Archive for settembre, 2007


LA PEDOFILIA FA SCHIFO

La pedofilia non solo è un reato, ma è anche un abominio, una grande schifezza. Questo lasciatemelo dire, per prima cosa, dal momento che qualcuno ha già iniziato ad accusarmi di difendere tale pratica.

Mi sento in dovere di scrivere alcune precisazioni riguardo al mio ultimo post, anche e soprattutto per difendere il mio nome da eventuali accuse del tutto fuori luogo.

Punto primo: perché ho scritto quel post? Probabilmente non è abbastanza chiaro dal cappello introduttivo del post stesso, quindi mi spiegherò meglio qui. Durante la conversazione con il mio amico, lui – per difendere l’omosessualità – ha tirato fuori l’esempio dell’antica Grecia, nella quale – a suo dire – l’Amore vero, quello con la A maiuscola (quello che è, di per sè, una tautologia, come dice DarioServenti) era concepibile soltanto tra uomini.
Nulla di più sbagliato.
Ne ho fin sopra i capelli di gente che continua a giustificare l’omosessualità con l’esempio dell’antica Grecia.
I greci non erano omosessuali, erano pederasti. E la pederastia, intesa come rapporto sessuale e/o amoroso tra un adulto e un fanciullo (sia esso consenziente o meno), è completamente disgiunta dall’omosessualità, intsa come rapporto sessuale e/o amoroso tra due adulti maturi e consenzienti. Nell’antica Grecia, i rapporti di pederastia erano consentiti, come mi informa DarioServenti in una interessante mail, soltanto tra adulti e giovani tra i 12 e i 18 anni. I rapporti con giovani di meno di 12 anni erano considerati un reato e un abominio già all’epoca, almeno in teoria (perché esistono diverse testimonianze del fatto che la prassi fosse purtroppo diversa). Allo stesso modo, erano altrettanto pubblicamente condannati i rapporti omosessuali tra due adulti maggiorenni. Come già dissi nel post precedente, un uomo che, dopo i 18 anni, continuasse a svolgere un ruolo sessualmente passivo, era considerato un "finocchio", e disprezzato. Quindi, ripeto, i greci non erano un popolo di omosessuali. O, quanto meno, non incoraggiavano affatto l’omosessualità. Ovvio che i gay c’erano anche all’epoca, ma non avevano la vita molto più facile di come sia ora, anzi.
Quanto all’Amore vero, se da una parte è certo che diversi autori e filosofi (Platone e Socrate in primis) e diversi poeti (Alceo e Anacreonte) parlano di questa forma di amore pederasta tra discepolo e maestro come della forma più alta di amore concepibile, signori miei, siamo realisti: se siamo arrivati al ventesimo secolo è perché anche ai greci, come alla – purtroppo – maggioranza dell’umanità, piaceva la figa, per usare un eufemismo. E poesia e letteratura greche sono piene zeppe di episodi che descrivono forme altissime di amore eterosessuale. Oltretutto, mi informa il buon Dario, il buon vecchio Freud diceva: "La differenza più incisiva tra la vita amorosa del mondo antico e quella nostra risiede nel fatto che l’antichità sottolineava la pulsione, noi invece sottolineiamo il suo oggetto. Gli antichi esaltavano la pulsione ed erano disposti a nobilitare con essa anche un oggetto inferiore, mentre noi stimiamo poco l’attività pulsionale di per sé e la giustifichiamo soltanto per le qualità eminenti dell’oggetto". In pratica, i greci erano innamorati dell’Amore, e lo praticavano alla grande in tutti i modi conosciuti e sconosciuti. Soprattutto con le donne.

