Archive for agosto, 2005


Notizia di cronaca: due giorni fa un ragazzo marocchino di sedici anni è stato ritrovato cadavere nel greto del fiume Taro, in una località a pochi chilometri da Parma. Sembra che il giovane, tentando di guadare il fiume per raggiungere una piscina dall’altra parte, sia scivolato sui sassi bagnati, abbia battuto la testa e sia rimasto riverso a faccia in giù in una pozzanghera, privo di sensi, fino ad annegare. Gli investigatori però non escludono nessuna pista, nemmeno quella dell’omicidio a sfondo razziale.
Notizia di cronaca: ieri mattina un bambino marocchino di undici anni è stato investito, in località Collecchio, da un’automobile, ed è stato soccorso da una delle nostre ambulanze. Sembra, per fortuna, che le conseguenze dell’incidente siano minime: nessuna frattura evidente, nessun dolore forte.
Perché racconto questi episodi?
Perché stanotte, in turno in Assistenza, c’ero io, assieme ad una squadra di persone che conoscevo molto poco, ma che ritenevo intelligenti e simpatiche.
I commenti che ho sentito riguardo alla prima notizia che ho riportato: "Uno di meno!", "Dovrebbero fare tutti quella fine!", "Hanno fatto bene ad ammazzarlo", "Era ancora vivo e gli hanno piantato un piede in testa per tenerlo in acqua: hanno fatto bene!".
I commenti che ho sentito riguardo alla seconda notizia di cronaca: "Se ci fossi stato io, sull’ambulanza, so io come gliel’avrei messo, il collare!", "Io gli avrei staccato il collo!", "Io invece c’ero, e gli ho salvato la vita, perché se mi prendeva un raptus lo ammazzavo io, e invece mi sono trattenuto!".
Queste, in sostanza, le dichiarazioni rilasciate da persone che – come me – prestano servizio, alcune da molti anni, presso una Assistenza Volontaria. Persone che dedicano il proprio tempo, chi più saltuariamente, chi meno, all’assistenza del prossimo.
Se questi dovrebbero essere esempi positivi, mi domando, cosa dobbiamo aspettarci dagli altri?
E quando provi a ragionarci, a cercare di capire quali sono le motivazioni che li spingono a pensarla così, scopri che sotto non c’è nulla, solo frasi di circostanza sentite da qualcuno, piaciute e ripetute a macchinetta, senza capire. E qualcuno, addirittura, mi dice: "Quando eravamo noi ad emigrare in Germania, i tedeschi non ci trattavano certo bene!". Vaglielo a far capire che anche noi, come i marocchini, all’estero non esportavamo solo lavoro, ma anche – e soprattutto – violenza e criminalità. La mafia italiana è famosa in tutto il mondo. E non dimentichiamoci che è proprio la mafia italiana che fa i maggiori affari con i traffici di clandestini. Cerchiamo di pulire le nostre, di rogne, prima di fare discorsi xenofobi. Soprattutto, speravo che la memoria storica avesse ben altri effetti su una popolazione: dall’esempio del passato, cioè del trattamento a noi riservato da paesi come Germania, America, Inghilterra e tanti altri, quando eravamo noi ad immigrare, cosa dobbiamo imparare: a picchiare più di loro, o a fare in modo che non ci siano altri che subiscano le ingiustizie che noi stessi abbiamo sofferto?
Qualcun altro poi ha affermato: "Questi vengono qui e ci rubano il lavoro! E allora io dico, prima i nostri, e poi i loro!". Già, ma vaglielo a far capire, a questo qui, che i "nostri", a pulire il culo ai vecchi, o a fare gli spazzini comunali mica ci vanno! Perché i "nostri" non vogliono sporcarsi le mani con lavori così poco qualificati. E allora cosa facciamo? Buttiamo fuori tutti gli stranieri e lasciamo le strade piene di immondizia e i vecchi da soli? Alzi la mano chi non ha mai avuto, per il nonno, per il papà o per qualche altro parente, una badante extracomunitaria. E alzi invece la mano chi la badante ce l’ha avuta italiana, o anche solo europea. Secondo me saranno ben pochi, i secondi, e quasi tutti, i primi.

