Archive for novembre, 2005


La tesi è ultimata. Ieri ho finito di scrivere la prefazione e le conclusioni e di sistemare indici e bibliografia (sembrano stronzate, ma ci ho perso un pomeriggio), ed ora l’elaborato è al vaglio di Ekatherine che ne testa la correttezza grammaticale e stilistica. Poveretta, non la invidio, dal momento che l’argomento è piuttosto ostico, soprattutto per chi di Java non ha mai sentito parlare…
Ora il problema sarà stamparla e rilegarla: all’officina grafica cui mi son rivolto ieri mi hanno detto che ci vogliono quindici giorni per preparare il tutto, perché la tecnica che usano per stampare la copertina (a piombo caldo con caratteri d’oro) è piuttosto complessa, e il risultato deve essere lasciato riposare per un certo periodo. Mi hanno consigliato di rivolgermi a qualcuno che usi tecniche meno complicate, anche se l’effetto sarà senz’altro di minore impatto. Peccato che anche alla legatoria a cui mi sono rivolto in seguito mi abbiano detto che il tutto sarà pronto lunedì mattina. E lunedì mattina è proprio la data ultima per la consegna in segreteria. Spero solo di farcela.

Nel frattempo, anche se ho ridotto molto il tempo dedicato ad altre attività, non ho rinunciato a leggere di tanto in tanto qualche giornale. E stupendo mi è sembrato un articolo della Gazzetta di Parma che acclamava Ruini per le sue parole contro i PACS e i matrimoni gay. Ruini è liberissimo di esprimere le proprie opinioni, ma vorrei ricordare qual è il principio fondante su cui si basa la nostra Costituzione, come quella di qualunque altro Stato democratico: la libertà di un individuo finisce dove comincia quella degli altri. E nel momento in cui quello che io dico va a limitare la libertà di non uno, ma migliaia di altri individui come me, allora non è giusto ed ammissibile che io parli. Questo è il caso di Ruini. Se lui fosse un qualunque coglione al bar (perché un qualunque coglione lo è, ma non sta al bar), nessuno gli vieterebbe di dire nulla. Ma dal momento che viene considerato uno dei portavoce ufficiali della Chiesa, quello che lui dice viene preso come vangelo da migliaia di persone. E nel momento in cui un uomo come lui invita all’intolleranza e alla chiusura, automaticamente quelle migliaia di persone, oserei dire qualche milione, diventano intolleranti e chiusi. C’è poco da fare, è così. I casi sono due: o Ruini non si rende conto della responsabilità che ha, oppure se ne rende conto fin troppo bene, ma ci marcia su per suoi oscuri fini. Che poi gli oscuri fini sono in realtà molto chiari: lui, come tutti coloro che stanno a Roma e giù di lì (no, non te, Ganymede!) hanno una paura fottuta che l’introduzione del PACS o di altre forme alternative al matrimonio possano destituire il matrimonio stesso, e quindi togliere a loro il potere che finora tale istituzione ha loro conferito.
Per quanto mi riguarda, la penso così: se il mantenimento di un simile potere deve gravare sulle spalle di milioni di innocenti, ai quali non vengono riconosciuti i propri sacrosanti diritti, allora è non solo giusto, ma anche doveroso che tale potere finisca nella polvere.

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Ogni trasloco è una pugnalata. Non tanto e non solo perché si deve abbandonare un luogo che magari si è sentito come proprio da quando si è nati: non è il mio caso. Il mio trasloco è avvenuto già un paio di anni fa, ed ora a seguirci in questa nostra migrazione verso i monti parmensi è mia nonna, che attualmente vive ancora nella casa in cui fino a poco tempo fa abitavo io. Dal momento che, quando abbiamo traslocato noi, sapevamo che lei sarebbe rimasta a vivere lì ancora per qualche anno, non ci siamo portati dietro proprio tutto. Anzi, direi che abbiamo preso solo l’indispensabile e poco più, lasciando la vecchia casa letteralmente invasa da cianfrusaglie ed anticaglie varie.
Ora, ovviamente, dal momento che la cosa sarà definitiva, e che tra pochi mesi quella casa sarà data in affitto, lo sgomberò dovrà essere totale.
