Ieri, a pranzo, sono stato ospite a casa di uno dei miei amici più cari. Sua madre è di Torino, mentre suo padre ha una storia più complessa: i suoi bisnonni, originari di Treviso (o posti del genere) emigrarono in Etiopia ai tempi del colonialismo italiano, e là si sono mescolati con la popolazione locale, pur conservando lingua e tradizione italiane, anche nel nome. Il padre del mio amico, che ha vissuto la sua infanzia e la prima giovinezza ad Asmara [non Ankara, scusate!], è poi tornato in Italia con una borsa di studio universitaria. Qui ha studiato Medicina, laureandosi in corso con il massimo dei voti, e lavorando diversi anni senza percepire alcuno stipendio, a causa del fatto che suo nonno, ai tempi del fascismo, aveva rinunciato alla cittadinanza Italiana per non sottostare alle leggi razziali (da quel ramo della famiglia sono tutti mulatti).
Ieri il padre del mio amico era particolarmente in vena, e si è messo a raccontarci della sua infanzia ad Asmara. Una delle cose che mi hanno colpito di più nel racconto di questo simpatico signore di grande cultura e di squisita gentilezza è stata la storia dei suoi amici d’infanzia.
Ci ha raccontato di come avesse tre amici ai quali era attaccatissimo. Tra di loro esisteva una sorta di patto di sangue: qualunque impresa doveva essere compiuta da tutti e quattro assieme, oppure da nessuno dei quattro. Così ci ha raccontato di come si arrabattassero per racimolare i soldi per un biglietto del cinema, o dello stadio, o delle gloriose partite di calcetto, quattro contro quattro, in un campetto sterrato, in cui ognuno scommetteva cinque centesimi di dollaro, e la squadra che vinceva racimolava tutto.
Oggi, di quei quattro ragazzi africani, uno è venuto in Italia, ha studiato da medico, ed ora è felicemente sistemato; un altro fa parte del governo Etiope; gli altri due sono morti, poco più che uomini fatti, sul campo di battaglia.
Un paio di anni fa il padre del mio amico è tornato a casa, dopo tanti anni, per rivedere i posti della sua infanzia, e per sondare il terreno per portarvi anche la moglie e il figlio. Non ha trovato più nessuno della sua età. Tutti morti in guerra.
Noi ci lamentiamo tutti i giorni perché il mondo non va come vorremmo, perché un esame è andato male, o perché Bobo Vieri non ha esultato dopo il gol, o perché quella ragazza o quel ragazzo di cui eravamo – e forse siamo ancora – perdutamente innamorati si è messo/a con un’altra persona… Tuttavia, giorno per giorno, mi accorgo che tutte le mattine, quando mi sveglio, dovrei ringraziare la natura, o un dio, o la vita stessa, per essere ancora qui, e per potermi rendere utile ancora in qualche modo.


Successo è: quando senti che anche una sola vita ha respirato meglio grazie al fatto che sei esistito. Citazione dal mio libro di fisica [grazie 10.000 a YOKO per avermelo segnalato!!!]

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