Archive for marzo, 2005


Penso di aver appena assistito ad uno dei film più brutti che siano mai stati girati. Parlo di Il seme della follia, tratto da un romanzo di Stephen King.
Leggendo i nomi sulla locandina si è portati ad immaginarsi qualcosa di meglio. Il protagonista è Sam Neill (quello di Caccia a Ottobre Rosso, Lezioni di piano, Avventure di un uomo invisibile, L’uomo che sussurrava ai cavalli, L’uomo bicentenario, tutta la serie dei Jurassic park…), e tra gli altri interpreti c’è pure Charlton Heston (per chi ha visto Bowling a Columbine, è lui quello stronzo che ha fondato la National Rifle Association; per gli altri, è Ben Hur). Il regista è quel John Carpenter reso celebre da film come La cosa, Avventure di un uomo invisibile, Vampires
E il soggetto, come già detto, è tratto da un libro di Stephen King.
Tutti nomi importanti, non c’è che dire. Bene, peccato che il film faccia letteralmente cagare.
La trama è del tutto inconsistente: non ho letto il libro di King, ma se il film è fedele, allora posso anche risparmiarmi i soldi dell’acquisto. Non c’è né capo né coda, gli eventi si susseguono senza un minimo di filo logico, e lo spettatore non è nemmeno stimolato a un tentativo di ricostruzione, perché non c’è proprio nulla da ricostruire. Non ci sono colpi di scena: spesso con i film horror di oggi ci si ritrova a sbadigliare; questo è uno dei pochi che fanno veramente dormire. Non c’è un solo momento, nemmeno uno, in cui ci si senta minimamente presi dalla visione. Non c’è un singolo momento in cui si provi anche solo un brivido freddo sulla schiena. La pelle d’oca viene, sì, ma per il fatto che gli attori fanno veramente pietà: ho visto recitazioni peggiori solo in film trash come Bloodsucking freaks (scusa Filo, ma proprio non m’è piaciuto!). Lo scrittore malvagio si muove con gesti che farebbero ridere persino Harry Potter (che peraltro apprezzo molto), proprio da mago cattivo delle favole. L’attrice co-protagonista sembra una bambola, del tutto inespressiva e inefficace. Il protagonista, il già citato Sam Neill, sembra un pesce four d’acqua. Il risultato è che, dopo i primi tre quarti d’ora di visione, si comincia a guardare l’orologio. Non servono a salvare la pellicola nemmeno gli effetti speciali: i mostri sono ridicoli, tuoni e lampi sono tra i peggiori mai visti (in confronto The Rocky Horror Picture Show mette più paura), e anche gli zombie sarebbero degni di un Dal tramonto all’alba.
Per un film che dura solo un’ora e mezza, devo dire che è uno dei più noiosi che io abbia mai visto. Non sprecate il vostro tempo, lasciatelo perdere!

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E’ di qualche giorno fa la notizia di una nuova colossale pestata da parte del nostro Presidente del Consiglio, tal Silvio Berlusconi. Ma, ovviamente, dato che nessun telegiornale ha riportato la cosa, l’ho appresa solo oggi sul sito di gay.it.
Da Bruxelles Berlusconi, quando ha saputo di essere stato iscritto nel registro degli indagati nel corso delle indagini sulle presunte (???) irregolarità finanziarie del gruppo Mediaset, ha commentato con un: "Tanto in Italia sono santificati solo i comunisti e i gay…"
Alla facciaccia del politically correct.
Mi chiedo quale altro leader di quale altra democrazia sarebbe mai arrivato a tanto. Nessuno, penso. Solo in Italia possono accadere cose del genere.
Leggetevi l’articolo su gay.it: lo trovate qui. Le reazioni di alcuni esponenti dei Verdi e di Rifondazione sono davvero divertenti, e fanno davvero sperare nel fatto che, se alle prossime elezioni vincesse la Sinistra, qualcosa potrebbe cambiare davvero.