Quintali di carte, documenti, fotocopie si sono fatti avanti dalla loro tomba di polvere per portare alla memoria passi delle nostre vite che credevamo ormai morti per sempre, o dimenticati sotto strati di detriti considerati impenetrabili.
In una carpetta contenente materiale scolastico del mio terzo anno delle superiori ho trovato veramente di tutto.
Centinaia di fotocopie di Inglese – e chi ha avuto la mia stessa professoressa sa che non è un modo di dire: in cinque anni abbiamo adottato qualcosa come otto libri di testo ufficiali (più svariati libri di letteratura) e n abbiamo utilizzato sì e no uno: per il resto ci pensava lei a fornirci svariate decine di fotocopie a settimana.
I rimasugli del mio quaderno delle versioni dal greco, qualche foglio di versioni dal latino.
Un compito in classe di Storia dell’Arte per il quale la professoressa – la famosa Renata Pellegrino che è stata campionessa a Passaparola – mi aveva fatto diversi elogi.
Qualche bigliettino che avevo scambiato con i miei compagni di banco: ce ne sono diversi che parlano dei nostri progetti per il sito internet della scuola, del quale ci occupavamo noi; e ce n’è addirittura uno in cui chiedevo consiglio al mio allora migliore amico riguardo all’acquisto del mio primo cellulare: pensate un po’, una volta ero io a chiedere consigli su queste cose!
Un disegno di un carro armato di qualche videogioco di guerra (probabilmente Command & Conquer – Red Alert II) che il mio moroso mi aveva stampato e regalato. Romantico, vero? lui era fatto così…
Qualche libro di latino che fu, davvero, per noi galeotto: lui fingeva ogni volta di scordarsi a casa il suo libro, in modo da poter seguire assieme a me sul mio, e da poter stare più vicini. Non potrò mai descrivere la sensazione di benessere e di sicurezza, di innocente amore, che ci comunicava il contatto dei nostri gomiti posti l’uno di fianco all’altro, o delle nostre ginocchia che si toccavano sotto il banco, o delle dita che si intrecciavano dietro lo schermo che l’altro braccio formava appoggiando il gomito sul banco… E su quei libri si leggono ancora le frasi che ci scrivevamo, facendo finta di prendere appunti. Eravamo così ingenui, così giovani, così innamorati… ma cosa capivamo, allora, dell’amore?
Ma la cosa che mi ha commosso più di tutte è stata una lettera.
Nella mia classe all’epoca c’erano due ragazze che, alle sette e pochi minuti, prendevano il mio stesso autobus per raggiungere la scuola, e all’una e qualche minuto, dopo il suono della campanella, prendevano il mio stesso autobus per tornare a casa. Una di loro, in particolare, era una ragazza alla quale ero affezionatissimo. Era veramente stupenda, tutti i ragazzi della classe, e anche delle classi vicine, le morivano letteralmente dietro. Si chiamava Laura, aveva dei capelli biondi e ricci, bellissimi, cangianti come l’acqua di una cascata sulla quale il sole si diverta a giocare. Aveva un corpo molto bello, con solo un piccolo difetto: un lieve accenno di rachitismo dato forse dal fatto di non essere di costituzione particolarmente robusta. Se non era robusta di fisico, non lo era in effetti nemmeno di carattere. Era anzi piuttosto delicata, fragile, insicura. Aveva un’affettuosità talmente gratuita e talmente sincera che finiva per amare tutti, per affezionarsi a tutti. E regolarmente veniva ferita, accoltellata, lacerata dal comportamento che la gente le riservava: spesso le persone alle quali si rivolgeva la gettavano via come una bambola di pezza troppo usata, lasciandola nello sconforto più totale. E sull’autobus, al ritorno da scuola, o mentre andavamo in là, si sfogava con me, mi parlava dei suoi timori, delle sue paure, delle sue speranze, delle sue esperienze. Mi chiedeva consiglio, ragionava con me, e poi era lei ad ascoltarmi, a raccogliere le mie confessioni. Sapeva ascoltare davvero, e diceva che anch’io possedevo lo stesso dono. Era un rapporto bellissimo, il nostro. Ci fidavamo l’uno dell’altra, eravamo due confessori…
A scuola non era brava, anzi, spesso nelle interrogazioni faceva scena muta, e consegnava in bianco i compiti in classe. Ma studiava. Studiava tantissimo, anche più di me. Le cose le sapeva, le capiva. Ma, quando arrivava al momento di doverle tirare fuori, aveva un blocco totale, profondissimo, e non si riusciva più a cavarle una sola parola di bocca: aveva troppa paura di sbagliare, di essere derisa, e preferiva tacere e subire piuttosto che aprirsi e dimostrare il proprio valore. Il pomeriggio si spezzava la schiena sui libri, fino alla sera tardi, e di giorno prendeva le bastonate di coloro che non sapevano capirla. Nessuno dei professori s’è mai preso la responsabilità di ascoltarla, di comprenderla, di aiutarla. Tutti si fermavano al suo mutismo, e lo scambiavano per inettitudine. Poi, un anno, l’hanno bocciata.
