Archive for febbraio, 2005


 Nelle ultime settimane non ho avuto nemmeno il tempo di respirare. Tra la pubblica, gli esami e gli amici, il tempo e la voglia di aggiornare il blog non sono mai stati particolarmente abbondanti. Anzi.
Ricordo i tempi in cui gli aggiornamenti erano quasi giornalieri. Poi sono passato ai giorni alterni, quindi al post ogni settimana, e ora va già bene se ne faccio uno al mese.
Gli argomenti di cui parlare non mancherebbero, in effetti, ma il problema è, più che altro, come già detto, la voglia.
Tuttavia ci sono certe cose che non possono essere taciute.
Ultimamente è venuto a mancare (e non vi nascondo che la cosa non riesce a dispiacermi nemmeno un po’) don Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione, ovvero il maggior gruppo di fondamentalisti cattolici attualmente a piede libero in occidente.
Non conosco la persona di don Giussani, ma conosco fin troppo bene molti ciellini, a partire dalla mia vecchia professoressa di religione delle superiori. Persone dalla mentalità aperta ("gli omosessuali sono uno scherzo della natura", "i gay dovrebbero suicidarsi" e altre amenità simili) e dall’indiscussa voglia di aiutare il prossimo ("chi si droga rifiuta la vita, e quindi non è degno di essere salvato"). Tutto ciò in nome di quel Cristo che ha riassunto tutti i comandamenti di Dio in uno solo: ama il prossimo tuo come te stesso. Non vedete il nesso? Nemmeno io, in effetti.
Navigando sul sito dell’AGeDO (Associazione genitori, parenti e amici di omosessuali), mi ha colpito molto un link in prima pagina. Non riporto l’articolo per intero, ma vi invito a leggerlo. In sostanza, comunque, l’AGeDO ha denunciato gli autori del libro Lexicon. Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche, edito a Bologna per volontà del cardinale Alfonso Lopez Trujillo, a causa dei contenuti decisamente criminali dello stesso. Vi si legge infatti – e cito l’articolo dell’AGeDO:
Nel libro in questione si equipara l’omosessualità alla pedofilia, si sostiene che le coppie gay chiederebbero di potere adottare per potersi "allevare in casa" i possibili oggetti di future attenzioni sessuali; si sostiene che gli omosessuali non possono esigere o richiedere diritti e che l’omofobia è soltanto un’invenzione "tattica" degli omosessuali stessi.
Dire che sono schifato è poco. Il Vaticano che si permette di dire certe cose, non so perché, ma riesce ancora a stupirmi e indignarmi.

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Sono commosso. Dopo anni e anni di vuoto, sono riuscito a ritrovare il mio mito di sempre. Il grande, magnifico, immenso, sublime Roberto Scarpini, che delizia il pubblico di fede nerazzurra con le sue spettacolari radiocronache delle partite della Beneamata.
Il tempo è passato, la voce è un po’ arrochita (ma forse è anche colpa della mia radio che non prende molto bene), quasi tutti i giocatori dell’Inter sono cambiati ma lui no, lui è sempre lì, sempre lo stesso. E allora "forza ragazzi, ma chi ci va su quella palla lì? Ci va Scarpini?"

Da un po’ di tempo a questa parte, tutte le volte che mi siedo davanti al PC e mi ripropongo di scrivere qualcosa su questo blog, mi trovo immancabilmente a corto di voglia e di idee.
Oggi ho tutto il tempo del mondo. Altre cinque ore di turno, e niente da studiare (perché chi di dovere s’è scordato di mandarmi il materiale necessario), quindi darò sfogo ai miei istinti autobiografici.
Stamattina mi sono presentato all’ennesima visita di controllo per la spalla. Ormai la radiologa della casa di cura di Langhirano mi conosce e mi saluta chiamandomi per nome: sono tre anni che si "diverte" a farmi interi book di radiografie, ed evidentemente mi trova anche piuttosto… radiogenico.
Le prime due lastre son volate via lisce come l’olio, poi però si è arrivati alla terza, e l’infermiera torna indietro con un’espressione un po’ ambigua, e mi fa: "la rifaccio, perché vorrei vedere meglio un particolare".
Mi si raggela il sangue nelle vene.
