Archive for dicembre, 2004


Post scritto ieri sera, e non inviato per problemi tecnici: provvedo ora.

Stasera sono piuttosto contento. Sono uscito con un amico piuttosto recente, un ragazzo che ho conosciuto un paio d’anni fa in pubblica: ci siamo iscritti nello stesso periodo, abbiamo fatto il corso assieme e ci siamo anche trovati in ufficio comando assieme. Malgrado questo, fino a quest’estate non ci eravamo praticamente mai parlati. Non saprei proprio dire chi dei due sia il più timido. Poi ci siamo trovati a fare una notte assieme, a metà agosto. Ci siamo messi in cucina, a far da mangiare, e una parola tira l’altra: lui aveva parecchie cose di cui sfogarsi, e pure io avevo la mia dose. Entrambi, malgrado la timidezza, ci siamo aperti, dicendoci cose delle quali solitamente si rendon partecipi solo gli amici più fidati. Del nostro dialogo, del mio "outing" e della sua reazione (era piuttosto stupito, ma ha accettato la cosa senza problemi) ho già parlato in un post di qualche mese fa. Poi per qualche mese abbiamo continuato a vederci solo in pubblica, occasionalmente, e, quando capitava di restare un momento soli, ci "aggiornavamo" un po’ sui reciproci guai. Poi, quando al cinema è uscito "La mala educaciòn", l’ho invitato a venire a vederlo con la nostra compagnia. Da allora ha cominciato ad uscire qualche volta con noi (anche se, a causa della sua timidezza, e della timidezza di qualcun altro del gruppo, non s’è ambientato proprio subito benissimo). Comunque ha perseverato, e la cosa mi aveva fatto molto piacere. Poi, improvvisamente, ha cominciato a reclinare ogni invito, anche in pubblica s’è fatto un po’ sfuggente, un saluto e via, e io non riuscivo a capire perché. L’avevo anche invitato per Capodanno, e subito s’era detto più che contento, ma poi ha cominciato a dirsi un po’ insicuro, promettendo spiegazioni che poi non dava. Io ci sono rimasto un po’ male, e ho cominciato a chiedermi cosa mai potessi avergli fatto, ma, malgrado un approfondito esame di coscienza, non sono riuscito a trovare nulla di strano nel mio comportamento con lui. Poi, finalmente, stamattina, l’occasione giusta per parlare: io passo in pubblica per aggiustare un computer, lui è in turno. Sembra in giornata buona. Ci salutiamo, poi io mi dirigo in ufficio per mettermi a lavorare su quel PC. Dopo pochi minuti, lui entra e mi dice: "immagino che vorrai una risposta per capodanno…" E così ci mettiamo un po’ a parlare, come non facevamo da tempo. Purtroppo però la sede della Pubblica è un porto di mare, c’è chi va e c’è chi viene, e non è facile parlare seriamente. Così ci accordiamo per trovarci stasera a bere una birra. È stata una serata piacevole, anche se gli argomenti di conversazione (le reciproche disgrazie) sono stati a volte un po’ tristi, ma sicuramente sono contento di aver ritrovato un amico col temevo di essermi allontanato troppo, e di aver in qualche modo rinsaldato un rapporto nato in circostanze un po’ strane, ma che promette decisamente bene. E alla fine mi ha detto che a capodanno sarà con noi. Vi starete probabilmente chiedendo perché vi abbia raccontato tutto questo… In generale non ritengo di dover fornire una giustificazione per spiegare perché scrivo, ma in questo caso lo farò lo stesso: sono tornato a casa con la sensazione di aver fatto qualcosa di buono, e per una volta avevo pure voglia di scrivere. E tanto vi basti.

Aggiornata nuovamente la galleria di immagini.
Stavolta ho aggiunto parecchie foto che vengono da feste e compleanni vari. Non fate troppo caso al fatto che i soggetti rappresentati potrebbero sembrare spesso un po’ brilli, è normale.

Cambiando completamente argomento, non saprei davvero come commentare quello che sta succedendo in Asia in questi giorni, e le diverse migliaia di morti e feriti che ci sono state, e che probabilmente ci saranno ancora a causa delle epidemie e della fame. Quando penso che io sono preoccupato perché domani mi arriva la macchina nuova e dovrò cominciare a pagare le rate, o perché devo organizzare la festa di capodanno, mi sento una merda; ma d’altronde non ci posso fare molto. O forse è il mio egoismo che mi dice che non posso fare molto, ma magari qualcosa potrei anche fare. Non lo so…