Punto secondo: analizziamo il rapporto esistente tra discepolo e maestro, questo rapporto che io tendo a distinguere in maniera piuttosto netta dalla pedofilia moderna (e, a questo punto aggiungo, anche dalla pedofilia greca intesa come rapporti vietati con bambini di meno di dodici anni). Ci sono un’infinità di cose da chiarire a questo proposito.
Innanzitutto, riconosco di aver fatto di tutte l’erbe un fascio, e di aver parlato generalizzando troppo. Non era tutto buono, casto e puro nemmeno all’epoca: Plutarco ci informa con indignazione che, purtroppo, i rapporti sessuali con minori di dodici anni, anche se condannati in teoria, erano invece praticati. Non spesso, ma in maniera significativa. E già questo è un grosso punto a sfavore del mondo greco, un punto in cui si evidenzia una bella nota di ipocrisia.
Altra cosa che, nel mio precedente post, ho colpevolmente ignorato, è il fatto che non sempre i genitori del fanciullo approvavano il rapporto di pederastia che il maestro intratteneva con lui. Anzi, un buon numero di volte il papà si incazzava come un drago, e in un diverse occasioni la cosa finiva a bastonate. Tuttavia, molte volte la cosa era non solo accettata, ma anche ufficializzata ed incoraggiata dai genitori stessi degli alunni.
Quanto agli alunni, i fanciulli, vorrei cercare di spiegarvi perché non penso si possa parlare di violenza nei loro confronti, per lo meno non nella totalità dei casi.
Per provare a spiegarvelo, vi propongo un gioco. Prendiamo il cuginetto dodicenne, e immaginiamocelo per un attimo mentre lotta, tutto nudo e cosparso d’olio, con un suo coetaneo in una palestra dell’antica Atene. Poi prendiamo il lattaio, o il fornaio, o il prete, o un altro adulto che avete ben presente, lo vestiamo di una toga bianca, una corona d’alloro in testa e lo mettiamo a girovagare con sguardo lascivo in quella stessa palestra.
Ci siete? Avete ben presente la scena? Mi pare sia facile, perché è quello che un po’ tutti visualizzano quando pensano all’antica Grecia, non è così? Bene, ora potete cancellarla, dimenticarla, quell’immagine.
Non possiamo ragionare inserendo persone di oggi, con la cultura e l’educazione di oggi – per forza di cose cristiana e cattolica (non dimentichiamo che, per la nostra cultura, "prenderlo nel culo" è sinonimo di umiliazione; e soprattutto ci convincono fin da bambini che prenderlo nel culo fa male: niente di più sbagliato, provare per credere; non solo non fa male, ma è pure piacevole) – non possiamo, dicevo, inserire queste persone in un contesto pseudo-antico e giudicare un fenomeno di duemilacinquecento anni fa con lo stesso metro di giudizio che usiamo per i fatti contemporanei. Altrimenti, che dovremmo dire delle usanze dei faraoni di far costruire enormi piramidi di pietra al prezzo di infinite vite umane? O di far murare nelle piramidi stesse, alla propria morte, pure tutte le concubine e la servitù? Perché quelle cose, viste oggi, ci affascinano così tanto?
Per giudicare ciò che avveniva allora, dobbiamo calarci nella mentalità dell’epoca, pensare come una persona dell’epoca, e capire quello che capiva una persona dell’epoca.
Per l’epoca, la pederastia era un fenomeno normale e diffusamente accettato. Per questo, le "vittime" non si sentivano affatto tali – e qui aggiungo un: nella maggior parte dei casi; perché c’erano, ed è vero, numerose eccezioni a questa regola – ma si sentivano, anzi, privilegiate per ciò che ricevevano: educazione ed affetto. Un affetto malato, direte voi. Vero, se lo guardiamo con i nostri occhi. Ma se lo guardiamo con gli occhi di una persona dell’epoca – e mi riferisco anche al ragazzo, non solo al maestro – non v’era nulla di malato in tutto ciò. Per questo il ragazzo non la sentiva come una violenza, ma la accettava come una cosa normale. Ripeto, di eccezioni ce n’erano eccome, ma ovviamente non si può mai generalizzare. Cosa che io, invece, ho fatto nel mio post precedente, e me ne scuso. Quindi, se è vero che il rapporto era asimmetrico, e coinvolgeva un giovane immaturo e inesperto, è altresì vero che le età di cui stiamo parlando vanno rapportate a un mondo completamente diverso dal nostro. La maturità sessuale e sociale veniva raggiunta molto prima, e la durata media della vita era molto più bassa. A diciotto anni un ragazzo era sicuramente molto più maturo, per forza di cose, di quanto non lo sia un suo coetaneo oggi, e lo stesso si può dire di quando ne aveva 12. Alcibiade aveva 18 anni quando Socrate, il suo futuro maestro, gli salvò la vita durante una battaglia. Alessandro Magno aveva 16 anni quando gli fu affidata per la prima volta la reggenza di Babilonia, e ne aveva 20 quando iniziò le sue irrefrenabili conquiste come re di Macedonia. Certo, questi sono due esempi illustri, non erano certo tutti così; ma all’epoca i ragazzi non restavano in casa fino a 30 anni, sapete? Era un po’ diverso.
Quindi, prima di giudicare gli antichi Greci con il nostro metro moderno, pensiamoci su due volte.