Dopo dieci minuti, torna indietro ancora, dicendomi che la lastra precedente non era venuta bene, e c’era ancora una cosa che voleva verificare. Ormai mi preoccupo seriamente. Tutti i miei incubi peggiori tornano a galla, mi vedo di nuovo coricato su un letto d’ospedale, con tubi che mi escono dalla carne, e dolore lancinante, e solitudine, e paura, e voglia di andarse fuori a vedere com’è fatto il giorno, com’è diverso dalla luce piatta e allucinante dei neon di quella corsia…
Quando torna indietro, il suo viso è più sereno, e la frase che pronuncia giunge alle mie orecchie come l’assoluzione a un imputato per un processo capitale: "Pietro, va tutto bene, ci rivediamo tra sei mesi".
Se penso a tre anni fa, a quello che è successo, e a quello che avrebbe potuto succedere, non riesco a non scivolare in uno stato di angoscia, soprattutto perché il peggio, che è stato scongiurato a quell’epoca, potrebbe accadere in un futuro, prossimo o remoto che sia.
Chi lo direbbe, vedendomi? Sono un ragazzo di ventidue anni, alto, forte. Spesso ho addosso la tuta arancione dei volontari del soccorso, e vado a tirar fuori la gente dalle lamiere contorte delle macchine… molti miei amici, quando hanno un problema, vengono da me, e si confidano, perché sanno che avrò sempre la voglia e la pazienza di ascoltarli. Eppure anch’io sono debole, anzi, probabilmente molto più debole di loro.
Se torno col pensiero a quell’autunno del 2001, mi chiedo come sia potuto succedere tutto questo, e mi spavento nel vedere come la mia vita sia cambiata da allora.
Era autunno inoltrato. Sarà stata una sera di novembre. Fredda e buia, e triste come tutte le sere di novembre. Già da diversi mesi, sicuramente dall’inizio dell’estate, avevo qualcosa che non andava nella spalla destra. Dapprima un fastidio, sempre più marcato, quindi il dolore, tale da non riuscire quasi più a muovere il braccio senza fare smorfie. Già da tempo mia madre, medico di base, mi aveva prescritto una cura a base di anti-infiammatori, ma la situazione non faceva che peggiorare. Quella sera, dopo la doccia, mi ero già infilato il pigiama, quando mia madre mi chiamò in camera sua e mi chiese di farle vedere la schiena. Mi sfilai la maglia e mi girai. Ricordo ancora la sensazione di freddo e di solletico generata dalle sue mani che mi accarezzavano la scapola sinistra, con movimenti dapprima molto larghi, poi sempre più circostanziati. Le sue dita iniziano a palpare qualcosa che io non riesco a vedere. Poi mi dice: "Pietro, qui c’è qualcosa che non va". Mi giro a guardarla, e lei mi spiega che sulla mia scapola destra c’è una specie di cisti.
Non ricordo cosa pensai quella notte, ma non dormii bene. Il giorno dopo, nel primo pomeriggio, mi recai in uno studio medico privato in pieno centro, a Parma, per una lastra urgente, a pagamento.
Il radiologo ha la faccia piuttosto scura, quando mi consegna la busta con i referti. Avevo diciannove anni, e quel coso sulla mia scapola destra non faceva sperare molto bene per il mio futuro.
Non ho nemmeno letto la risposta, ma me ne sono tornato a casa senza dire nulla, senza pensare nulla. Non ricordo cosa mi disse mia madre, quella sera, e in generale di tutto quel periodo, a parte i vari ospedali, ricordo veramente poco. Ma ricordo fin troppo bene quella notte. Non dormii. Passai tutta la notte a piangere e a pensare: "cazzo, ho il cancro".
Il resto dell’autunno, e tutto l’inverno, trascorsero fuori e dentro degli ospedali. Mi fecero di tutto: lastre, tac, risonanza magnetica, scintigrafia. I miei genitori andarono a Bologna con tutti gli esiti degli esami, per consultare il primario del Rizzoli, che ha fama di essere il migliore ospedale ortopedico europeo. La diagnosi, con qualche riserva, fu: sarcoma di Ewing. La prognosi fu: operazione chirurgica con asportazione completa della scapola destra, più un anno e mezzo di chemioterapia. Il chirurgo che parlò con i miei li avvertì senza tanti complimenti di stare attenti a parlarmi, e di tenermi d’occhio, perché molti ragazzi della mia età, nelle mie stesse condizioni, si erano suicidati. Potete immaginare ciò che provò mia madre in quel momento?