Qualche sera fa – l’unica sera, in tutta la settimana, in cui sono rimasto a casa – non sapendo che fare, ho deciso di guardarmi un bel film.
E di bel film si è trattato, in effetti, almeno fino al finale, che mi ha un po’ rovinato tutta la visione.
Sto parlando di Identità, di James Mangold, con John Cusack, Ray Liotta, Amanda Peet, Alfred Molina, Clea DuVall, Rebecca De Mornay.
Il film in sè mi è piaciuto molto, l’ìidea è originale, la realizzazione molto buona. Poche volte si scade nel banale, e c’è anche qualche tocco spettacolare.
Il grosso problema è il finale, che lascia veramente con le palle cascanti, più che altro per il messaggio implicito che contiene.
Il film si apre con la confessione di un criminale, che ha ucciso molte persone, e che sta parlando con un medico psichiatra che cerca di venire a capo della sua complessa mentalità. Poi, improvvisamente, la scena si sposta su una strada. Pioggia battente. Quella che sembra una normale famiglia impegnata in un viaggio di piacere, improvvisamente, buca una gomma. Quindi una serie di coincidenze fortuite e di colpi di scena, sottolineati con abili flashback, porta dieci persone senza – apparentemente – nulla in comune tra loro, a ritrovarsi in un motel di periferia, dove, uno alla volta, saranno eliminati in modo misterioso. La storia prosegue in parallelo con quella dello psicopatico che si era visto all’inizio del film, fino al colpo di scena finale. Che ovviamente non posso raccontarvi. E che non è neanche finale, perché se la storia finisse con quel colpo di scena, si meriterebbe un bel 10+, come i polli di Francesco Amadori. Ma invece… invece il regista ha pensato bene di far proseguire la trama. Con risultati, a mio avviso, catastrofici. Nel mio catalogo personale di film, invece del 10 che ero convinto di potergli dare fino agli ultimi dieci minuti scarsi, il film s’è beccato un bel 7. Tanto per farvi capire.
Beh, vedere per credere!

Ieri sera ho finalmente visto Camminando sull’acqua. Per fortuna è arrivato anche a Parma, anche se è passato tra l’indifferenza generale: il cinema, già piccolissimo, era praticamente deserto. Del resto, chi vuoi che vada a vedere un film israeliano che parla di nazismo, omosessualità e problemi tra israeliani e palestinesi?
Forse però è proprio l’eccesso di temi trattati che ha fatto sì che alla fin fine quel film sia stato anche per me una delusione.
Non è un brutto film, intendiamoci. Ma non è certo un film memorabile. Ma in poco meno di due ore il regista ha voluto concentrare una miriade di tematiche e di spunti che vanno oltre l’umana possibilità. Forse un regista più esperto sarebbe riuscito meglio, ma sicuramente il vedere certi ottimi spunti soltanto accennati, senza alcuno sviluppo ulteriore, lascia un po’ di amaro in bocca.
La storia è forse un po’ “scontata”, o meglio, la fa un po’ facile. Troppe coincidenze portano alla soluzione finale, che forse arriva un po’ troppo affrettata, senza meditazioni o spiegazioni.
C’è però da dire che gli attori si comportano decisamente bene, impersonando a dovere la propria parte, e rendendo il tutto un po’ più credibile. E certe scene, certi dialoghi (come quello nel pub di Berlino, a proposito di omosessualità e sesso) sono davvero azzeccati.
Come voto, mi sentirei di dare un sette d’incoraggiamento. Forse non del tutto meritato, ma prendetelo come un premio all’intenzione.

A parziale rettifica di quanto ho scritto nel post precedente, il programma resta lo stesso, ma cambia la data: anziché sabato 11, si pensava a questo punto di organizzarci per sabato 18 c.m.
Chi fosse interessato è pregato di farmelo sapere. Io conto di andarci comunque, salvo impegni straordinari, al grido di “chi mi ama mi segua!” (scena apocalittica di me che avanzo solo come un cane nel deserto, con le palle di sterpi che rotolano e il vento che mi riempie di sabbia…)

Ricordo a tutti quanti fossero interessati che, per sabato prossimo venturo (11 dicembre) è ancora valida la proposta di una bella gita alle Cinque Terre.
Anche perché, col raffreddore che mi son preso, ho proprio bisogno di un po’ d’aria di mare!
La mia idea era quella di partire in treno al mattino, in modo da arrivare là prima di pranzo e iniziare la passeggiata sulla vera e propria creuza de mà che collega i cinque paesi. Quando siamo stanchi, ci fermiamo e ci mangiamo un panino (anche due, che l’aria di mare mette appetito!), godendoci il panorama; poi con calma riprendiamo il cammino e, quando non ne possiamo più, raggiungiamo la prossima stazione e prendiamo il primo treno che ci riporti verso casa…
Che ne pensate? Suggerimenti?

