Archive for novembre, 2003


Ho paura che dovremo fondare un nuovo club. Lo chiamerei DDD, o 3D se preferite: Disperati Di Domenica.
Ho sentito parecchia gente che di domenica si fa prendere dalla malinconia più nera; e da un po’ di settimane mi sta succedendo esattamente la stessa cosa.
Oggi ero talmente depresso che ho cercato di ricostruirmi una vita guardandomi American Pie 3… Inutile dire che l’unico effetto è stato quello di deprimermi ancora di più: che schifo di film.
Magari se me lo fossi guardato con qualcuno, con qualche amico, me lo sarei anche goduto, avrei riso alle battute idiote, ecc. ecc.
Ma guardarsi un film cretino in perfetta solitudine e per di più col morale sotto i tacchi è una delle cose più deprimenti del mondo, riesce persino a farti sentire meschino, e a riempirti di sensi di colpa.
Bene, ora mi sento pronto per l’unica soluzione possibile, l’unica che possa risolvere tutti i problemi e far cessare tutti i dolori: la lobotomia…

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Al Delle Alpi di Torino, Juventus 1 – Inter 3.


Juventini….. PRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR


Ah, per chi non lo sapesse, io, come tutti gli sfigati che si rispettino, sono Interista dalla nascita, e credo che la mia malattia sia abbastanza incurabile, anche se alla fine sono tifoso solo quando vinciamo, cioè quasi mai

Sono seduto in camera mia, alla mia scrivania. Lo stereo canta piano Signora Bovary di Guccini. Fuori dalla finestra un cielo di tardo autunno disegna, in uno scuro tramonto, i contorni – quasi ombre – delle colline.
Il mio stato d’animo è in bilico tra malinconia ed euforia. Euforia malinconica, perché sono qui da solo, oggi non sono uscito e probabilmente non uscirò nemmeno stasera. Sono solo, dovrei essere triste, e in effetti un po’ lo sono. Ma finalmente ho un po’ di tempo da dedicare a me stesso, per dedicarmi alle occupazioni che maggiormente mi procurano piacere: la lettura, la musica, la scrittura.
Finalmente potrò sfogliare le pagine ancora intonse dei libri che ho comprato qualche giorno fa; aspirarne l’odore, carezzarne la liscia superficie, e poi estraniarmi dal mondo, e iniziare la lettura, con tutte le aspettative e le emozioni che impone la loro promessa di nuove scoperte.
Il primo che mi cita Freud lo ammazzo.
Vi lascio con il testo di Signora Bovary.


Ma che cosa c’è in fondo a questo oggi
di mezza festa e di quasi male,
di coppie che passano sfilacciate
come garze stese contro il secco cielo autunnale.
di gente che si frantuma in un fiato senza soffrire, senza capire,
e i tuoi pensieri sono solo uno iato
tra addormentarsi e morire.


Ma che cosa c’è in fondo a questa notte,
quando l’ora del lupo guaisce
e il nuovo giorno non arriva mai, mai
e il buio è un fischio lontano che non finisce;
di minuti lunghi come il sudore
di ore che tagliano come falci
e i tuoi pensieri sono un cane in cihesa
che tutti prendono a calci.
Ma che cosa c’è, cosa c’è…


Atrii a piastrelle di stazioni secondarie,
strade più strade di avventure solitarie,
clown nella notte, valigie vuote
piene di trucchi per tragedie immaginarie.