E quella è stata la sua fortuna.
Ha cambiato scuola, è passata al liceo socio-pedagogico. L’ambiente era più sereno, i professori pretendevano meno e gratificavano di più, e tra i compagni non c’era la spietata lotta al voto più alto che c’era invece nella mia classe. A pensarci ora, noi eravamo tante piccole serpi pronte a morderci a vicenda pur di arrivare più in alto degli altri. Tant’è che, di tutti i miei compagni, ho mantenuto contatti con due o tre persone, mentre tutti gli altri sono per me ora, malgrado i cinque anni passati sotto lo stesso tetto, dei perfetti sconosciuti.
Sentite cosa mi scrive Laura della sua nuova situazione:
Ciao Pietro, come vedi non mi sono dimenticata né di te, né delle tue tante lettere, e dell’ultima in particolare… come avrai potuto immaginare, però, sto dedicando molto del mio tempo alla scuola che, per il momento, è il mio impegno principale e quello che, finalmente lo posso dire, mi sta dando più soddisfazione nella vita. Ed è proprio di questo che vorrei iniziare a raccontarti, vedi, ne vado così fiera che quadi non sto nella pelle dalla voglia di dirti tutto! Come hai visto anche tu quella volta che sono venuta a trovarvi nell’ora di […], il mio umore da quando ho lasciato il Romagnosi è migliorato notevolmente, ora posso veramente dimostrare le mie capacità e la mia intelligenza. Sono molto apprezzata, sia dai miei compagni che quasi mi venerano, sia dai professori che mi tengono in alta considerazione in tutte le occasioni. Anche se la scuola è innegabilmente molto più facile e meno rigorosa, sono contenta perché la serietà e il metodo che mi porto dentro dall’esperienza fatta al classico mi sta giovando notevolmente. Anche se potrei essere meno esigente con me stessa preferisco lavorare il più duramente possibile per dare il massimo, oltre alle aspettative di tutti. Certo esistono ritmi più leggeri dato che comunque non sono molto esigenti, ma è proprio questo che voglio: essre sempre la migliore, non una delle tante bravine, la più brava in assoluto, e voglio che tutti lo riconoscano. Ti sembrerò forse esageratamente ambiziosa, ma non voglio rischiare di abbassarmi al livello generale della classe, e poi è così bello lavorare per ottenere buoni risultati, è così gratificante che ultimamente passerei tutto il mio tempo sui libri!
La lettera prosegue, Laura mi racconta tante altre cose: il suo lavoro nel weekend, e i soldini che le permettono di sentirsi meno dipendente dai suoi genitori, con i quali ha un pessimo rapporto; il suo nuovo ragazzo, dopo l’esperienza di due anni con un ragazzo di almeno quindici anni più vecchio. Poi, dopo i saluti, un post scriptum:
Nella mia prossima lettera ho intenzione di riprendere un certo argomento che tu conosci bene, mi hai scritto delle cose sui ragazzi della nostra classe molto strane e al tempo stesso molto normali… poi ti spiegherò meglio quello che penso in proposito.
Già, con lei parlavo di tutto, e le avevo parlato anche della mia sessualità, della mia cotta per quella spece di sgorbio idiota di Francesco, e della mia storia con Michele. E in lei avevo trovato davvero una amica e una alleata. Anzi, è stata lei, più di tanti altri, a tirar fuori certi lati del mio carattere che avevo paura di mostrare, e ad aiutarmi ad accettarmi per quello che sono, senza vergognarmi della mia affettività.