Ora, è venuto il momento di ribadire il mio netto e sentito no alla pedofilia o pederastia moderma. Mi sono già espresso a sufficienza nel mio post precedente, penso, ma rincarare la dose non guasta, in questi casi.
Dimentichiamoci dell’antica Grecia, parliamo di oggi. Parliamo del rapporto sessuale e/o amoroso di un adulto di oggi con un bambino/ragazzo di oggi, di qualunque età al di sotto dei 18 anni. Perché dico che tali rapporti sono criminali? Semplice: perché costituiscono effettivamente violenza, psicologica prima che fisica. Perché? Per una serie infinita di motivi. Prima di tutto, perché un bambino, oggi, viene educato fin da piccolo a sapere che certe cose sono sbagliate. Il bambino o il ragazzo che viene sorpreso a toccarsi o a masturbarsi è spesso rimproverato dai genitori; se poi sta giocando al dottore con un amico o un’amica, le cose sono anche peggio. Pure il prete, quando ti confessi, ti chiede se hai mai commesso atti impuri da solo o in compagnia. Avevo dodici anni quando mi posero questa domanda per la prima volta… e a dodici anni manco potevo immaginare cosa potesse voler dire! Quindi, in generale, per un bambino le attività sessuali di qualunque genere sono spesso associate a notevoli sensi di colpa. Se poi è un adulto ad intromettersi nella sua vita sessuale, sia il bambino che l’adulto percepiscono la cosa come qualcosa di sbagliato, di proibito, di clandestino, e per questo il bambino ne rimane assolutamente e tragicamente traumatizzato. La violenza fisica, già di per sé gravissima, diventa nulla in confronto alle conseguenze psicologiche del gesto: il bambino perde la fiducia nel prossimo, si chiude in se stesso, non è più in grado di vivere una vita sessuale ed affettiva serena e responsabile, perché percepisce come cattivo chiunque voglia amarlo, anche nell’età adulta. In pratica, un bambino che sia rimasto vittima di un abuso sessuale, oggi – anche se magari l’adulto non voleva fargli danno, o non pensava di farlo – soffre conseguenze gravissime e imperdonabili per l’atto di irresponsabilità criminale compiuto da un adulto che dovrebbe, invece, difenderlo a costo della propria stessa vita!
Il pedofilo, oggi, sa di essere dalla parte del torto, e torto marcio; ma è una persona malata, e sicuramente è una persona incapace di trattenere le proprie pulsioni morbose. Quindi cosa fa? Pur di avere l’oggetto del suo desiderio è pronto a tutto. Così abbiamo pedofili che uccidono, che sequestrano, che picchiano, che stuprano, che torturano. Ma, anche quando non ricorrono a queste forme di violenza così plateale, i pedofili si circondano sempre di un’aura di mistero: comprano il tuo silenzio, dicono che vogliono solo giocare con te, e che è un gioco innocente, ma poi ti ingiungono di non dirlo a nessuno, magari ti minacciano. E il bambino, anche nella migliore delle ipotesi, percepisce perfettamente il fatto che c’è qualcosa che non va, e anche nel caso in cui l’adulto sia gentile con lui, si sente preso in una morsa dalla quale non può uscire: per la vergogna, per la paura. Anche quando l’adulto si limiti a guardare e non toccare, vi è comunque violenza, perché questa forma di violenza psicologica è infinitamente più pericolosa della violenza fisica vera e propria, che pure contribuisce ad ingigantirla ulteriormente.
Per questo dico che ogni forma di pedofilia o pederastia, nella nostra società, è sbagliata ed aberrante, e deve essere punita con pene severissime ed esemplari.

Concludo con un’ultima precisazione: le mie parole non devono in alcun modo essere lette come una nostaligia per ciò che accadeva in Grecia, nè come forma di incoraggiamento ad atti che ritengo come criminali e sbagliatissimi. La pedofilia e la pederastia, nella nostra società moderna, non sono possibili sotto nessuna forma, né possono essere in alcun modo giustificate: possono solo essere condannate con forza e decisione. Ed è un bene che sia così. L’Amore, come dice DarioServenti, può e deve esistere tra un bambino e i suoi genitori, certo. Ma non confondiamo questa forma d’Amore con quell’altra forma di Amore che prevede anche il sesso come condimento. Il sesso deve essere sempre confinato a rapporti consenzienti tra adulti responsabili e maturi. Se manca anche una sola di queste premesse, allora si è inevitabilmente nel torto.