Poi il medico suggerì di recarsi a Modena per effettuare una biopsia e avere una conferma o smentita della diagnosi. Ad effettuare la biopsia fu uno dei migliori chirurghi operanti nel nostro paese, che riuscì anche a farmi ridere durante l’operazione, e i vetrini ottenuti furono inviati addirittura in america, presso uno studio altamente specializzato, e per questo i risultati tardarono parecchie settimane ad arrivare.
Ricordo che la sera della biopsia, con la spalla dolorante per il tubo che mi era stato ficcato nell’osso, andai al cinema con un’amica. Non so che film fosse, e non me ne fregava un bel niente. Lo feci per la mia amica, e per i miei genitori, per far vedere loro che non pensavo a quella cosa che si andava ingrossando sempre di più.
Fu così che, in attesa dei risultati della biopsia, si decise di ricoverarmi al Rizzoli, a Bologna, e di mettermi in lista per la camera operatoria. Fu così che, alla fine di marzo 2002, due giorni dopo aver tentato – e fallito – l’esame di Geometria A, mi presentai alle otto del mattino all’accettazione dell’ospedale. Mi fu assegnato un letto, e mi fu detto di portare pazienza.
Quel giorno stesso arrivò dall’america l’esito della biopsia.
Woody Allen è un genio. E’ stato lui a condensare tutta la saggezza del mondo in un epigramma:
La frase più bella del mondo non è: "ti amo" ma "è benigno".
La diagnosi iniziale fu ribaltata completamente. Non si trattava di sarcoma di Ewing, ma di un tumore benigno: un tumore a cellule giganti, che ovviamente non si presenta quasi mai alle ossa, e praticamente mai alla scapola. A Bologna mi citano ancora tra i casi clinici.
Questo significava che non avrei dovuto fare nemmeno mezza giornata di chemioterapia, e che me la sarei cavata con un’operazione chirurgica.
Già, solo che a quel punto, dato l’esito favorevole della biopsia, il mio caso passò da priorità alta a priorità bassa, e restai ricoverato due intere settimane in ospedale, in attesa che si liberasse un posto in camera operatoria. In quelle due settimane il tumore, stimolato dalla biopsia, si ingrandì fino a divenire più del doppio delle sue dimensioni iniziali, e anziché effettuare un semplice raschiamento della scapola, i medici preferirono eseguire un’emiscapolectomia. Ovvero mi asportarono completamente la metà inferiore della scapola destra, staccando muscoli e tendini dalla loro sede originale e riattaccandoli più su, dove l’osso era ancora buono.
Il risultato è sbalorditivo. A parte la cicatrice di circa venti centimetri che mi attraversa la schiena, e il vuoto dove una volta c’era l’osso, la funzionalità della spalla è praticamente perfetta. Riesco a sollevare il braccio quasi completamente, anche se non riesco a mantenerlo in posizione per più di qualche secondo, e non ho problemi a portare pesi anche piuttosto impegnativi.
Nelle due settimane di ricovero a Bologna ho visto di tutto. Ero nella divisione oncologica. Un girone infernale che nemmeno Dante avrebbe saputo immaginare e dipingere. Non riuscirò mai a scordare la bambina di dieci anni che aveva la camera di fianco alla mia. Aveva il piede destro amputato, era completamente calva a causa della chemioterapia che la stava devastando, eppure giocava con le bambole come qualunque altra bambina, dimostrando una voglia di vivere che in me provocava un senso di colpa indescrivibile per la mia condizione di miracolato.
E così mi ritrovo qui, a distanza di tre anni, a respirare profondamente il profumo della vita, e a chiedermi se davvero faccio tutto quello che dovrei fare per meritarmi un dono tanto straordinario. E quando mi prendono questi momenti di depressione, quando mi faccio prendere dalla paura, ogni sei mesi, quando devo presentarmi alla visita di controllo, farei meglio a richiamare alla mente l’immagine di quella bambina, e ascoltare il suo tacito insegnamento.

Le migliori restano le vecchiette che si alzano da letto per andare a pisciare alle quattro e mezza del mattino, e franano sul tappeto maciullandosi il femore; i parenti chiamano il 118, tu arrivi tutto insonnolito e infreddolito e queste qua cominciano a impartire ordini al figlio: "fai il bucato tutti i giorni! prendimi lo scialle pesante che c’è freddo! non tornare a casa tardi la sera!" e tu sei lì che vorresti rompergli anche l’altro, di femori.
Fare la notte in turno a volte ha il potere di rendere estremamente cinici.