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Ieri mattina un uomo si è ucciso. Un signore di ottantasette anni ha deciso di farla finita, si è legato una corda al collo e ha scavalcato la ringhiera del balcone del primo piano, al quale aveva legato l’altra estremità della corda.
La scena che si è presentata ai miei colleghi – chiamati per soccorrerlo – è stata davvero triste: il cadavere penzolava dal balcone, affacciato sulla strada più trafficata del paese, e non è stato possibile rimuoverlo da lì se non un paio d’ore dopo, all’arrivo dell’autorizzazione del prefetto. E’ per questo che, almeno in parte, mi astengo dal mantenere il segreto professionale, che, in questi casi, mi imporrebbe il silenzio: non ho intenzione di fornire elementi utili all’identificazione di quella persona, ma, al tempo stesso, ieri chiunque passasse per quella via – e non sono stati in pochi – ha potuto vedere con i propri occhi tutta la scena, e purtroppo si sa bene che certe voci corrono molto veloci.
Tuttavia non è mia intenzione dilungarmi nella descrizione di particolari che io stesso non ho visto (il tutto mi è stato riferito); piuttosto, vorrei riflettere su un altro aspetto della vicenda.
Questo non è certo il primo suicidio di cui vengo a conoscenza, in tre anni e mezzo di servizio presso l’Assistenza, e di tutti questi eventi mi ha colpito un aspetto molto particolare: chi sceglie di farla finita non è, normalmente, una persona giovane e disagiata: non sono ragazzi, non sono adolescenti, e non sono nemmeno persone di mezz’età: solitamente sono tutti anziani. E’ una statistica allucinante.
L’ultimo, quello di ieri, era un signore di ottantasette anni, e si è impiccato al balcone. Il penultimo, qualche mese fa, era un signore di un’ottantina d’anni che si era impiccato alla ringhiera delle scale. Un’altra di cui ricordo era una signora sulla sessantina, con diversi problemi di depressione, impiccatasi al termosifone della camera da letto, con il cordone di un accappatoio.
Perché una persona anziana, con probabilmente poco tempo da vivere, con poche pene ancora da sopportare, deve arrivare a un gesto così estremo come il suicidio? Oltretutto, un suicidio così "spettacolare" come quello dell’impiccagione? Forse a quest’ultima domanda posso rispondere subito: io ho parlato solo di suicidi riusciti: numerose altre volte ci siamo trovati a salvare persone che il suicidio l’avevano tentato, nei modi più disparati: dal taglio delle vene all’intossicazione da farmaci; dai gas di scarico della macchina fino all’ingestione di acido. In tutti questi casi, siamo riusciti ad arrivare in tempo e a scongiurare il peggio. Ma con qualcuno che decide di impiccarsi non c’è mai nulla da fare: se il suicidio è stato architettato bene, la caduta del corpo porta il collo a spezzarsi, e a quel punto non c’è più nulla da fare. Una morte rapida e sicura.
Ma perché gli anziani? La società italiana, o in generale la società occidentale moderna, è una società in cui l’aspettativa di vita si è allungata tremendamente. Oggi una persona sa che potrebbe campare tranquillamente fino oltre gli ottant’anni, salvo casi sfortunati. Si sente parlare ogni giorno di invecchiamento della popolazione, e spesso si tende a dimenticare che questo fenomeno porta con sè strascichi piuttosto pesanti: lasciando da parte il problema sociale delle pensioni, parliamo di un altro problema, altrettanto sociale, che è quello della posizione che una persona di ottant’anni riveste nella nostra società.
Una volta, si sa, gli anziani erano rispettati e temuti, ed era il nonno il capo famiglia, ed era lui che prendeva tutte le decisioni all’interno della famiglia allargata, la famiglia contadina. Oggi, con le città e con i lavori moderni, gli anziani, che non possono più lavorare, sono sempre più abbandonati a se stessi, lasciati a marcire nel loro appartamento, con una badante filippina o senegalese, oppure rinchiusi in una casa di riposo, dove vengono tenuti a letto per venti ore al giorno, e su una sedia a rotelle per le restanti quattro ore.
Se aggiungiamo il fatto che l’età avanzata è sempre collegata ad acciacchi e malattie di ogni genere, e che un anziano diventa automaticamente dipendente da diverse scatole di medicinali al giorno, è ormai davvero semplice capire, da questa frettolosa analisi (che oltretutto, me ne rendo conto, è piena di luoghi comuni), come possa un anziano cadere in depressione, e decidere di farla finita.
Forse possiamo chiamarla eutanasia, piuttosto che suicidio. Tuttavia il suicido per impiccagione è una cosa talmente diversa dall’immagine dell’eutanasia che i media ci forniscono in continuazione, che mi vengono numerosi dubbi in proposito. Perché qualcuno dovrebbe scegliere, come "dolce morte", di buttarsi da un balcone con una corda al collo? Mi sembra più un gesto dovuto alla disperazione, piuttosto che una scelta consapevole per far cessare il proprio dolore. Anche perché, solitamente, una persona che sceglie l’eutanasia se ne va dal mondo in pace con esso, cercando di coinvolgere nel suo gesto le persone che gli stanno accanto, in modo che non gli serbino rancore: è difficile che un malato terminale che sceglie di morire lo faccia di nascosto dalla moglie, o dai figli, o comunque che non lasci nulla. Alla moglie del signore di ieri, invece, i famigliari hanno detto che è caduto dal balcone mentre annaffiava i fiori…
In conclusione, siamo proprio sicuri che la possibilità di arrivare ai novant’anni sia un vero vantaggio della nostra società? Io penso davvero di no. O, per lo meno, la cosa non mi alletta per nulla.

