Recentemente ho avuto modo di parlare di mafia e criminalità, e dell’attitudine della gente nei riguardi di questi fenomeni, soprattutto in meridione.
Pochi giorni fa, in uno dei miei ultimi turni in Pubblica, ho avuto modo di constatare di persona che esistono diverse persone che fanno dell’illegalità una vera e propria ragione di vita. Ma andiamo con ordine.
Per passare un sabato sera alternativo, ho deciso, come dicevo prima, di fare il turno, e così mi sono organizzato con alcuni colleghi per passare la serata in allegria.
Siamo rimasti fino a tarda notte a giocare a Diablo II in rete, finché, alle 2:30, è suonato il telefono della Centrale operativa, che ci ha passato un servizio piuttosto rognoso: una rissa alla Corte di Giarola, davanti al ristorante. Non abbiamo notizie sanitarie, comunque sembra che la persona sia cosciente, e che ci siano già i carabinieri ad attenderci. Procediamo in codice giallo, senza sirene.
Arrivati sul posto vediamo una macchina parcheggiata di traverso in mezzo al cortile, che blocca la strada. Una macchina vecchia, forse una vecchia Golf, non ricordo bene. Seduto al posto del conducente c’è qualcuno che non riusciamo a vedere, ed attorno a lui quattro o cinque persone che confabulano.
Smonto dall’ambulanza e faccio un paio di passi in direzione della macchina: la persona seduta al posto di guida si alza e, urlando insulti e improperi ad indirizzo di alcuni dei presenti, si dirige verso di me. Apro il portellone del vano sanitario, per far salire il paziente, il quale non mi guarda nemmeno, e continua ad urlare in direzione di qualcuno che non riesco ad identificare.
Riesco a farlo salire, chiudo il portellone e lo faccio distendere sulla barella. Ha il volto insanguinato e tumefatto, i jeans macchiati di sangue, e non sembra del tutto lucido. Non riesco a capire se sia a causa dell’alcool (ma non puzza) o di qualcos’altro. Le pupille però sono regolari, i riflessi sono presenti e non troppo annebbiati, quindi tendo ad escludere danni cerebrali. Quello che mi trovo davanti è un ragazzo sulla trentina, di aspetto meridionale (cosa confermata anche dal suo marcato accento siciliano), di media statura e corporatura snella ma muscolosa. Con qualche domanda, e un po’ interpretando le ingiurie che continua a lanciare a quelli fuori, riesco a ricostruire l’accaduto. Dal guardaroba del ristorante sono sparite alcune giacche, e così un paio di guardie giurate fuori servizio (e pure ubriache) hanno deciso di indagare per proprio conto, senza chiamare gli sbirri. Sono usciti nel parcheggio e si sono messi a perquisire le macchine presenti. Quella del mio paziente era aperta – lui dice che è rotta, e non riesce a chiuderla – e dentro c’erano alcune giacche. Ovviamente costui sosteneva che erano tutte sue, ma le guardie giurate non gli credono, e iniziano a pestarlo. Pugni in faccia e sotto la cintura. Quindi lo buttano per terra e cominciano a prenderlo a calci. Uno dei due estrae perfino la pistola, e gliela punta contro.
Qualcuno poi si decide a chiamare i carabinieri, i quali, giunti sul posto, sedano la rissa e chiamano noi. Il resto lo sapete già.
Una volta sull’ambulanza il giovane dapprima si corica sulla barella, dove gli allaccio immediatamente le cinture di sicurezza (che non si sa mai), intanto che cerco di tranquillizzarlo e di farlo parlare, per valutare lo stato di coscienza, e per capire se ha qualcosa di rotto. Quindi inizio a pulirgli il volto con disinfettante e soluzione fisiologica, per vedere se ha ferite profonde o sospette fratture degli zigomi. Intanto che lavoro, lui continua a urlare: "ma io ora vado a casa, prendo il fucile e li ammazzo tutti, io! A me, a me hanno puntato la pistola in faccia! Ma io li ammazzo!". Quindi mi ordina di slacciargli le cinture e di lasciarlo andare. Io eseguo, dal momento che non posso costringere nessuno a seguirmi, ma mi dimostro fermo e deciso nel convincerlo a restare. Lui è troppo infervorato: si slaccia la cintura dei pantaloni e comincia ad arrotolarsela attorno alla mano, quindi cerca di aprire il portellone per scendere. Io lo branco per la cintola, cerco di fermarlo e di convincerlo che, così, non risolve proprio nulla, ma semmai peggiora la situazione. Lui però non mi ascolta nemmeno, e poi sono da solo, perché il mio autista se ne guarda bene dal venire a darmi una mano, e lo stesso dicasi per i carabinieri, che se ne stanno in disparte a fumarsi una paglia. Così scendiamo entrambi dall’ambulanza, lui davanti, con la cintura fatta su attorno alla mano, nascosta dietro la schiena, e io che lo branco per cercare di trattenerlo. Lui non si divincola, non ne ha bisogno: anche se è più basso di me, sa come fare, e si comporta proprio come se io non ci fossi. Decido di mollarlo e di fare come tutti gli altri: stare a guardare. A un certo punto non vedo perché dovrei rischiare un occhio per fermare un coglione, tanto più che tutti i coglioni lì intnro sembrano tanto desiderosi di vedere un altro po’ di sangue.