Purtroppo il tempo che si è depositato, assieme agli strati di polvere, su questa lettera, ha cancellato il ricordo di quei tempi, e non so cosa contenesse la promessa lettera successiva. Ma spero davvero di ritrovarla, da qualche parte, e di nutrire il mio cuore di qualche altro ricordo come questo. Anche di Laura non so più nulla. L’ho rivista qualche volta, sull’autobus, anni e anni fa: aveva i capelli cortissimi, tinti di verde, ma era sempre bella come una volta. Tra di noi, però, la distanza di troppo tempo passato senza sentirci, senza sapere più nulla l’uno dell’altra…

Il tempo per aggiornare il blog latita mostruosamente, e con esso anche la voglia. Per scrivere le mie quotidiane cazzate mi manca la giusta concentrazione, e non ho nemmeno il tempo di cercarla.
Il tragico è che, entro il cinque dicembre, la mia tesi dovrà essere scritta, corretta, stampata, rilegata e firmata. E ora come ora sono ancora in alto mare. Il primo capitolo l’ho scritto, di botto, mi son venute ventisette pagine di roba. Peccato che si trattasse solo di tradurre due o tre articoli dall’inglese e sistemarli un po’ per i miei fini. Il secondo capitolo potrei già iniziare a scriverlo, più o meno nello stesso modo, ma il problema è il terzo ed ultimo, che si baserà su quello che è l’argomento vero e proprio della discussione (che non sto a spiegarvi qui, tanto è un casino): per quello mi manca ancora il materiale, proprio perché, essendo un casino, devo ancora saltarci fuori. E per saltarci fuori ho davvero poco tempo.
Se qualcuno di voi lettori fosse esperto di programmazione orientata agli aspetti in Java e sappia cosa sono le annotazioni del J2SE 5.0 e come si possono processare in modo decente, è pregato di farmi un fischio, ma ho seri dubbi che esistano persone così malate, al mondo.

Quanto sei bella Roma quando piove…
Probabilmente in qualche punto della mia vita devo aver esagerato con le eresie, ed ora mi trovo addosso la maledizione di qualche santo o qualche pontefice un po’ troppo incazzato con me. Fatto sta che, da un po’ di anni a questa parte, ogni volta che vado a Roma piove a dirotto. E la pioggia mi impedisce di godermi la città come vorrei.
Dopo sei ore di viaggio sotto un temporale continuo lungo diverse centinaia di chilometri, sabato verso le due del pomeriggio siamo entrati in albergo, in quel del Laterano, per cambiarci velocemente, indossare i nostri elegantissimi abiti da cerimonia ed avviarci verso il Battistero di S. Giovanni.
Io ero elegantissimo: camicia nera a righine rosse scure, completo nero, cintura nera e scarpe nere, con una cravatta rossa a righe bianche oblique. Elegantissimo, già, peccato che fosse un battesimo e non un funerale.
Visto che ai battesimi vado mascherato da becchino, la prossima volta che andrò a un funerale (o magari, chissà, al mio, quando verrà) ci andrò vestito da clown. Mi sembra il minimo.
Purtroppo però la lana nera non è idrorepellente, quindi gli svariati chilometri che abbiamo percorso a piedi tra albergo, battistero, circolo del tennis (due miseri campetti e una decina di saloni per ricevimenti: faceva pensare a una copertura per affari più loschi!) e casa di mia cugina mi hanno permesso di inzupparmi per bene, come la brioche nel cappuccino di stamattina. Poi chi mi conosce sa che non prenderei mai un cappuccino, perché odio il caffè e non digerisco bene il latte, e che stamattina alle 6:20 avevo altro da pensare che alla colazione. Ma fa lo stesso, beccatevi la metafora e state zitti.