Oggi ho poca voglia di scrivere, sono pure un po’ inverso e una serie un po’ troppo lunga di cose – iniziata ieri notte a mezzanotte circa – mi ha fatto dormire poco e ragionare molto, ma non mi va di scriverne ora.
Ieri sera, invece, ho visto un film che ho trovato molto interessante: Le ali della libertà, di Frank Darabont (autore, tra l’altro, de Il miglio verde e Mission: Impossible 3). Gli attori protagonisti sono Tim Robbins e Morgan Freeman, entrambi a dir poco superlativi.
La vicenda si svolge quasi tutta all’interno di un carcere, dove i due protagonisti sono detenuti, entrambi per omicidio. Dopo un periodo iniziale di diffidenza, tra i due galeotti scatta l’amicizia, che li porterà ad attraversare una serie piuttosto lunga di vicende all’interno del carcere stesso. Di più non voglio dire, per non guastare la visione a chi ancora non lo conoscesse, tuttavia posso assicurare che si tratta di un film che vale la pena di essere visto. A tratti commovente, a tratti esilarante, essa tratta della catarsi di un uomo (che si ostina, malgrado le evidenze, a proclamarsi innocente) nell’inferno del carcere, e della corruzione che dilaga tra chi il carcere dovrebbe gestirlo. Il titolo originale dell’opera, del resto (The Shawshank Redemption), gioca proprio sul fatto che il carcere di Shawshank dovrebbe servire per redimere i carcerati, e non per alienarli, "istituzionalizzarli", renderli schiavi e incapaci anche solo di sognare una vita lontana da lì, costringerli a desiderare la morte.
Un bel film. Storia interessante – anche se c’è qualche lungaggine – e, davvero, interpreti superlativi. La voce di Morgan Freeman, che fa da narratore nei momenti di stacco dell’azione, ci prende per mano e ci racconta una storia che, davvero, val la pena di essere sentita.

La mia "vacanza" a casa di TheZar sta, purtroppo, volgendo al termine. Tra un giorno – due al massimo – si torna all’università, a studiare Economia e a iniziare a pensare all’argomento della tesi. Col primo di settembre, poi, inizierò anche il Servizio Civile Nazionale in Pubblica (il che significa che farò quel che già ora faccio, ma per lo meno mi pagheranno qualche soldo.
La laurea è prevista per dicembre, ma nel frattempo, da ottobre, dovrò seguire anche i corsi della specialistica: a gennaio inizieranno subito gli esami.
In mezzo a tutto questo casino, vorrei anche – possibilmente – trovare un po’ di tempo da dedicare alla ricerca di un moroso, giusto perché mi sto un po’ rompendo di questa bella situazione di nulla eterno…
Potrei ricominciare a uscire con un gruppo di studenti universitari gay che frequentavo un annetto fa, ed in effetti mi sono riproposto di riallacciare i contatti, tuttavia non mi aspetto molto su quel fronte: sono tutti ragazzi simpatici, e ce n’è pure qualcuno carino, ma – mediamente – appartengono tutti al genere di ragazzi che passano tre sere su sette in discoteca per rimorchiare ogni volta un tipo nuovo. E, onestamente, anche se con loro mi trovo bene e due chiacchiere le faccio molto volentieri, quello non è proprio il mio stile, e soprattutto non è il sesso occasionale quello che sto cercando. A dirla tutta, non sto cercando nemmeno il sesso. Mi spiego: per me, in una coppia, il sesso è una cosa fondamentale, ma non è il fine, semmai un mezzo per raggiungere il fine, che dovrebbe essere quello di amarsi e rispettarsi come persone. Forse sono un idealista, un romantico, non lo so, ma non sono disposto a scendere a compromessi. Non per ora.
Tornando al discorso del gruppo, tornerò a frequentarli, semrpe che trovi il tempo, ma non mi aspetto di trovare lì un ragazzo che vada bene per me. Tuttavia, se esiste anche solo un 1% di possibilità, val la pena di tentare. Come dice il buon TheZar, magari in quel gruppo ci finisce pure qualcun altro che la pensa come me…
Mi sto dando da fare anche su gaydar: ieri, coadiuvato dal solito TheZar, ho fatto una piccola ricerca e ho, in effetti, individuato qualche profilo interessante: ho provato a mandare qualche messaggio, e resto in attesa di risposta. Anche solo per un’amicizia. Anche se, in effetti, mi sento un po’ a disagio a ridurmi a cercare incontri su internet. Nemmeno quello sarebbe il mio stile. Ma purtroppo non ho molte scelte, e conoscere ragazzi gay non è poi così facile. Soprattutto perché io non vado in giro con braccialetti arcobaleno o magliette strane: sono abbastanza "insospettabile", e la scarsa visibilità non aiuta, in questi casi!
Odio le frasi fatte, ma non so davvero come concludere questo cavolo di post, quindi… chi vivrà, vedrà!