Recentemente ho avuto modo di parlare di mafia e criminalità, e dell’attitudine della gente nei riguardi di questi fenomeni, soprattutto in meridione.
Pochi giorni fa, in uno dei miei ultimi turni in Pubblica, ho avuto modo di constatare di persona che esistono diverse persone che fanno dell’illegalità una vera e propria ragione di vita. Ma andiamo con ordine.
Per passare un sabato sera alternativo, ho deciso, come dicevo prima, di fare il turno, e così mi sono organizzato con alcuni colleghi per passare la serata in allegria.
Siamo rimasti fino a tarda notte a giocare a Diablo II in rete, finché, alle 2:30, è suonato il telefono della Centrale operativa, che ci ha passato un servizio piuttosto rognoso: una rissa alla Corte di Giarola, davanti al ristorante. Non abbiamo notizie sanitarie, comunque sembra che la persona sia cosciente, e che ci siano già i carabinieri ad attenderci. Procediamo in codice giallo, senza sirene.
Arrivati sul posto vediamo una macchina parcheggiata di traverso in mezzo al cortile, che blocca la strada. Una macchina vecchia, forse una vecchia Golf, non ricordo bene. Seduto al posto del conducente c’è qualcuno che non riusciamo a vedere, ed attorno a lui quattro o cinque persone che confabulano.
Smonto dall’ambulanza e faccio un paio di passi in direzione della macchina: la persona seduta al posto di guida si alza e, urlando insulti e improperi ad indirizzo di alcuni dei presenti, si dirige verso di me. Apro il portellone del vano sanitario, per far salire il paziente, il quale non mi guarda nemmeno, e continua ad urlare in direzione di qualcuno che non riesco ad identificare.
Riesco a farlo salire, chiudo il portellone e lo faccio distendere sulla barella. Ha il volto insanguinato e tumefatto, i jeans macchiati di sangue, e non sembra del tutto lucido. Non riesco a capire se sia a causa dell’alcool (ma non puzza) o di qualcos’altro. Le pupille però sono regolari, i riflessi sono presenti e non troppo annebbiati, quindi tendo ad escludere danni cerebrali. Quello che mi trovo davanti è un ragazzo sulla trentina, di aspetto meridionale (cosa confermata anche dal suo marcato accento siciliano), di media statura e corporatura snella ma muscolosa. Con qualche domanda, e un po’ interpretando le ingiurie che continua a lanciare a quelli fuori, riesco a ricostruire l’accaduto. Dal guardaroba del ristorante sono sparite alcune giacche, e così un paio di guardie giurate fuori servizio (e pure ubriache) hanno deciso di indagare per proprio conto, senza chiamare gli sbirri. Sono usciti nel parcheggio e si sono messi a perquisire le macchine presenti. Quella del mio paziente era aperta – lui dice che è rotta, e non riesce a chiuderla – e dentro c’erano alcune giacche. Ovviamente costui sosteneva che erano tutte sue, ma le guardie giurate non gli credono, e iniziano a pestarlo. Pugni in faccia e sotto la cintura. Quindi lo buttano per terra e cominciano a prenderlo a calci. Uno dei due estrae perfino la pistola, e gliela punta contro.
Qualcuno poi si decide a chiamare i carabinieri, i quali, giunti sul posto, sedano la rissa e chiamano noi. Il resto lo sapete già.
Una volta sull’ambulanza il giovane dapprima si corica sulla barella, dove gli allaccio immediatamente le cinture di sicurezza (che non si sa mai), intanto che cerco di tranquillizzarlo e di farlo parlare, per valutare lo stato di coscienza, e per capire se ha qualcosa di rotto. Quindi inizio a pulirgli il volto con disinfettante e soluzione fisiologica, per vedere se ha ferite profonde o sospette fratture degli zigomi. Intanto che lavoro, lui continua a urlare: "ma io ora vado a casa, prendo il fucile e li ammazzo tutti, io! A me, a me hanno puntato la pistola in faccia! Ma io li ammazzo!". Quindi mi ordina di slacciargli le cinture e di lasciarlo andare. Io eseguo, dal momento che non posso costringere nessuno a seguirmi, ma mi dimostro fermo e deciso nel convincerlo a restare. Lui è troppo infervorato: si slaccia la cintura dei pantaloni e comincia ad arrotolarsela attorno alla mano, quindi cerca di aprire il portellone per scendere. Io lo branco per la cintola, cerco di fermarlo e di convincerlo che, così, non risolve proprio nulla, ma semmai peggiora la situazione. Lui però non mi ascolta nemmeno, e poi sono da solo, perché il mio autista se ne guarda bene dal venire a darmi una mano, e lo stesso dicasi per i carabinieri, che se ne stanno in disparte a fumarsi una paglia. Così scendiamo entrambi dall’ambulanza, lui davanti, con la cintura fatta su attorno alla mano, nascosta dietro la schiena, e io che lo branco per cercare di trattenerlo. Lui non si divincola, non ne ha bisogno: anche se è più basso di me, sa come fare, e si comporta proprio come se io non ci fossi. Decido di mollarlo e di fare come tutti gli altri: stare a guardare. A un certo punto non vedo perché dovrei rischiare un occhio per fermare un coglione, tanto più che tutti i coglioni lì intnro sembrano tanto desiderosi di vedere un altro po’ di sangue.