Telecomandi per i quotidiani inferni,
battute argute di architetti postmoderni,
amanti andate, piaceri a rate,
pallottolieri per contare estati e inverni,
ma che cosa c’è proprio in fondo in fondo
quando bene o male faremo due conti,
e i giorni goccioleranno come i rubinetti nel buio e diremo
“… un momento, aspetti…” per non essere mai pronti;
signora Bovary, coraggio pure, tra gli assassini e gli avventurieri
in fondo a quest’oggi c’è ancora la notte,
in fondo alla notte c’è ancora, c’è ancora…

L’altro giorno ero in città [Parma per chi non lo sa] per delle commissioni, ma purtroppo (fino lì, visto il seguito) il negozio in cui dovevo recarmi era ancora chiuso. Quindi ne ho approfittato per ritornare in quello che è stato un mio santuario ai tempi del liceo: la libreria Passato Presente, in via Bixio.
Era da tanto che non ci tornavo. O meglio, c’ero stato di recente per comprare libri da regalare; ma era da parecchio che non ci andavo per il puro gusto di farmi un giro tra gli scaffali e togliermi qualche curiosità e qualche sfizio.
E’ matematicamente impossibile che io entri in una libreria senza fare acquisti. Se solo i libri costassero un po’ meno… Ormai il prezzo minimo supera abbondantemente i 10 euro.
Comunque questa volta la mia attenzione è stata immediatamente attirata da una copertina con l’effige di uno dei miei miti di sempre: Fabrizio De André. Il libro è di un certo Ghezzi (no, non è parente di Dori, l’ultima moglie di Faber), giornalista di Trento, e il titolo è: “Il Vangelo secondo De André”.
Si tratta di una sorta di “vocabolario” di termini deandreiani. Per ogni parola chiave (Amore, Amicizia…) Ghezzi cita e commenta pezzi di canzoni di Faber, e devo dire che è un metodo di esposizone che mi ispira parecchio. L’unico problema è che, quando leggi la citazione di una canzone, inece che leggerla come se fosse una poesia, ti metti a cantarla, oppure accendi il giradischi e cominci a sparartele una dopo l’altra. Il risultato sarà che ci metterò due anni a leggere tutto
Oltre a De André, mi sono tolto anche la soddisfazione di rituffarmi sui classici Latini che tanto ho amato e che tanto amo tuttora, e mi sono comprato “L’Arte Amatoria” di Ovidio, e “La Casa del Fantasma” di Plauto. Ovviamente in edizione BUR con testo a fronte, con la pia illusione di riuscire a mettermi a leggere il latino… dopo due anni abbondanti che non lo tocco…


Ora vado prima che i miei vicini di computer, qui al laboratorio Internet dell’Università, comincino a picchiarci tutti: siamo io, Yoko, il Bilo e la Six in tre computer adiacenti che spariamo cavolate tipo scioglilingua a voce altissima, o che ci disturbiamo a vicenda mentre scriviamo, e tutti si girano a guardarci…

Mi sono appena guardato “Il favoloso mondo di Amelie”. Era da tempo che volevo farlo, e finalmente ho trovato il tempo. Ero abbastanza depresso & stanco da avere solo voglia di andare a letto presto, ma poi ho acceso il computer per scaricare la posta e, già che c’ero, quasi per caso, ho lanciato il film. E non me ne sono più staccato.
Mi è piaciuto molto. L’attrice è molto brava, e la storia è raccontata con quel tanto di pazzia che basta a renderla davvero intrigante.
Anche dal punto di vista contenutistico il film mi ha colpito parecchio. Al di là del fatto che non è difficile individuare somiglianze molto strette tra Amelie e qualcuno che conosco (non faccio nomi, tanto lui/lei lo sa)…


L’unico vero problema è che non sono proprio in un periodo adatto per guardare film romantici: se prima ero un po’ giù, ora la mia depressione da solitudine troneggia vittoriosa sul mio cadavere brandendo ancora la falce insanguinata che ha usato per mozzarmi le ali e il collo…


Mi sa che ci vorrà una buona dormita.