Iran - Minorenni impiccati perché gay.

Esaltato dalla possibilità di propinarvi le mie canzoni preferite, ho deciso di riempire il mio spazio su altervista con tutte le track di cui ho parlato in questo blog, dal suo inizio fino ad oggi. Potete recuperare i testi di ciascuna cliccando sul tag "musica" qui sotto.
Ho anche deciso di lasciar perdere la funzione di auto-play, in favore di coloro che hanno connessioni un po’ troppo lente.
Per ascoltare una canzone, basta fare un doppio click sul titolo. Buon divertimento!

Qualche tempo fa, quando ho iniziato questo blog, mi succedeva spesso di pubblicare i testi di alcune canzoni che ritenevo veramente significative, vuoi per il loro contenuto, vuoi per la bellezza della musica, vuoi per la poesia dei testi.
Purtroppo mi sono presto reso conto che pubblicare i testi senza poterne sentire la musica è, spesso, una cosa molto snaturante per una canzone. Ci sono autori, come Fabrizio De André, Roberto Vecchioni, Francesco Guccini, ma anche Leonard Cohen, Bob Dylan e tanti altri, i cui testi sono effettivamente delle vere e propre poesie (soprattutto per quanto riguarda il primo che ho citato, che è il mio mito indiscusso), tuttavia toglierli dal loro contesto naturale – che è la musica – significa far loro violenza.
Ed è per questo che ho deciso di aggiungere un nuovo servizio: si chiama radio.blog, e lo trovate in un pannello qui a lato.
Questo mi consentirà di pubblicare, oltre ai testi, anche le musiche, facendo cosa – a mio avviso – molto più sensata.
Come primo esempio, vorrei passarvi una canzone che ho fatto molta fatica a comprendere davvero. L’ho sempre ritenuta una canzonetta, senza troppe pretese né troppi significati. Ma, dato il suo autore, avrei dovuto prevedere molto prima che mi sbagliavo. Si tratta di Andrea, di Fabrizio De André.
La canzone dovrebbe partire in automatico all’avvio di radio.blog, quindi – se avete le casse accese – la voce calda di De André starà già riempiendo l’aria attorno a voi.
Vi riporto il testo:

Andrea s’è perso, s’è perso
e non sa tornare
Andrea s’è perso, s’è perso
e non sa tornare
Andrea aveva un amore
riccioli neri
Andrea aveva un dolore
riccioli neri.

C’era scritto sul foglio ch’era morto
sulla bandiera
c’era scritto e la firma era d’oro
era firma di re
ucciso sui monti
di Trento
dalla mitraglia
ucciso sui monti
di Trento
dalla mitraglia.

Occhi di bosco
contadino del regno
profilo francese
occhi di bosco
soldato del regno
profilo francese

e Andrea ha perso, ha perso l’amore
la perla più rara
e Andrea ha in bocca, in bocca un dolore
la perla più scura.

Andrea raccoglieva, raccoglieva violette
ai bordi del pozzo
Andrea gettava riccioli neri
nel cerchio del pozzo
il secchio gli disse, gli disse "Signore,
il pozzo è profondo
più fondo del fondo degli occhi
della notte del pianto".
Lui disse "Mi basta, mi basta che sia
più profondo di me"
lui disse "Mi basta, mi basta che sia
più profondo di me".

La canzone originale è contenuta nell’album Rimini, mentre la versione che ho scelto per voi, che è quella che De André ha cantato con la PFM, ha sonorità molto più rock.
Sentita così sembra quasi una storiella, una canzonetta. Ma leggendo meglio il testo, e facendosi prendere davvero dalla musica, si riesce ad afferrare il vero significato: il protagonista, Andrea, si suicida gettandosi in un pozzo "più fondo del fondo degli occhi/della notte del pianto", perché incapace di continuare a vivere dopo la perdita del suo amore, un ragazzo dai riccioli neri, ucciso durante la prima guerra mondiale, da una mitragliatrice, lontano, sui monti di Trento.
Si tratta di uno dei ritratti più belli e toccanti di un amore omosessuale che la canzone italiana ci abbia mai regalato: l’amore tra due uomini, calpestato non dal pregiudizio, questa volta, ma dalla malvagità dell’uomo, dalla sua continua sete di sangue, dalla guerra.
Anche l’immagine del potere, rappresentata dalla firma d’oro, firma di re, sul documento che certifica la mrote del soldato, è visto come qualcosa di lontano, freddo, distante: chi ha deciso la guerra ne sta lontano, non si immischia in quei lutti e in quei dolori, perché chi decide una guerra sta sempre dalla parte del torto. E questo, l’anarchico De André, con il suo pacifismo integrale, non manca mai di ricordarcelo.
Grazie, Faber, grazie per tutto quello che continui a regalarci.