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Ah, la Grecia…

Signore e signori, sono vivo.
Qualcuno iniziava a dubitarlo, lo so, ma la pellaccia la vendo cara, e non ho nessuna intenzione di accettare contrattazioni ora.
Sono tornato da una settimana in Italia, ma non mi tratterrò a lungo: agli inizi di ottobre ripartirò per la mia amata Valencia, dove trascorrerò altri sei mesi minimo, per fare la tesi.

Che dire? Ora sono completamente sommerso dagli esami, ma ho ancora il tempo – e qualche neurone rimasto – per riflettere un po’ su alcune cose.

L’altro giorno ho incontrato all’università un ragazzo che non vedevo da anni, o con il quale comunque non parlavo da anni. È il figlio di amici di famiglia, e abbiamo fatto diverse vacanze insieme (in un gruppo di 10 bambini minimo) un po’ ovunque in giro per l’Europa. Lui ha l’età di mio fratello (tre anni in meno di me) e da bambino ha sempre avuto un carattere un tantino impossibile. Diciamo che era una peste.
Rivederlo dopo tanti anni mi ha fatto un effetto molto strano, soprattutto perché la piccola peste ha lasciato il posto a un ragazzo molto intelligente, che studia architettura, cita De André dichiarandolo il suo mito indiscusso, passa il suo tempo leggendo libri di filosofia, e sogna di trasferirsi in una città più aperta e culturale di Parma. Inutile dire che è tutt’altro che un "nerd": è invece un ragazzo carino e da l’impressione di essere uomo di mondo, anche se non lo posso dire con certezza, dal momento che non lo frequento da anni.

Già durante l’Erasmus, avevo compiuto un interessante esperimento su me stesso: ho sempre detto della mia omosessualità a tutti quelli che ho conosciuto. Diciamo che era una sorta di sondaggio: vedere come gli altri la prendevano. Solo uno – un perfetto cretino, ed è pure di Parma – ha avuto dapprima qualche problema ad afferrare il concetto (non sapevo più come farglielo capire, visto che dirglielo non bastava), e ha iniziato poi ad evitarmi da quando si è reso conto di aver fatto una fila immensa di figure di merda con me e i miei amici: ogni volta che ci incontrava, riusciva sempre a fare battute cattive sugli omosessuali, tanto che, dopo un po’, mi ero anche stancato di smontarlo.

Perché vi dicevo di questo esperimento? Semplice, perché ho continuato a farlo anche qui a Parma, e l’ho detto anche a questo mio amico. Il quale non solo l’ha presa benissimo, ma ha pure deciso di interrompere lo studio per venirsi a fumare una sigaretta fuori (no, fumava lui, io non fumo) e far due chiacchiere con calma. Tranquilli, lui è etero, non vi sto raccontando una storia sconcia. Ma, da quel momento, l’argomento della conversazione è stato quasi tutto incentrato sull’omosessualità.