Per fortuna però i due carabinieri decidono di gettar via le sigarette e di fare qualcosa: gli si parano davanti e lo spingono indietro. Quindi lo brancano uno per lato e lo riportano quasi di peso sull’ambulanza. Già, loro sono in due, e sono autorizzati ad usare la forza. Poi però, ovviamente, invece di farmi compagnia sull’ambulanza, scendono a fumarsi un’altra paglia.
Mi rimetto all’opera: finisco di disinfettargli il volto, e intanto cerco di calmarlo. Gli dico che la cosa migliore che lui possa fare adesso è farsi vedere da un medico e farsi rilasciare un certificato da presentare ai carabinieri, per denunciare i suoi aggressori. Senza certificato, non è possibile sporgere alcuna denuncia (e purtroppo lo so per esperienza personale). E poi è meglio andare in pronto soccorso, per vedere se ci sono delle fratture al volto o dei danni al torace. Non è prudente lasciar perdere.
Forse a causa dell’esaurimento delle forze, o forse perché ci so fare abbastanza, il paziente s’è messo giù tranquillo, ha dimezzato il numero di minacce per unità di tempo e ha cominciato a piangere come un bambino, probabilmente per la vergogna.
Alla fine riusciamo a partire (quando i carabinieri decidono che possiamo farlo, e vi assicuro che si sono presi tutto il tempo del mondo) e a trasportarlo in pronto soccorso. Durante il viaggio s’è chiuso in un mutismo allucinante, e a nulla sono valsi tutti i miei tentativi di farlo parlare un po’.
Da quello che mi ha detto però prima di partire, mi si è chiarito meglio un punto particolare: la vergogna da lui provata a causa del pestaggio.
Dei suoi trentadue anni, questo bel tomo se ne è fatti ben quindici di prigione. Mi mostra la mano destra, sulla quale sono tatuati cinque punti neri, disposti a croce. Una breve ricerca su Internet, compiuta ovviamente a posteriori, mi rivela il significato di quel simbolo: "solo (il punto centrale) tra quattro mura (i quattro punti laterali)". E’ il tatuaggio dei carcerati. E proprio perché in carcere c’è già stato, non gli importa di ritornarci: l’unica cosa che gli importa è la vendetta. Lui si è sempre fatto giustizia da solo, non vuole nemmeno sentire parlare di giustizia di stato. Lo stato per lui non esiste, non è nulla. Non gli ha mai saputo dare nulla, lo ha solo preso e sbattuto a marcire in galera a sedici anni. E allora deve aspettare che sia lo stato a punire i responsabili di quell’affronto, ammesso che lo stato abbia mai la voglia di farlo? No, molto più comodo andare a casa, prendere il fucile e farsi giustizia da solo, ancora una volta, infischiandosene delle conseguenze. L’onore val bene qualche anno di galera. E poi che soddisfazione puoi trarre dal fatto che sia qualcun altro a punire chi ti ha offeso?
Forse è proprio questo concetto che a noi manca, che ci sfugge del tutto, e finché non riusciremo ad afferrarlo, non comprenderemo mai il fenomeno della mafia, e non riusciremo mai ad estirparlo: l’onore.
Ci sono delitti compiuti per soldi, altri per amore, altri perché si è costretti. Ma la maggior parte dei delitti, i più tremendi perché più difficili in assoluto da giustificare, sono proprio quelli che conivolgono l’onore.
Che dire? l’uomo è proprio una gran brutta bestia.

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