Domani, 6 agosto, sarà il sessantesimo anniversario di uno degli attentati terroristici più impressionanti della storia dell’uomo: la strage di Hiroshima, rasa al suolo con una bomba atomica all’uranio (Little Boy). Tre giorni dopo, il 9 agosto 1945, fu rasa al suolo anche Nagasaki, stavolta con una bomba atomica al plutonio (Fat Man).
Basta una breve ricerca su Inernet per rendersi conto di quante persone si siano chieste il perché di tutto questo. Di particolare interesse, alcune pagine riportanti documenti dell’epoca:
– Una cronologia di documenti che hanno testimoniato lo svilupparsi della situazione.
– Una immagine del comunicato stampa che Truman rilasciò il giorno stesso del lancio della prima bomba atomica.
– Parti della trascrizione del discorso che Truman tenne alla nazione il 9 agosto, tre giorni dopo. Purtroppo non sono ancora riuscito a trovare il testo completo del discorso, ma quello che vi si legge è già abbastanza.
Che dire di tutto ciò? Iniziamo, come sempre, la nostra analisi dall’inizio: la costruzione della bomba atomica.
In America fior fiore di scienziati (tra l’altro quasi tutti stranieri, e tra loro anche il nostro Enrico Fermi), dal 1939 al 1945, hanno lavorato alacremente alla costruzione di un ordigno bellico che fosse in grado di utilizzare, a scopo distruttivo, l’energia atomica, prevalentemente proveniente dalla fissione di materiali radioattivi come l’uranio e il plutonio. La grande paura di quegli anni, che è poi anche la giustificazione che Truman e altri hanno adottato per tutti i miliardi di dollari spesi in quelle ricerche, era che anche i Tedeschi stessero lavorando allo stesso progetto, e che potessero arrivare prima degli americani ad una soluzione degli immani problemi da risolvere. In particolare, come trasportare la massa critica senza che si innescasse la reazione a catena prima del tempo; e come fare poi ad innescare tale reazione nel modo più distruttivo possibile.
Ma davvero i Tedeschi erano così vicini al successo? Molti storici hanno indagato il problema, e ad una conclusione molto affascinante è giunto un nutrito drappello di storici. Su tale idea si fonda anche il bellissimo testo teatrale di Copenaghen, scritto da Michael Frayn, spettacolo che ho avuto la fortuna di vedere anni fa al Piccolo Teatro di Milano. Ma qual era tale idea? E’ presto detto. L’opera di Michael Frayn si basa su un incontro, effettivamente avvenuto nel settembre 1941 a Copenhagen, tra Niels Bohr (grandissimo fisico danese, padre della meccanica quantistica e inventore del modello atomico cosiddetto planetario) e il suo ex alunno Werner Heisenberg (altro genio della fisica, noto soprattutto per il suo principio di indeterminazione, che ha completamente sconvolto la scienza e, soprattutto, la filosofia del Novecento). Di quell’incontro non si sa nulla: è fitto mistero su cosa si siano detti quei due. L’unico testimone della scena fu la moglie di Bohr. Frayn immagina che Heisenberg, Bohr e la moglie si ritrovino in un aldilà senza tempo, e riparlino di quell’incontro segreto. Gli spunti filosofici non mancano, e il testo di Frayn è davvero stupendo, ma quello che mi preme evidenziare qui è il fatto che, a detta di molti, e dello stesso Frayn (che ovviamente si basa su documenti storici molto precisi) i tedeschi fossero ben lungi dall’ottenere una bomba atomica. I loro studi non erano andati molto al di là di un prototipo di reattore per ottenere energia elettrica, e dal quale eventualmente ottenere uranio arricchito per studi ulteriori. Tale prototipo però non funzionò mai a regime, anche a causa del fatto che il luogo scelto per la sua costruzione – come del resto gran parte del territorio tedesco – era bersaglio di quotidiani bombardamenti che, ovviamente, avrebbero potuto porre in serissimo pericolo la vita di chi vi lavorava. Ma, al di là di questo, un’ipotesi avanzata da Frayn e soci sostiene che fosse stato lo stesso Heisenberg a manomettere, o sabotare, dall’interno tutti i piani del Reich. Come? Nel modo più insospettabile: sbagliando apposta i conti. Egli aveva infatti stimato che, per costruire una bomba atomica, sarebbe stata necessaria una quantità di materiale radioattivo svariate centinaia di volte maggiore di quella effettivamente necessaria, convincendo così il Fuhrer e i suoi scagnozzi che il progetto fosse irrealizzabile. Cosa abbia spinto Heisenberg a comportarsi così, effettivamente, non si sa: forse è stata la sua coscienza, forse invece le pressioni dello stesso Bohr, deciso antifascista, che potrebbe averlo convinto – o soltanto sospinto in quella direzione – in quel famoso incontro a Copenaghen. Anch’io, nel mio piccolo, sono abbastanza convinto che Heisenberg quei conti li abbia sbagliati apposta. E la cosa che me ne ha convinto è stata la constatazione che, poco tempo dopo la caduta del Reich, quando Heisenberg e i suoi colleghi tedeschi si trovavano prigionieri (più ospiti che prigionieri, per la verità) in Inghilterra, Heisenberg rifece quei conti e, stavolta, li azzeccò al centesimo di grammo. Fu un errore di distrazione, o piuttosto una manomissione? Non lo sapremo mai, probabilmente, ma quello che è ormai praticamente certo è che la Germania non sarebbe mai riuscita a costruire una bomba atomica.