Comunque devo ringraziare il fato, che mi ha permesso di capire quanto possa essere fastidioso un bambino di due anni e mezzo con un elicottero militare giocattolo che lampeggia e suona facendo finta di mitragliare, sganciare bombe e lanciare missili. Inoltre ciò mi ha permesso di aggiungere un corollario alla legge di Murphy (quella che dice "se qualcosa può andar male, lo farà inevitabilmente"): "se ti servono due batterie per far andare un apparecchio medicale salvavita, stai sicuro che le uniche che troverai saranno scariche o scadute; se invece preghi disperatamente tutti gli dei di cui conosci il nome affinché a quel giocattolo malefico si scarichino le pile, stai sicuro che le medesime raggiungeranno prestazioni in durata e potenza che nemmeno le Duracell della pubblicità se le sognerebbero".
Quando sei vestito da becchino-brioche-inzuppata-nel-cappuccino-a-un-battesimo puoi arrivare a livelli di cinismo che nemmeno il vecchio Diognene riterrebbe possibili.
Del resto ti viene da chiederti: ma con tutti i giochi idioti che ci sono al mondo, proprio un elicottero da guerra che lampeggia e suona e mitraglia, sgancia bombe, lancia missili? E poi facciamo le marce della pace? Ma regaliamogli direttamente una bella mina antiuomo, che ci togliamo drasticamente il problema.
Stremato raggiungi la casa di tua cugina per la parte finale del ricevimento: un party privato con pochi intimi. Stremato, ti togli le scarpe (ormai tramutatesi in pinne) e la giacca (ormai squamata) e ti lasci cadere, a pezzettini, sul pavimento, cercando di ricomporti in posa quasi-decente sedendo i tuoi resti con la schiena appoggiata al muro. Pessima idea. Perché immediatamente un bambino di un anno e mezzo, che stava giocando con le costruzioni di legno, sul pavimento a pochi mezzi metri di distanza, letteralmente estasiato dalla cascata di nuovi pezzi (i tuoi) da costruzione che s’è abbattuta davanti a lui, comincia a prenderti e a ricomporti in modo strano, assieme ai mattoncini di legno che già erano finiti in suo possesso. Finita la ricomposizione, ci pensa l’altro bimbo, quello dell’elicottero (al quale la madre aveva pietosamente nascosto il giocattolo infernale; eh sì, ma lui più furbo aveva appena strappato di mano a un altro suo coetaneo una motocicletta a retrocarica! del resto uno che gioca con un elicottero-da-guerra-che-lampeggia-e-suona-e-mitraglia-e-sgancia-bombe-e-lancia-missili non può non venir su prepotente) a distruggerti completamente, tirandoti un paio di motociclettate dove fa più male.
Il resto è storia: il ritorno all’albergo sotto la pioggia, il lampo di masochismo che ci costringe a percorrere altri sei-sette chilometri di notte al buio sotto il diluvio per vedere un po’ roma bai nait (San Giovanni, Colosseo, Fori Imperiali, Altare della Patria con annessi due poveracci di guardia, Via del Corso, Fontana di Trevi e ritorno), la notte trascorsa su un letto al quale mancavano completamente le molle sul lato sinistro, la sveglia che suona sempre troppo presto, ma tanto eri già sveglio perché ci han pensato i tuoni e i fulmini a strapparti alle braccia di Morfeo (che, guarda un po’, è l’unico maschione che si prende la briga di abbracciarti tutte le sante notti; e NO, non è il giocatore del Parma, ‘gnurànt!), la fuga in macchina da una Roma ormai del tutto allagata, la visita alla splendida Tarquinia, il rientro a Parma a notte fonda (era veramente notte fonda, ma tanto a quest’ora vien notte alle cinque), la doccia, il letto e la sveglia che suona sempre troppo presto (sì lo so l’ho già detto. Ma penso che alle sei e venti sia DAVVERO troppo presto), la vestizione a tempo di record, la guida con un occhio solo fino qui in sede… BEEEEEEEEP Ragazzi, svelti! rosso a Felino, persona giovane non cosciente!
Penso: ci risiamo. E poi: ma in fondo è bello così.

Merlino
Vorrei solo dire grazie a quel figlio di una grandissima puttana bastarda che ha investito il mio gatto e, invece di fermarsi, l’ha lasciato lì ad agonizzare per due giorni sul ciglio della strada.
Merlino è morto oggi pomeriggio, prima che il chirurgo potesse vederlo, probabilmente per embolia.

