su due volte, prima di prendere per il culo la gente in questo modo.
Risultato: dopo dieci minuti di guida matta e disperatissima (rischiando non so quanti incidenti: avete mai provato a guidare mentre tirate bestemmie nei confronti di prof e assistenti, e cancheri nei confronti dell’orologio?) arrivo in Pubblica alle 16:45. Non faccio nemmeno in tempo a mettere il piede sulla soglia per entrare che improvvisamente il cielo si oscura come durante un’eclissi, e in pochissimi secondi si abbatte su Collecchio il più forte temporale al quale abbia assistito da qualche anno a questa parte: l’acqua è un muro compatto, ti da l’impressione di toglierti completamente il respiro, di non darti via di scampo. In perfetto accordo con il mio umore, comunque. Poi, dopo meno di cinque minuti, improvviso come se n’è venuto, il temporale cessa, e torna a splendere il sole. In pochi minuti il cortile si asciuga, in una calura resa ancora più insopportabile dall’umidità che il temporale si è lasciato dietro. E la stanchezza comincia a farsi sentire.
Mentre sono lì che boccheggio, cercando di ridarmi dignità, ecco che squilla il telefono: casa di riposo, signore anziano caduto. 80 anni per 110 kg di peso. Inutile dire che abbiamo dovuto alzarlo in sette per metterlo sulla barella. Atroce. E il bello è che le infermiere l’avevano pure riempito di sedativi. Il poveraccio parlava a fatica, sembrava in un pieno trip di acido. Comunque non c’è stato molto da fare, a parte cercare di tenerlo buono durante il trasporto: non sembrava avere nulla di particolarmente grave.
Poi scopro con disappunto che il mio cambio, alle 20:00, non c’è, e che non arriverà prima delle 21:00. Vabbè, fa nulla, tanto avevo già deciso di rinunciare alla festa: troppo stanco, e troppo incazzato. Spero solo che non ci sia da uscire ancora… Speranza vana! Ecco che squilla ancora una volta il telefono: una signora anziana, 93 anni, fa fatica a respirare, chiede del medico di guardia medica. Dopo pochi minuti la vediamo arrivare in sede, portata dalla figlia e dal nipote. In effetti sta proprio male: dispnea, ortopnea, dolori retrosternali, geme continuamente. Somministriamo ossigeno, poi la guardia medica ci dice di portarla giù al pronto soccorso. Gli chiedo che codice dare alla centrale. Ci pensa su un po’, poi fa spallucce e mi dice: “Codice 1”. Io resto impassibile, poi mi volto e faccio all’autista: “tu dai pure codice uno, ma io a metà viaggio chiamo il 118 e do un 2 avanzato!”.
Poi ho desistito dal mio intento, però vi assicuro che la signora non era propriamente da codice 1… E sinceramente avevo una gran paura che mi andasse in arresto in ambulanza!
Vabbè, alle nove e dieci sono rientrato in sede e, constatato che era arrivato il mio cambio, mi sono preso su e son tornato a casa. Devo raccontare della delusione derivata dalla partita della Nazionale, o lascio perdere?