Men che meno il Giappone, la cui unica difesa erano ormai i kamikaze, piloti pronti a sacrificare la vita pur di contribuire a salvare la patria, schiantandosi con aerei imbottiti di esplosivi sulle navi nemiche.
E sembra che tutto questo, in America, lo sapessero fin troppo bene: non dimentichiamoci che il servizio di spionaggio era efficacissimo, e sicuramente una cosa del genere non sarebbe passata inosservata.
Sta di fatto che, malgrado tutto, la bomba atomica fu pronta solo a guerra finita. Ormai la Germania era già caduta sconfitta, l’Italia era da un pezzo controllata dagli Alleati, e l’unica nazione ancora belligerante era il Giappone che – peraltro – era ad un passo dalla resa, e numerosi incontri diplomatici erano già stati fatti in questo senso.
Perché dunque le carneficine di Hiroshima e Nagasaki? Perché distruggere due intere città con un’arma di quella portata, quando ormai la cosa era inutile? A prescindere dal fatto che, a mio modesto parere, l’utilizzo di mezzi del genere su una popolazione civile inerme sarebbe stata un crimine orrendo anche se avesse avuto davvero una sua uilità per la fine di una guerra.
In quel giorno morirono circa 100.000 persone, un terzo della popolazione di Hiroshima. Entro la fine di quello stesso anno ne morirono altre 35.000. Le cifre sul numero totale di vittime da quel giorno in poi sono, purtroppo, molto contrastanti, anche perché un conto esatto sul lungo periodo è praticamente impossibile, ma c’è chi parla di oltre 230.000 decessi.
Il 9 agosto, a Nagasaki, persero la vita altre 70.000 persone, e, in mancanza di dati più precisi, vi lascio immaginare il numero di vittime sul lungo periodo.
La ragione del lancio delle bombe, dal momento che la loro utilità pratica sul fronte della guerra era inesistente, è da ricercare in numerosi altri fattori.
Sicuramente il lancio di due bombe di quella portata doveva essere un segnale chiarissimo della supremazia totale degli Stati Uniti su ogni altro Stato del mondo: una prova di forza inconfutabile che potesse spaventare i nemici e renderli rispettosi e docili come agnellini. Anche in vista del fatto che, a quell’epoca, l’URSS non aveva ancora l’atomica, ed era già vista come un possibile futuro nemico.
Inoltre, forse, c’era anche il bisogno di evitare la brutta figura di aver speso miliardi di dollari e faticato per tanti anni e poi arrivare tardi, a guerra finita, quando ormai la bomba non serviva più a nulla. E così, piuttosto che tenerla in magazzino…
Un’altra ragione per tirare quelle bombe – ed è una ragione, purtroppo, molto plausibile – poteva essere la volontà di sperimentare gli effetti di un’esplosione atomica su bersagli umani. Già alcuni test erano stati fatti sul suolo americano, in qualche deserto che ora non ricordo, tuttavia gli effetti sull’uomo erano ancora sconosciuti. E così perché perdere la possibilità di sperimentare due bombe diverse nel giro di una sola settimana? Una al plutonio, l’altra all’uranio. Quali cavie migliori dei musi gialli, che oltretutto in quei giorni sono gli unici ad avere la sfiga di essere ancora nemici ufficiali dell’America?
Il risultato? Centinaia di migliaia di vite spezzate, centinaia di migliaia di persone ammalate o storpiate. E perché? Per qualcosa che era poco più di un capriccio.
Ah, chiudo riportando una piccola citazione proveniente dal discorso radiofonico che Truman fece alla Nazione il 9 agosto 1945:
The world will note that the first atomic bomb was dropped on Hiroshima, a military base. That was because we wished in this first attack to avoid, insofar as possible, the killing of civilians. But that attack is only a warning of things to come. If Japan does not surrender, bombs will have to be dropped on her war industries and, unfortunately, thousands of civilian lives will be lost. I urge Japanese civilians to leave industrial cities immediately, and save themselves from destruction.
Traduco per chi ha problemi con l’inglese:
Il mondo noterà che la prima bomba atomica è stata sganciata su Hiroshima, una base militare. Questo perché abbiamo cercato, nel nostro primo attacco, di evitare, per quanto possibile, l’uccisione di civili. Ma questo attacco è solo un avvertimento di quello che deve ancora venire. Se il Giappone non si arrende, saremo costretti a sganciare bombe sulle sue industrie belliche e, sfortunatamente, centinaia di vite civili andranno perse. Io consiglio vivamente ai civili giapponesi di evacuare immediatamente le città industriali, e salvarsi dalla distruzione.
C’è bisogno di ricordare che le vittime delle due bombe atomiche furono quasi interamente civili?