Si parlava, ovviamente, di accettazione da parte della società. Lui, dimostrando di avere una certa qual cultura, mi cita l’esempio dell’antica Grecia, e del rapporto amoroso tra uomini. Certo, era vero, a quell’epoca si pensava che il vero Amore, intellettuale prima che fisico, ma anche e sicuramente fisico, fosse riservato a rapporti omosessuali. Quello che, purtroppo, il mio amico non sapeva è che tali rapporti erano riservati esclusivamente a persone di estremamente diversa età, ed avevano rituali e ruoli molto ben precisi. L’amante, il maestro, era colui che corteggiava il fanciullo, l’amato, e anche a letto i loro ruoli erano molto ben precisi: il maestro doveva essere attivo, e passivo il fanciullo. Non si scampava, quella era l’etichetta. E un’altra regola era: tutto ciò era giusto, sacrosanto e bello, ma soltanto finché al giovane non spuntavano i primi peli della barba. A quel punto, il rapporto fisico doveva cessare per lasciare il posto ad una relazione di amicizia profonda, propria di due persone adulte. Un ragazzo che continuasse a fare il passivo anche dopo l’età stabilita era visto come un effeminato, ed esisteva anche un termine dispregiativo, in greco, per indicare tale situazione: "malaka", mollaccione. Un po’ come il nostro "finocchio".
Gli antichi greci, in sostanza, non erano omosessuali: erano pederasti.
Ma attenzione! Qui ci sono molte precisazioni da fare. Prima di tutto, certamente si trattava di rapporti omosessuali, ma tale omosessualità era del tutto culturale, e non aveva nessuna componente ereditaria/cromosomica/genetica. Gli adulti giacevano con i bambini perché, per la società del tempo, era normale fare così. Quindi, uomini e donne di oggi, riflettete su una cosa: il vostro storcere il naso di fronte al pensiero di poter avere un rapporto omosessuale è frutto solo e soltanto dell’educazione che vi è stata impartita (leggi: Chiesa Cattolica, ma non solo). Voi stessi, se foste nati in altre epoche e in altri contesti, voi con il vostro corredo genetico e tutto quanto, non avreste avuto nulla da ridire di fronte a un rapporto omosessuale.
Seconda precisazione: la pederastia greca non ha nulla a che vedere con la pedofilia (o pederastia) contemporanea, che è a tutti gli effetti un crimine. E sapete perché? Guarda caso, ancora una volta si parla della società, e della cultura.
Per un bambino greco non era solo normale, ma era anche bello e desiderabile avere un amante e maestro. Il bambino veniva educato a lasciarsi corteggiare, e gli veniva spiegato dai suoi stessi genitori che non solo non c’era nulla di male, ma era anzi cosa buona e giusta. L’intera società approvava e incoraggiava tali rapporti, e quindi non v’era segno di violenza alcuna, né fisica né psicologica.
Ma oggi, guardiamo cosa succede oggi: un bambino viene educato fin dalla prima infanzia a sapere che il sesso è una cosa da adulti, e che è peccato, e che è qualcosa di sporco e brutto che forse un giorno capirà, ma per il momento è meglio se gioca coi lego. Nessun adulto normale e sano di mente vorrebbe mai avere un rapporto con un bambino, né un bambino potrebbe desiderarlo. Soltanto adulti patologicamente spostati si lasciano andare ad atti di libidine spesso violenta, e il trauma subíto dal bambino è frutto di tante cose assieme: il senso di colpa del pedofilo stesso, che un bambino non può non avvertire; la clandestinità dell’atto; la condanna di tutti coloro che gli stanno attorno; il senso di colpa legato al sesso, ed imposto dalla cultura imperante. Tutto ciò fa sì che, oggi come oggi, un rapporto discepolo-maestro come quello che si profilava nell’antica Grecia è non solo del tutto impossibile, ma anche assolutamente lontano da ogni nostro modo di agire e di pensare. Oggi come oggi, un pedofilo traumatizza il bambino sempre e comunque, anche se lo fa pensando di fargli del bene, e di amarlo. Perché oggi alcuni pedofili uccidono? Per eliminare le prove del loro reato, e per evitare di essere additati come mostri da tutto il resto della società. Il fatto che poi vengano regolarmente beccati, processati e condannati non fa che dimostrare quanto la loro psiche sia danneggiata: tanto da non rendersi conto che, così facendo, sono davvero dei mostri.

Cosa voglio dimostrare con questo mio discorso? Spero che vi siate resi conto che non sto affatto difendendo i pedofili, né sto accusando la società di impedire la pedofilia: personalmente, io credo che l’Amore vero si manifesti solo tra persone adulte e consenzienti, e soprattutto capaci di intendere e di volere, e capaci di amare. Allora, cosa voglio dire? Semplicemente questo: non si può mai, e sottolineo mai, astrarre un comportamento dal suo contesto. La pederastia greca era possibile (e non solo era possibile, ma era anche buona e giusta) proprio perché era la società ad incoraggiarla, e non veniva avvertita da nessuno come violenza. La pedofilia oggi è non solo impossibile, ma anche sbagliata ed obrobriosa, perché ferisce profondamente il bambino, gli rovina la vita, lo colpevolizza, lo rende una vittima e spesso lo rende incapace di vivere, da adulto, un vero rapporto amoroso, perché ha perso tutta la capacità di fidarsi del prossimo e di donarsi. Cosa che, se manca, impedisce all’amore di crescere.