In questi giorni si fa un gran parlare di un caso che sta sconvolgendo parecchie coscienze, in america come da noi: si tratta della malattia di Terri Schiavo, in coma vigile da quindici anni, e della sua eutanasia. Un bel riassunto del caso si può trovare sul blog del buon Phemt. Bel riassunto, bella analisi, ma c’è un errore di fondo. Un particolare che può sembrare stupido, ma invece fa la differenza.
Terri Schiavo non vive grazie ad un respiratore: la sua respirazione è indipendente ed autonoma. Quello che la mantiene in vita è un tubicino inserito all’altezza dell’ombelico, che immette direttamente il cibo nel suo stomaco.
Staccare quel tubicino non è come staccare un respiratore. Una persona che non sia in grado di mantenere una respirazione autonoma muore nel giro di pochi minuti: dopo cinque minuti il danno cerebrale è irreversibile, e comunque stiamo parlando di persone in coma profondo, o addirittura con morte cerebrale.
Terri invece non è in nessuno di questi due stati: il suo è un cosiddetto "coma vigile". E’ un vegetale, non è in grado di rendersi conto di quello che le accade intorno; ma ha gli occhi aperti, li muove, anche se probabilmente non vede nulla, o comunque non è cosciente di quello che vede. Anche a Collecchio, nella casa di cura, ci sono due persone in coma vigile, e una di queste m’è capitato di assisterla una volta, durante un trasporto interospedaliero.
La scena che ti si presta davanti, purtroppo, è pietosa. Quello che hai davanti è un vegetale a tutti gli effetti. Risponde sì e no agli stimoli dolorosi. Ti guarda ma non ti vede. Non sa nemmeno di esistere, di stare al mondo. Ma è in grado di sopravvivere autonomamente, a patto che sia nutrito in modo artificiale.
E qui viene il punto: staccare il tubicino a Terri non vorrebbe dire ucciderla in pochi minuti, alleviando le sue sofferenze. Vorrebbe invece dire farla morire di fame e di sete! I medici intervistati al telegiornale hanno stimato che una persona come lei, che brucia pochissime calorie, ci metterebbe una decina di giorni a morire. Vi rendete conto dell’agonia alla quale andrebbe incontro?
Ammesso che l’eutanasia sia la soluzione ideale (affronterò più avanti il problema), sono dell’idea che il modo per attuarla sia del tutto sbagliato. Se lo scopo deve essere quello di porre fine alle sue sofferenze, allora almeno facciamo in modo che non soffra nel trapasso. Iniezioni di calmanti o tranquillanti, non morte d’inedia!
Veniamo quindi al problema dell’eutanasia di per sè: giusta o sbagliata? Io, personalmente, una volta ero del tutto contrario. Ora la penso in maniera molto diversa, e penso anche che una persona, nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali, possa avere il diritto di togliersi la vita. Ma deve essere una scelta consapevole e voluta: Terri non è cosciente. Probabilmente sente il dolore, forse ha anche degli stimoli sensoriali (provate a fare una breve ricerca su google, e troverete link come questo, che vi consiglio di visitare), ma non è in grado di decidere, perché non è in grado di pensare, di ragionare. Quindi della sua vita o della sua morte dovrebbe decidere qualcun altro: il marito o i genitori. Uno dice una cosa, gli altri dicono l’esatto opposto. Chi ha il diritto di prendere una decisione così delicata? In mancanza di testimonianze scritte precise da parte di Terri, io sarei propenso a seguire il parere dei genitori. Purtroppo la morte è una cosa irrevocabile, e se c’è qualcuno che vuole tenerla in vita, temo che si debba ascoltare la sua voce. Chi siamo noi per decidere che un’altra persona vuole morire? Chi dice che sia vera pietà quella che ci spinge a desiderare la sua morte per alleviare le sue sofferenze?
Purtroppo il problema è enorme, e probabilmente una soluzione non esiste nemmeno.

Oggi vi racconterò una parabola. La chiamerò – tanto per essere originale – la Parabola del Buon Samaritano.
Lunedì sera, tanto perché non sapevo cosa fare, ero in turno in Pubblica. Dopo un servizio di ordinaria amministrazione, in pronto soccorso, stavamo ripristinando l’ambulanza quando un taxi si è infilato nella corsia d’emergenza, sotto la tettoia delle ambulanze. Il taxista, un uomo grasso e brutto, con una flemma invidiabile s’è girato, ha chiesto il pagamento, ha preso i soldi, li ha contati, ha dato il resto, s’è messo in tasca il tutto, poi, improvvisamente rianimato, è corso all’accettazione del pronto soccorso gridando che c’era un uomo che stava male.
Io e la ragazza che era con me ci siamo precipitati ad aprire la portiera del taxi, e abbiamo aiutato il passeggero a scendere. Si trattava di un giovane, sui trentacinque – quaranta, con forti dolori al petto, irradiati al braccio e alla gamba: un bell’attacco di angina pectoris, tanto per gradire. Per chi non lo sapesse, l’angina è spesso il preludio di un infarto vero e proprio: diciamo che, se non trattata entro venti minuti – mezzora, può degenerare facilmente in infarto. Si tratta di un’occlusione parziale di una o più coronarie, con conseguente sofferenza per le cellule, che restano senza ossigeno. Se molto prolungata nel tempo, il danno anossico diventa irreparabile, e si ha l’infarto del miocardio.
Quindi complimenti al taxista che, prima di chiamare soccorsi, s’è fatto pagare. Se fosse stato una persona intelligente, invece di trasportare lui il paziente, avrebbe allertato il 118 e chiamato un’ambulanza: pensate un po’ se il paziente fosse andato in arresto sul taxi… Ma certo, piuttosto che perdere quei dieci euro di trasporto…