Poi quei simpaticoni di Splinder devono mettersi ad aggiornare il sistema proprio ora… No dico, ne avranno di tempo…

Ho passato un pomeriggio intero a interrogarmi su chi possa essere l’anonimo utente che s’è divertito a cercare di farmi impazzire commentando questi pochi post.
Uno degli interrogativi principali è il seguente: si tratta dello stesso che posta anche sul sito di Eka, o si tratta di due persone diverse?
Ho elaborato una lista di sospetti (per la verità nemmeno tanto lunga); il candidato numero uno sembra essere SINISTAR alias PINCIO, il quale però fa il finto tonto sostenendo che lui questo blog manco lo conosceva, e che lo ha trovato per caso oggi. Altro candidato è YOKO alias CAMU alias EASY, ma lui è una persona per bene e si firma quando commenta. Insomma, io sarei per la prima opzione.
Se qualcuno ha qualche altra idea, per favore me la faccia sapere, prima che mi ricoverino d’urgenza al Centro Igiene Mentale…

Anche un pomeriggio passato all’università a giocare a carte ha il potere di renderti estremamente cinico.
Anche in questo momento sono rimasto solo. La Six e il Bilo sono dietro di me, ad un altro computer del laboratorio, a smorosare e a scuriosare su blog altrui [non mi hanno detto cosa pensano del mio, però!], mentre io sono qui che scanchero con una chiavetta USB per cercare di portarmi a casa le slide di un prof il cui padre viene in pubblica con noi (non faccio nomi che sennò poi pensate che mi voglia far raccomandare).
Comunque, tornando all’università, ho paura che quando sarò vecchio non saprò veramente più cosa fare, ormai le carte le vomiterò dalle orecchie. Tra l’altro sono anche arrivato secondo su tre, nel mega-burraco in tre che ha occupato le scorse tre – quattro ore… Mi sa che l’esame di questo venerdì andrà un po’ sotto l’uscio.
Non chiedetemi perché mi definisca “cinico”, sinceramente non lo so. E forse non me ne frega nemmeno molto. Ed ecco che almeno una punta di cinismo l’ho trovata, alla fin fine…
Vado a farmi un the freddo, credo che mi ci voglia…

I turni all’Assistenza Pubblica hanno il potere di renderti estremamente cinico.
In questo momento sono rimasto solo, TheZar, Eka e la Six sono usciti in ordinario, mentre io stamattina sono alle urgenze.
E’ brutto uscire in emergenza perché vuol dire che c’è qualcuno che sta male sul serio; ma d’altronde è abbastanza spiacevole anche stare qui a far nulla, in un’attesa carica di sonno e di nostalgia del letto (il turno comincia alle 7 di mattina).
Si finisce sempre per pregare che il cretino che ti ha sorpassato alle 6:30 in linea continua e con una nebbia della madonna – suonandoti anche dietro perché andavi piano – si sia sfracellato da qualche parte contro un platano, giusto per avere la soddisfazione di sputargli in un occhio con tutta calma mentre è sdraiato sulla TUA ambulanza, sotto la TUA sorveglianza…
Ma poi, in un momento di lucidità, ti ricordi che il tuo compito è quello di soccorrere la gente, e il colpo di grazia non ti è concesso darlo… Quindi devi reprimere i tuoi istinti sadici e sperare che anche stamattina vada tutto liscio, che il mondo stia bene e che Al Quaeda e Bush non si siano accordati per sventrare a suon di Bombe l’Emilia Romagna…