Questa sera, dopo aver giocato un po’ a Doom III, ho deciso di guardarmi City of Angels, cosa che mi ero riproposto di fare da tempo.
Il film ha una colonna sonora per la quale l’aggettivo "meravigliosa" è riduttivo. Di essa fanno parte canzoni dolcissime e intense come Uninvited di Alanis Morissette, Iris dei Goo Goo Dolls e altre molto belle (tra gli altri autori figurano anche Eric Clapton e Peter Gabriel).
Eppure il film fa veramente cagare.
Attenzione, se non avete ancora visto il film e pensate di poterne ricavare qualcosa, non andate avanti a leggere, lasciate pur perdere, perché qui vi racconto in due parole la trama.
Immaginate di essere un angelo. Gli angeli cosa fanno? Beh, Dio non lo vedono mai, e non ne parlano manco quasi mai. Però si divertono a portar via le anime dei morti e a stare seduti davanti ai vecchietti che leggono nelle biblioteche. Ah, e mettono anche le mani sulle spalle della gente coinvolta nelle rapine: sia delle vittime, sia dei rapinatori. Insomma, un mestiere di merda.
Poi un giorno che succede? Beh, semplice: voi siete in una sala operatoria per portarvi via la solita anima sfigata, e… magia! Vi innamorate della dottoressa che sta compiendo l’operazione.
Solo che lei non può vedervi, e voi non volete farvi vedere da lei, perché, se è vero che siete perfetti e immortali, avete pure un grosso difetto: vi manca completamente il senso del tatto. Brutto vero? Non potete nemmeno masturbarvi… Però potete sedervi in bilico sui cartelli stradali in mezzo all’autostrada a conversare con i vostri colleghi, che secondo me è molto più fico.
Beh, fatto sta che voi decidete di dedicarvi anima e corpo a quella bellissima dottoressa (e devo dire che, anche se son frocio, Meg Ryan resta per me una delle donne più affascinanti del pianeta), e che succede? Beh, finalmente Dio si farà vedere, no? Richiamerà sicuramente all’ordine il suo angelo disperso, no? Macché! C’è di meglio! Per spiegare l’eresia cosa facciamo? Vi facciamo incontrare con un ex-angelo (ma pensa un po’!) che – casualmente – deve essere operato di cuore proprio da quella cara dottoressa, e lui vi spiegherà che, anche se siete angeli, avete pur sempre una cosa che vi può salvare: il libero arbitrio! Magia! E se accettate di "cadere", potete anche pensare di scoparvi quella bella gnoccolona. Già, ma come si fa a cadere? Beh, basta tuffarsi dal primo grattacielo che trovate. Anche Lucifero era un angelo caduto, no? Anche se non era caduto proprio da un grattacielo…
Beh, morale della favola: la dottoressa – alla quale il suo paziente-ex-angelo ha spifferato tutto – per convincervi a fare il salto vi dice che non vi vuole più vedere. Allora voi salite su qualcosa di ancora più alto delle Twin Towers (no, mica si poteva usare la storia dell’aereo! Se no il libero arbitrio dove se ne va?) e la fate finita. Vi svegliate e vi rendete immediatamente conto di essere una decalcomania sul marciapiede, e gli operai intorno vi guardano come foste un cretino drogato. Anzi, un cavallo dopato, che è più bello.
Al che correte come un pazzo sanguinante dalla vostra bella stallona e, dopo un paio di autostop e una rapina subita, giungete a casa sua, dove vi fate una bella scopata liberatoria.
Mentre fate la doccia, la vostra nuova dolce metà decide di andare a fare la spesa per farvi una sorpresa (già, perché oltre al tatto vi mancavano anche l’olfatto e il gusto: eravate ‘na schifezza, insomma) e riempirvi la bocca di dolciumi e simili. Solo che la mamma non le ha insegnato ad andare in bicicletta, o per lo meno non a tenere le mani sul manubrio e a guardare dove va. Ed è così che si va a stampare contro un TIR e muooooooore. Ma non prima di avervi rivisti e di avervi detto che vede gli angioletti che son venuti a prenderla…
Morale della favola: voi restate lì, come un cretino, a farvi il bagnetto nel mare, e tutti vissero felici e contenti.
Per me, è un film che fa cagare.