Ieri sera ho partecipato ad una cena in compagnia di alcuni dei miei amici più cari.
A tavola, la conversazione si è soffermata a lungo su un argomento molto interessante e complesso: i figli.
Tra i presenti, io, con i miei quasi ventitrè anni, ero il più vecchio; il più giovane ne aveva una ventina. Oggi come oggi alla nostra età ci sentiamo ancora talmente immaturi ed impreparati verso l’idea di formare una famiglia – ancora peggio di allevare un figlio – che il solo parlarne ci provoca brividi freddi.
Eppure sento che qualcosa in me sta cambiando, e purtroppo non riesco a valutarne i lati positivi. Quando mi sono reso conto di essere gay, e, più in là, durante la mia prima – e finora unica – storia vera, mi sono sempre detto che quella di non poter fare figli era una limitazione che non mi sarebbe mai pesata più di tanto. Non perché non mi piacciono i bambini: tutt’altro. Quando facevo l’animatore in parrocchia (sì, pure io ho frequentato una parrocchia), ero uno dei più amati (anche perché ero uno dei più buoni e gentili). Avevo costantemente attorno una decina di marmocchi urlanti e festanti, e la cosa non mi dispiaceva affatto. Tuttavia l’idea di poter diventare padre, un giorno, e di dover allevare figli miei mi aveva sempre un po’ spaventato, e mi ero sempre nascosto dietro la rassicurante idea che tanto non sarebbe mai potuto succedere, perché i gay non possono avere figli.
A distanza di cinque anni, sento che le cose stanno prendendo una piega diversa. Ho smesso di fare l’animatore, non mi capita più da tempi immemorabili di avere a che fare con bambini – a parte, occasionalmente, con qualche paziente in pubblica – eppure l’idea di non poterne avere di miei sta cominciando a cambiare forma, nella mia mente.
Non posso predire il futuro, non so nemmeno prevedere cosa mi capiterà domani, quindi può darsi che questo sia soltanto un pensiero fugace, eppure sento che questa cosa potrebbe mancarmi. Si vive una volta sola, non avrò altre occasioni. Ed è per questo che sto cominciando a interrogarmi sempre più frequentemente sull’etica delle adozioni da parte di famiglie omosessuali. Oggi come oggi non me la sentirei assolutamente, e la cosa continua ad avere ai miei occhi molti lati negativi, soprattutto dal punto di vista del bambino (più che altro per le discriminazioni che potrebbe subire), ma sull’altro piatto della bilancia c’è il solito interrogativo: è meglio che il bimbo resti in qualche orfanotrofio per il resto della sua vita, oppure è meno peggio affrontare i possibili rischi legati all’adozione da parte di una coppia omosessuale? Per questo non escludo che, con l’età, cadano convinzioni che, per ora, in me sono piuttosto radicate. Staremo a vedere.

Purtroppo persone che ritenevi intelligenti, e soprattutto che ritenevi amici, si rivelano essere tutto il contrario.
Lo scherzo che è stato fatto, con il cambiamento dell’immagine di sfondo – sostituita con un’immagine pornografica – e la pubblicazione di un annuncio pubblicitario a favore di una miss liceo, invece di farmi ridere mi ha solo riempito di rabbia e di amarezza.
Un’ulteriore conferma che gli amici veri sono ben altri, e che la mente umana può raggiungere abissi di stupidità inimmaginabili, specialmente quando si fanno le cose senza pensare al significato del proprio gesto.