A qualcosa serviranno, i limiti di velocità. Se li hanno messi, non sarà perché lo stato è ladro e bastardo, ma perché andare forte è davvero pericoloso.
Evidentemente però qualcuno queste cose proprio non le capisce, e si crede più furbo degli altri. Perché in Italia è bello rubare, è bello fare i furbi, e quando ci beccano ci incazziamo, diamo la colpa agli altri, insultiamo il vigile che ci ferma, o il finanziere che ci arresta. Ma pensarci prima mai. Prenderci una responsabilità mai.
La storia che vi voglio raccontare adesso a qualcuno potrà sembrare stupida, ma in realtà è molto emblematica. E in questo momento ho talmente tanto veleno da vomitare che non riesco a farne a meno.
Parliamo del mio gatto, Merlino. Un giovane gatto di circa otto mesi, simpatico e giocherellone.
Due giorni fa è uscito di casa per una delle sue solite esplorazioni, e non è più tornato.
Oggi mio padre l’ha ritrovato lungo la strada, ridotto in condizioni pietose. Ha una frattura scomposta al femore destro. Un’altra scomposta ed esposta che ha fatto infezione al femore sinistro. Poi una frattura composta del bacino.
Io non l’ho ancora visto: sono in turno in Pubblica, e non posso allontanarmi da qui.
Il veterinario deve ancora parlare col chirurgo, poi ci faranno un preventivo e ci diranno se è il caso di operarlo. L’unica alternativa non voglio nemmeno nominarla, ma sappiamo tutti quale possa essere.
Il punto in cui Merlino è stato trovato è poco distante dal mio cancello. Centro abitato, subito dopo una curva.. Limite di 50 km/h. Buona visibilità: marciapiede da entrambi i lati della strada. Andando a bassa velocità si ha tutto il tempo di vedere e frenare, ma ovviamente nessuno su quella strada rispetta i limiti. Ti arrivano dietro sparati, ti lampeggiano, ti suonano e poi ti sorpassano magari facendoti il dito. Ti sorpassano anche se hai fuori la freccia a sinistra per svoltare. C’è la curva? Se viene giù qualcuno frenerà, io ho più fretta degli altri. Tanto lì i vigili non ci sono mai, e quella testa di cazzo dell’italiano medio, quando sa che ha un buon 99% di possibilità di non essere beccato, fa quel cazzo che gli viene per la testa senza farsi troppi problemi.
Ma se al posto del gatto, da quel cancello, dietro quella curva, fosse sbucato fuori il bambino dei vicini?
Ma poi, a che serve questo sfogo? Non cambierà un bel cazzo di niente, la gente continuerà a sfrecciare indisturbata davanti a casa mia, io continuerò a rischiare la macchina e la pelle ogni volta che metto il muso fuori dal cancello, e il mio gatto resterà in quella gabbia, con la flebo attaccata alla zampa, finché il chirurgo veterinario non emetterà la sua sentenza, probabilmente in forma di preventivo di spesa.

Quello che succede al giorno d’oggi in politica è qualcosa di addirittura impensabile.
Berlusconi s’è esibito in uno dei suoi soliti "Io non l’ho mai detto!" e ha dato spettacolo ancora una volta di fronte al mondo intero.
Tanto ha detto e tanto ha fatto che persino Casini ha dovuto zittirlo (link all’articolo di Repubblica).
E gli altri politici come reagiscono? Ovviamente a sinistra Prodi e compagni s’indignano per le affermazioni del premier: prima "l’amministrazione degli USA è molto preoccupata per un eventuale cambio di governo in Italia" (e io sono molto preoccupato dal fatto che negli USA un cambio di governo non ci sia stato, e allora?), poi "assolutamente nessuna ingerenza da parte degli USA sulle cose italiane" (ma no, ma quando mai? infatti Aldo Moro mica l’hanno ucciso loro…). I leader della sinistra accusano Berlusconi di strumentalizzare ogni cosa. Da destra invece la reazione è ancora migliore: "SPECCHIO RIFLETTE!", "SIETE VOI CHE STRUMENTALIZZATE…".
Signori, se è questo il modo di far politica, allora ben venga la rivoluzione.