Ieri, a pranzo, sono stato ospite a casa di uno dei miei amici più cari. Sua madre è di Torino, mentre suo padre ha una storia più complessa: i suoi bisnonni, originari di Treviso (o posti del genere) emigrarono in Etiopia ai tempi del colonialismo italiano, e là si sono mescolati con la popolazione locale, pur conservando lingua e tradizione italiane, anche nel nome. Il padre del mio amico, che ha vissuto la sua infanzia e la prima giovinezza ad Asmara [non Ankara, scusate!], è poi tornato in Italia con una borsa di studio universitaria. Qui ha studiato Medicina, laureandosi in corso con il massimo dei voti, e lavorando diversi anni senza percepire alcuno stipendio, a causa del fatto che suo nonno, ai tempi del fascismo, aveva rinunciato alla cittadinanza Italiana per non sottostare alle leggi razziali (da quel ramo della famiglia sono tutti mulatti).
Ieri il padre del mio amico era particolarmente in vena, e si è messo a raccontarci della sua infanzia ad Asmara. Una delle cose che mi hanno colpito di più nel racconto di questo simpatico signore di grande cultura e di squisita gentilezza è stata la storia dei suoi amici d’infanzia.
Ci ha raccontato di come avesse tre amici ai quali era attaccatissimo. Tra di loro esisteva una sorta di patto di sangue: qualunque impresa doveva essere compiuta da tutti e quattro assieme, oppure da nessuno dei quattro. Così ci ha raccontato di come si arrabattassero per racimolare i soldi per un biglietto del cinema, o dello stadio, o delle gloriose partite di calcetto, quattro contro quattro, in un campetto sterrato, in cui ognuno scommetteva cinque centesimi di dollaro, e la squadra che vinceva racimolava tutto.
Oggi, di quei quattro ragazzi africani, uno è venuto in Italia, ha studiato da medico, ed ora è felicemente sistemato; un altro fa parte del governo Etiope; gli altri due sono morti, poco più che uomini fatti, sul campo di battaglia.
Un paio di anni fa il padre del mio amico è tornato a casa, dopo tanti anni, per rivedere i posti della sua infanzia, e per sondare il terreno per portarvi anche la moglie e il figlio. Non ha trovato più nessuno della sua età. Tutti morti in guerra.
Noi ci lamentiamo tutti i giorni perché il mondo non va come vorremmo, perché un esame è andato male, o perché Bobo Vieri non ha esultato dopo il gol, o perché quella ragazza o quel ragazzo di cui eravamo – e forse siamo ancora – perdutamente innamorati si è messo/a con un’altra persona… Tuttavia, giorno per giorno, mi accorgo che tutte le mattine, quando mi sveglio, dovrei ringraziare la natura, o un dio, o la vita stessa, per essere ancora qui, e per potermi rendere utile ancora in qualche modo.


Successo è: quando senti che anche una sola vita ha respirato meglio grazie al fatto che sei esistito. Citazione dal mio libro di fisica [grazie 10.000 a YOKO per avermelo segnalato!!!]

Dopo due giorni di silenzio obbligato (motivi di studio, direi), torno a postare.
Oggi non è stata una gran giornata, anzi… Di tutte le cose che dovevo fare, sono riuscito a farne sì e no un 10%, e non per colpa mia.
Tuttavia, raccogliendo i consigli di chi ha commentato il post precedente, eviterò di lamentarmi (inutile che mi diciate che invece l’ho già fatto, lo so!).
Pochi minuti fa, mentre tornavo da casa di TheZar, che ha avuto la bontà di ospitarmi per questo sabato sera, ho deciso di accendere il portatile e di usarlo come autoradio (la mammina, quando ha comprato la macchina, ha pensato che il suddetto apparecchio sarebbe stato solo uno spreco di soldi…). Il mio fedele Winamp mi ha propinato dapprima una serie di canzoni semi-sconosciute, e poi ha attaccato con un brano che, in questi giorni, mi fa riflettere molto: “La ballata dell’eroe”, del mio mito di sempre, De André. Riporto qui il testo:


Era partito per fare la guerra
per dare il suo aiuto alla sua terra


Gli avevano dato le mostrine e le stelle
e il consiglio di vender cara la pelle


E quando gli dissero di andare avanti
troppo lontano si spinsero a cercare la verità


Ora che è morto la patria si gloria
d’un altro eroe alla memoria


Era partito per fare la guerra
per dare il suo aiuto alla sua terra


Gli avevano dato le mostrine e le stelle
e il consiglio di vender cara la pelle


Ma lei che lo amava aspettava il ritorno
d’un soldato vivo , d’un eroe morto che ne farà


Se accanto nel letto le è rimasta la gloria
d’una medaglia alla memoria