Domani sarà – temo – una giornata piuttosto pesante. E non sarà la prima, perché tutto il weekend sarà veramente di fuoco.
Domattina ho lo scritto di Elettronica B, e ho passato l’ultima ora e mezza a scrivere sulla calcolatrice programmi che mi permettano di calcolare i tipi più comuni di integrali che mi capiteranno: piuttosto che comprarmi una calcolatrice da duecento euro, ho deciso di tenermi la mia, che ormai mi accompagna dal secondo anno delle superiori, e di imparare a programmarla in modo decente.
Lo scritto dovrebbe – in teoria – durare due ore, solo che, all’iscrizione via Internet, l’email che il sistema mi invia in automatico sostiene che il compito inizierà alle 9:30 e finirà alle 13:30. Se avessimo il doppio del tempo per fare un compito della stessa lunghezza non sarebbe male; ma i miei presentimenti sono di tutt’altro tipo, e non buoni.
Poi, domani pomeriggio, turno in pubblica. Il che significa che, se davvero lo scritto finisce alle 13:30, devo fiondarmi in macchina alla velocità della luce, senza nemmeno salutare nessuno, e scheggiare in sede, dove dovrei giungere prima delle 14:00. Solitamente il turno inizia alle 13:00, ma si fa quel che si può.
Poi devo solo sperare di non uscire dopo le 19:30, perché vorrebbe dire rientrare sicuramente dopo le 20:00, che sarebbe l’orario a cui devo smontare, perché anche lì mi aspetterà una bella corsa in macchina fino a casa di mia nonna, dove dovrò lavarmi e cambiarmi per essere pronto a raggiungere alle 21:00 il circolo di Mariano, dove un mio ex compagno di classe delle superiori farà la festa di compleanno.
Ora, secondo voi, è normale che un ragazzo di 22 anni che si autodefinisce bello e intelligente faccia una festa in un circolo privato, in cui c’è l’obbligo di “vestirsi bene” (il che significa poi mettersi in completo e cravatta); e che per il regalo faccia addirittura una lista (tipo lista di nozze) in un noto negozio cittadino?
A parte l’estremo disagio che mi comporta il “vestirmi bene” come lo intende lui – in giacca e cravatta, finora, mi ci sono messo una volta sola, ad un matrimonio, ma era comunque un’occasione un po’ particolare, perché mia cugina, altra ragazza “normale”, ha deciso di andare fino a Roma per sposarsi… poteva mica restare a Parma? – e a parte il fatto che domani sera gioca la Nazionale, mi sto ancora chiedendo chi me lo fa fare di andare al compleanno di uno che una volta sì, era un grande amico: ci trovavamo spesso a studiare assieme, a casa mia o a casa sua, ci “confidavamo” i reciproci problemi, dubbi e quant’altro; ma che adesso, da quando frequentiamo due università diverse – lui medicina, io ingegneria – non s’è quasi più fatto sentire.
Qualche tempo fa, a seguito delle mie insistenze, è venuto a casa mia, dopo tanto che non ci vedevamo, e abbiamo passato un pomeriggio piuttosto bello, a parlare del più e del meno – e ce n’erano di cose da dirci! Poi, al momento di accommiatarci, gli ho detto che mi avrebbe fatto piacere che ci sentissimo più spesso, e che magari si facesse sentire lui, ogni tanto. La risposta è stata: “no no, meglio così, meglio una volta ogni tanto, così avremo più cose da dirci!”. Inutile dire che è passato più di un anno, e, a parte una cena di classe e un incontro fortuito all’ospedale – lui in camice bianco e io in divisa arancione – non ci siamo più sentiti nè visti. E domani ci sarà quel cavolo di festa, che mi mette a disagio solo a pensarci.
Il resto del weekend non sarà da meno; ma devo ancora capire se riuscirò a sopravvivere a domani, quindi è meglio se al resto non penso ancora!
(Cicerone sarebbe fiero di me: questo post è il trionfo delle frasi subordinate!)

VENTOTTO nell’orale di Elettronica A! Quasi non ci credo! E farà media con il 24 dello scritto!


Certo, l’esame non è più quello che avrei dovuto passare un anno fa, e che all’epoca ho provato per due volte senza passarlo: è cambiato – sia pur temporaneamente – il professore, e con lui anche le modalità d’esame.
Se con quel simpaticone che c’era prima era obbligatorio dare entrambi gli scritti (Elettronica A ed Elettronica B) prima di poter dare gli orali (da dare rigorosamente lo stesso giorno), e se una bocciatura ad uno dei due orali voleva dire rifare TUTTO (scritti e orali, ancora), ora le due parti, A e B, sono state virtualmente separate: il voto finale è ancora unico, ma è possibile sostenere i due scritti e i due orali separati, e l’essere bocciati alla B non significa perdere i voti della A. Certo, è obbligatorio passare tutto l’esame entro due sessioni, altrimenti si perde ogni voto già acquisito, però è comunque una bella agevolazione!
E poi, cosa più importante, l’orale è diventato quasi una formalità, solo un modo di aggiustare il voto già acquisito allo scritto. E’ difficile vedere gente bocciata all’orale. Mentre prima… già era difficile lo scritto, e l’orale era semplicemente ingestibile.


Meglio non cantar vittoria, però, visto che mi manca da dare ancora tutta la B… ho lo scritto venerdì mattina, speriamo che vada….

Alla fine è andato tutto come temevo.
Berlusconi ha perso, sì, ma non abbastanza (si parla di un -5%), e la sua perdita è stata altamente compensata dall’ascesa di Alleanza Nazionale e della Lega. In pratica, la destra si è estremizzata.
Per quanto riguarda la sinistra, invece, il partitone “Uniti per l’Ulivo” è andato bene, ma non tanto quanto ci si aspettava, e anche lì ci siamo lasciati per strada un paio di punti percentuali rispetto alle somme dei voti nelle elezioni precedenti. Certo, anche qui i partiti più “estremisti” hanno guadagnato qualcosa, ma il tragico è che in sostanza non è cambiato proprio nulla di quelle che erano le proporzioni alle ultime europee.
E, come ovvio, l’assenteismo l’ha fatta ancora da padrone, con il 30% dei nostri connazionali che ha preferito stare a casa a guardare la TV, piuttosto che perdere dieci minuti del proprio tempo a fare tre crocette. Certo, c’è chi sta peggio di noi: Germania, Francia e tutti i paesi dell’Est Europeo hanno avuto un tasso di assenteismo superiore addirittura al 50%, in alcuni casi superiore anche al 60%. Ma questo non significa che l’Italia sia un paese politicamente sano. Tutt’altro.