La settimana scorsa sono stato abilitato ad uscire con la Collecchio 30, la nostra automedica.
E questa settimana, conseguentemente, sono già al terzo turno sul mezzo di soccorso avanzato.
Per fortuna non mi sono ancora capitate cose troppo terribili, ma mercoledì pomeriggio abbiamo vissuto qualche attimo di puro terrore.
L’automedica è dotata di un “frontalino”, di cui presto saranno dotate anche le ambulanze, collegato via radio con la Centrale Operativa 118 di Parma. Quindi, tutte le volte che la Collecchio 30 esce per un servizio, la Centrale Operativa ci invia sul frontalino, attraverso i normali canali radio, un messaggio di testo contenente l’indirizzo a cui dobbiamo recarci, il codice d’invio, e talte altre informazioni utili. Inoltre, attraverso un ricevitore GPS, la Centrale è in grado di visualizzare su un grande schermo con una cartina del territorio, come nei film americani, la nostra posizione aggiornata in tempo reale.
Mercoledì pomeriggio è stato un turno sonnacchioso fino alle cinque del pomeriggio; poi siamo usciti per fare rifornimento. Terminato il rifornimento, appena il nostro autista s’è seduto e ha chiuso la portiera, il frontalino ha cominciato a suonare come un dannato: servizio in arrivo!
Codice giallo, a Sala Baganza, negozio tal de’tali. Un malore. Procedi senza sirene. Interviene con te la Collecchio 1 [l’ambulanza, NdInsj].
Arriviamo sul posto, scendiamo ed entriamo nel negozio. Ci troviamo davanti a un ragazzo di diciott’anni, di bell’aspetto, molto pallido, seduto su una sedia. La madre ci riferisce che il ragazzo ha avuto uno svenimento pochi minuti prima. La nostra dottoressa gli prova la pressione: è molto bassa. Di massima ha meno di 100. Al che la dottoressa si rivolge a me e fa: “dai, mettigli su il monitor, che vediamo come va”. Il monitor, per chi non lo sapesse, è un defibrillatore automatico. Una sorta di valigetta gialla in grado di fare un elettrocardiogramma (anhe se usa solo tre derivazioni, mentre l’elettrocardiogramma fatto come dio comanda ne richiede ben sette!), di misurare la frequenza cardiaca e, eventualmente, di erogare scariche elettriche atte a defibrillare un cuore in fibrillazione (per quello in arresto non c’è altro da fare che massaggiare).
Appoggio il monitor sul bancone del negozio e comincio ad applicare gli elettrodi sul torace del paziente (intanto che penso: “però, mica male!”). Accendo il monitor. Bip…. bip…. bip…. Frequenza cardiaca a 50 battiti al minuto. Come forse saprete, normalmente un cuore a riposo batte dalle 60-70 alle 90-100 volte al minuto. Sotto tale limite si dice che il paziente è in bradicardia. Dopo pochi secondi la frequenza cala a 38 battiti. Poi si arresta per una decina di secondi. Riprende, con una frequenza di 15 battiti al minuto. Poi si arresta per una ventina di secondi. Si vede il ragazzo che sbianca ancora di più, e perde i sensi, cadendo a terra dalla sedia su cui era seduto.
Io ho pensato: “merda!”. La dottoressa ha pensato: “merda!”. L’autista ha pensato: “merda!”.
La dottoressa si gira verso di me e fa: “presto, tirami un’atropina! [prepara una siringa contenente l’atropina allungata con un po’ di soluzione fisiologica, NdInsj] Dammi da prendere una vena!”.
Io mi guardo in torno in preda al panico: cerco aiuto. Non posso fare due cose in una volta. O tiro il farmaco, o aiuto a prendere la vena, cioè a posizionare un vasofix, un catetere venoso. Ma ovviamente non c’era nessuno in grado di darmi una mano. Il mio collega che era sull’ambulanza era un perfetto incapace, e così mi sono ritrovato a far tutto da solo. Porgo disinfettante, laccio emostatico, vasofix e garzina alla dottoressa, poi mi butto sullo zaino appendice per estrarre il set dei curari. Con le mani che tremano, apro lo zaino, apro la sacca interna contenente il ghiaccio, estraggo l’astuccio dei farmaci. Prendo un’atropina. Apro l’altro zaino, apro l’astuccio delle siringhe, tiro fuori una siringa di dimensioni appropriate, la scarto. Scuoto l’atropina, rompo la fiala di vetro e tiro l’atropina nella siringa, con le mani che ballano il tip-tap. Rischio pure di infilarmi l’ago in una mano. Quindi infilo ancora la mano nell’astuccio delle siringhe e ne cavo fuori una fialetta di soluzione fisiologica, con la quale riempio il resto della siringa per diluire il farmaco, quindi porgo il tutto alla dottoressa, che inietta il farmaco in vena.
Bip bip bip bip bip… La frequenza cardiaca, che intanto aveva ripreso in modo molto irregolare, e sempre molto bradicardico, si stabilizza a 110 battiti al minuto.
Grosso sospiro di sollievo da parte di tutti i presenti, quindi carichiamo il paziente sull’ambulanza e lo portiamo al pronto soccorso.
Ma vi giuro che il minuto scarso passato tra il momento in cui il ragazzo è svenuto per la seconda volta e il momento in cui la dottoressa gli ha iniettato l’atropina è stato un minuto scarso di puro terrore… Non sarebbe stato piacevole dover effettuare una rianimazione cardio polmonare su un ragazzo di diciott’anni, intubarlo e ventilarlo con un pallone ambu, come si vede in E. R., correre in pronto soccorso a sirene spiegate, mollarlo giù agli infermieri e poi non sapere mai più nulla di lui.
Anche così probabilmente non ne sentirò mai più parlare, ma per lo meno posso supporre che stia più o meno bene, o quanto meno glielo auguro…