Navigando su www.gay.it, mi sono imbattuto in un articolo piuttosto interessante, riguardante la possibilità di "curare" l’omosessualità.
Nell’articolo, che potete leggere cliccando qui, si parla di alcune associazioni di medici, sia italiani che stranieri, che affermano di poter "riconvertire" gli omosessuali, "guarendoli" dalle loro "deviazioni".
Prima di parlare di queste "cure", di queste "terapie", conviene affrontare il discorso dal punto di partenza: che cos’è l’omosessualità? Siamo tutti d’accordo che per omosessualità si intende attrazione sessuale/fisica/sentimentale verso persone del proprio sesso. Quello che però provoca attrito nell’opinione pubblica, non è la definizione in sé, bensì la ricerca delle vere cause del fenomeno.
Su queste, l’intero mondo si scanna da secoli. C’è chi sostiene che si tratti di una malattia, e chi invece – più saggiamente – la ritiene una normale manifestazione della sessualità umana. C’è chi sostiene che la colpa sia tutta della società, o della famiglia, o comunque dell’educazione, e c’è invece chi invece si appella a ragioni genetiche o influenze pre-natali.
Ma la comunità scientifica internazionale che posizione ha assunto? Una breve ricerca su Internet ci fornisce la risposta:
Dal punto di vista scientifico l’omosessualità non è un vizio, non è una perversione, non è una malattia. Già nel 1973 l’APA (American Psychiatric Association) lo aveva stabilito, classificandola nel 1987 fra le varianti non patologiche della sessualità umana. Nel 1991 l’Organizzazione mondiale della sanità l’ha esclusa dalla classificazione delle malattie (clicca per la fonte).
Detto questo, la domanda che sorge spontanea è: che senso ha curare qualcosa che non è una malattia?
L’unica risposta possibile – perché, in effetti, una risposta c’è – è che non tutti gradiscono di essere gay. C’è chi proprio non riesce ad accettarsi, chi non vuole vivere da omosessuale, chi si sente malato e perverso. Ma si tratta di un disagio psicologico, e, questo sì, ha origini sicuramente sociali e culturali. Se una persona non riesce ad accettarsi, quasi sempre la colpa non è sua, e sicuramente non è della sua condizione, ma è della società e dell’educazione che ha ricevuto: la chiesa, la scuola, gli amici, gli scout, i discorsi di certuni in televisione, gli stereotipi… sono questi i veri problemi da risolvere, non l’omosessualità. Bisogna riformare, rifondare, rivoluzionare la società e il suo modo di vedere le cose, perché tentare di "curare" un omosessuale è impossibile, oltre che dannoso.
Impossibile perché, se effettivamente l’omosessualità è un fatto genetico (e recenti studi sembrano avvalorare questa ipotesi: trovate quiqui alcuni articoli in proposito), non si può modificare in alcun modo il corredo genetico di un individuo, almeno non finché questo è vivo.
Dannoso perché tutte queste terapie non faranno che aumentare i sensi di colpa e le frustrazioni dell’individuo, nel momento in cui egli si renderà conto dell’inefficacia della cura. In altre parole, la persona si sentirà un "malato incurabile", e questa concezione avrà ripercussioni gravissime sulla sua integrità psicofisica e sulla sua serenità esistenziale.
E’ per queste ragioni che considero chi cerca di "guarire" un omosessuale niente più che un volgare ciarlatano, oltre che un criminale: qualcuno che si comporta in modo eticamente scorretto per far soldi sulla pelle altrui.
Se si vogliono risolvere i problemi di accettazione da parte di un individuo omosessuale, la strada giusta non è la "conversione", bensì l’integrazione. E per raggiungere questo scopo, agire sull’individuo, spesso, non basta: bisogna agire sulla società.