Ieri mattina ho potuto assistere ad una trasmissione TV molto istruttiva.
Non tutti la conoscono, anche a causa del fatto che va in onda su Rai 3, proprio mentre sulle altre reti va in onda il telegiornale, tuttavia mi sento di consigliarla a chiunque. Si tratta di Cominciamo bene "Le storie", condotta da Corrado Augias.
Solitamente questa trasmissione ospita personaggi illustri della televisione italiana, ne ripropone le piéces più interessanti, e offre diversi spunti di riflessione.
Ieri l’ospite era Marcello Veneziani, consigliere di amministrazione della RAI.
Augias, accogliendolo, lo ha salutato auspicando una chiacchierata tra uomini liberi, su temi anche molto delicati. Poi ha sparato la prima domanda. Dopo aver mandato in onda un filmato di un minuto circa, contenente alcuni dei momenti più orrorifici della TV spazzatura odierna (da Domenica In a Il ristorante, passando per reality show, Porta a porta, e trasmissioni sulla vita di coppia), a bruciapelo: "visto il livello che abbiamo toccato con la TV odierna, voi consiglieri d’amministrazione, in Rai, cosa ci state a fare?".
Che risposta ci si potrebbe aspettare a una domanda del genere? Ce ne sono tante, tutte orrende. E Veneziani, ovviamente, non ne ha trascurata nemmeno una.
Ha cominciato con un: "in effetti sì, noi stiamo cercando di porre un freno a questo andazzo [e come? promuovendo programmi come Le tre scimmiette? NdInsj], ma se guardiamo il livello delle altre TV europee o americane, persino questa TV, comparata a quelle altre, può essere per noi un vanto".
Al che, una gentile signora del pubblico s’è fatta portare un microfono e ha fatto cortesemente notare che non è molto giusto né corretto sostenere che la nostra TV è migliore delle altre: dal momento che è spazzatura, dovremmo cercare di migliorarla, anziché dire che gli altri sono peggio.
E ovviamente la risposta, questa volta, quale poteva essere? Ma è ovvio: "alla gente piace tutto questo, e la TV pubblica deve soddisfare le richieste dei telespettatori".
Io dico: se quando accendo la TV non trovo altro che fiction o realty show, è ovvio che mi metterò a guardare quelli (che poi non è vero, perché personalmente preferisco spegnerla, la TV, piuttosto che guardare quella roba). Ma se invece mi trovo programmi di intrattenimento culturale (come per esempio quelli di Piero Angela, Fabio Fazio o Renzo Arbore), è ovvio che i reality show non li cago manco di striscio. Se ci nascondiamo dietro al luogo comune "il pubblico vuole questo", in realtà non facciamo altro che peggiorare le cose, perché il pubblico finirà per assuefarsi a quella merda, e non sarà nemmeno più in grado di capire un programma più serio. Se invece cerchiamo di alzare il livello generale della qualità della nostra televisione, il pubblico tornerà ad apprezzare quelle cose che ora scarta come troppo cervellotiche, per il semplice motivo che non troverà nient’altro da guardare. La concorrenza dovrebbe essere qualcosa che spinga il produttore a migliorare continuamente la propria offerta. Invece, per quanto riguarda la televisione, essa si riduce esclusivamente ad un gioco al ribasso.
Ovviamente ciò è anche dovuto al fatto che un pubblico più stupido è molto meno pericoloso – dal punto di vista politico e della gestione del potere e dell’economia – di un pubblico di persone che ragionano con la propria testa. E quindi l’andazzo odierno, con il governo che ci ritroviamo, è quello di cercare di stordire le masse per distoglierle dai problemi reali che ci circondano. Quindi sicuramente le cose non cambieranno.
Comunque, per tornare alla trasmissione, Augias, dimostrandosi una persona con le palle, ha tirato fuori il Contratto RAI e ne ha lette diverse parti, mettendo in luce il fatto che la televisione pubblica dovrebbe promuovere la cultura, l’uso corretto della lingua, la decenza e un corretto senso civico e morale. Tutte cose che, ovviamente, la nostra televisione assolutamente non fa.
Veneziani si è difeso sostenendo che, per ogni ora di TV spazzatura, la RAI, come a scontare la propria pena, manda in onda un’ora di TV di qualità. Io, personalmente, non so proprio da dove vengano queste statistiche. Non penso che quelli di Antonella Clerici o Paolo Bonolis possano essere definiti programmi culturalmente avanzati. Come non può essere definito tale nemmeno un programma di Bruno Vespa. E allora cosa ci rimane? Ve lo dico io. Piero Angela: in onda una volta o due al mese. L’unico in prima serata. Poi Fabio Fazio: venerdì, sabato e domenica, per quaranta minti circa, proprio durante il TG1. Poi Renzo Arbore: in onda al sabato notte, dall’una in poi! Poi c’è qualche trasmissione culturale su Rai 3, che è l’unica rete che si salva.
Tutto il resto è spazzatura.

 Ieri sera mio fratello ha festeggiato il compleanno invitando a cena da noi la sua (nuova) ragazza. Mia madre si è data da fare, come spesso fa, per preparare un banchetto luculliano (o forse avrei fatto meglio a dire: degno di Trimalchione). La cena è stata molto piacevole, e Diana si è rivelata una ragazza brillante e socievole. Insomma, ha lasciato un’ottima impressione.
Anch’io mi sono goduto appieno la serata, tuttavia poi, ripensandoci, m’ha colto una tristezza piuttosto profonda.
Quando, qualche anno fa, mi sono dichiarato con i miei, rivelandogli che quello che per loro era solo il mio migliore amico era stato in realtà il mio ragazzo (anche se le cose erano, purtroppo, già finite), mia mamma mi ha detto a chiare lettere, tra pianti e grida, che preferirebbe morire piuttosto che vedermi con un ragazzo, piuttosto che avere per casa il mio ragazzo.
E temo che questa cosa non cambierà.
Potrebbe essere il ragazzo più intelligente, brillante, bello, simpatico e comprensivo della storia, ma per mia mamma sarebbe comunque un affronto personale…