Per fortuna però i due carabinieri decidono di gettar via le sigarette e di fare qualcosa: gli si parano davanti e lo spingono indietro. Quindi lo brancano uno per lato e lo riportano quasi di peso sull’ambulanza. Già, loro sono in due, e sono autorizzati ad usare la forza. Poi però, ovviamente, invece di farmi compagnia sull’ambulanza, scendono a fumarsi un’altra paglia.
Mi rimetto all’opera: finisco di disinfettargli il volto, e intanto cerco di calmarlo. Gli dico che la cosa migliore che lui possa fare adesso è farsi vedere da un medico e farsi rilasciare un certificato da presentare ai carabinieri, per denunciare i suoi aggressori. Senza certificato, non è possibile sporgere alcuna denuncia (e purtroppo lo so per esperienza personale). E poi è meglio andare in pronto soccorso, per vedere se ci sono delle fratture al volto o dei danni al torace. Non è prudente lasciar perdere.
Forse a causa dell’esaurimento delle forze, o forse perché ci so fare abbastanza, il paziente s’è messo giù tranquillo, ha dimezzato il numero di minacce per unità di tempo e ha cominciato a piangere come un bambino, probabilmente per la vergogna.
Alla fine riusciamo a partire (quando i carabinieri decidono che possiamo farlo, e vi assicuro che si sono presi tutto il tempo del mondo) e a trasportarlo in pronto soccorso. Durante il viaggio s’è chiuso in un mutismo allucinante, e a nulla sono valsi tutti i miei tentativi di farlo parlare un po’.
Da quello che mi ha detto però prima di partire, mi si è chiarito meglio un punto particolare: la vergogna da lui provata a causa del pestaggio.
Dei suoi trentadue anni, questo bel tomo se ne è fatti ben quindici di prigione. Mi mostra la mano destra, sulla quale sono tatuati cinque punti neri, disposti a croce. Una breve ricerca su Internet, compiuta ovviamente a posteriori, mi rivela il significato di quel simbolo: "solo (il punto centrale) tra quattro mura (i quattro punti laterali)". E’ il tatuaggio dei carcerati. E proprio perché in carcere c’è già stato, non gli importa di ritornarci: l’unica cosa che gli importa è la vendetta. Lui si è sempre fatto giustizia da solo, non vuole nemmeno sentire parlare di giustizia di stato. Lo stato per lui non esiste, non è nulla. Non gli ha mai saputo dare nulla, lo ha solo preso e sbattuto a marcire in galera a sedici anni. E allora deve aspettare che sia lo stato a punire i responsabili di quell’affronto, ammesso che lo stato abbia mai la voglia di farlo? No, molto più comodo andare a casa, prendere il fucile e farsi giustizia da solo, ancora una volta, infischiandosene delle conseguenze. L’onore val bene qualche anno di galera. E poi che soddisfazione puoi trarre dal fatto che sia qualcun altro a punire chi ti ha offeso?
Forse è proprio questo concetto che a noi manca, che ci sfugge del tutto, e finché non riusciremo ad afferrarlo, non comprenderemo mai il fenomeno della mafia, e non riusciremo mai ad estirparlo: l’onore.
Ci sono delitti compiuti per soldi, altri per amore, altri perché si è costretti. Ma la maggior parte dei delitti, i più tremendi perché più difficili in assoluto da giustificare, sono proprio quelli che conivolgono l’onore.
Che dire? l’uomo è proprio una gran brutta bestia.