Archive for febbraio, 2004


Dopo un’ora e mezza passata a spalar neve, posso dare qualche statistica.
Il cortile, che è stato spalato già ieri, e che quindi è partito stamattina da quota zero, era ricoperto da uno strato di trentotto (38) centimetri di neve, mentre il tetto del garage, e le zone non spalate, sono arrivati ad un massimo di quarantacinque (45) centimetri.
E quel coglione di mio fratello stamattina è andato a scuola in macchina, invece che in corriera. Così si è trovato nella merda (ha la patente da meno di sei mesi), e s’è fermato a casa di un amico.
E noi abbiamo dovuto liberare tutto il cortile dalla neve per permettere a mio padre di uscire dal garage con la macchina ed organizzare una spedizione di recupero, fornita di catene (sia da neve che da schiavo, con tanto di ceppi e fruste) per riportare al nido il fuggiasco.
Quando torna mi sente.
E soprattutto laverà sempre lui tutte e tre le macchine per i prossimi cinque anni.

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Son tre giorni che nevica ininterrottamente. Ci saranno almeno trenta centimetri di neve, sul tetto della cuccia di Magò (la mia cagnaccia), e lei se ne sta là dentro, rintanata, con fuori soltanto il naso. E’ un po’ sconsolata, poveretta, ma non mi sento di uscire a giocare con lei: con la cognizione che ha (salta sempre addosso a tutti, e non è un chihuaua, è un cane piuttosto grosso!) mi trasformerebbe in pochi secondi in un pupazzo di neve con la polmonite…
Ho anche scattato qualche foto, con il mio caro barattolone (al secolo: Nokia 3650), e spero di poterle pubblicare presto. Ho già in mente una sorta di galleria di immagini… spero solo di avere il tempo per realizzarla!

– “Purtroppo posso s…

– “Purtroppo posso solo confermarle il ventinove, non posso darle di più!”
– “DOV’E’ CHE DEVO FIRMARE?”


Alcuni professori sono addirittura patetici.

Ultimamente scrivo u…

Ultimamente scrivo un po’ troppo saltuariamente, e non so mai nemmeno bene cosa dire.
Sarà la depressione per il fatto che il 90% di quelli che arrivano qui da un motore di ricerca mi trovano digitando “roberto scarpini” o “burraco”…
O sarà per il fatto che ‘sta cosa di essere ancora e sempre single (non ricordo nemmeno più quand’è stata l’ultima volta che ho baciato una persona) ora comincia a pesarmi un po’ troppo.
O sarà il fatto che ho due esami orali nei prossimi 8 giorni e non so più dove sbattere la testa. Anche perché in pubblica prentendono che faccia pure le notti, oltre ai due turni settimanali che già faccio. Senza contare che devo comunque essere sempre là per i vari impegni che comporta l’ufficio comando…
O sarà il fatto che ho un gran bisogno di qualcuno che mi coccoli e mi faccia sentire amato… ah, no, l’ho già detto.

In attesa che arrivi…

In attesa che arrivino gli altri per entrare al ristorante cinese, mi ritrovo qui in macchina, sotto un’acqua bastarda e insidiosa, senza molto da fare e con troppi pensieri. Se più tardi la temperatura scende sotto zero, io non arrivo a casa: la strada è bagnata, e ghiaccerà sicuramente, e non credo che la nebbia si diraderà molto. Perché i miei hanno scelto di andare a vivere in culo ai lupi? Con i soldi che hanno speso per quella casa, non era meglio comprarsi un bell’appartamentino in zona cittadella, o comunque in un posto un pò più accessibile?
Intanto qui non è ancora arrivato nessuno (meno male che ho avvertito che arrivavo in ritardo, altrimenti…) e tra poco il cellulare si scaricherà…

E’ vero, porto fortuna, però quel simpaticone russante che l’altro giorno mi ha ricattato obbligandomi a passare il sabato notte (san valentino!) in pubblica per abilitarmi sembra aver cambiato idea, e ora mi ha già detto che sì, sono bravino, ma non se la sente di mandarmi fuori da solo. Con quella scusa, di 80 persone che aveva da abilitare, non ha abilitato NESSUNO.
Lasciamo perdere i commenti su questo, porterò pazienza. Chi la dura la vince, e glie la farò vedere.


Stamattina fuori dalla mia finestra il mondo è strano. I campi sono bianchi, ma ne posso vedere solo un piccolo fazzoletto, tra due alberi. La neve sui rami è quasi scomparsa con le piogge di ieri, ed è rimasta solo per terra e sui tetti, in uno strato spesso e copioso, che contrasta con il verde-grigio degli alberi, che ne sono invece privi. Il cielo non si vede, coperto da uno strato di nuvole bassissime e bianchissime, che sembrano quasi un secondo tetto sulla mia testa, quasi uno strato di nebbia sollevata dal terreno di qualche decina di metri.


… e prego
qualche dio dei viaggiatori
che tu abbia due soldi in tasca
da spendere stasera
e qualcuno nel letto,
per scaldare via l’inverno
e un angelo bianco seduto
vicino alla finestra…

Visto che qualcuno m…

Visto che qualcuno me l’ha chiesto, veloce spiegazione dei codici di invio e di ritorno delle ambulanze.


Quando un’ambulanza esce per un’urgenza, abbiamo tre possibili tipi di intervento (codici d’invio, o codici presunti, perché sono assegnati dalla centrale del 118 in base alle informazioni che ha raccolto per telefono): verde, giallo e rosso, in ordine di importanza. Il verde è la cazzatina, e ci vai tranquillo, senza sirene e senza farogiri; il giallo è una cosa un po’ seria, e sei autorizzato a usare sirene e farogiri solo se c’è molto traffico o se il posto è molto lontano, e solo dopo averlo richiesto alla centrale operativa; il codice rosso significa: “Baby we were born to run… gambe in spalla che quello ci resta!”.

Poi, quando siamo sul posto, noi dobbiamo avvertire la centrale e dare il cosiddetto codice di ritorno, che non è più presunto, ma è il frutto della nostra valutazione: 0, 1, 2, 3 o 4, corrispondente alla gravità dell’accaduto.
Codice 0 significa “paziente non caricato”, le motivazioni possono essere molteplici: non trovato, rifiuta il ricovero, scherzo…
Codice 1 significa invece che il paziente è in buone condizioni, respira da solo, è cosciente e non corre particolari pericoli. Corrisponde al codice verde d’invio.
Codice 2 significa che il paziente ha un’alterazione più o meno importante di uno dei parametri vitali (coscienza, respiro, circolo: è confuso, o respira male, o ha delle aritmie, ecc). Si procede con calma verso il pronto soccorso, monitorandolo e tenendosi pronti ad un intervento più avanzato. Corrisponde al codice d’invio giallo.
Codice 3 significa che il paziente non è cosciente, non respira e/o è in arresto cardiaco. Si tenta la rianimazione cardio polmonare (RCP) e si corre al pronto soccorso a sirene spiegate. Corrisponde al codice d’invio rosso.
Codice 4 significa: “paziente deceduto, rientro in sede”. In quel caso non si interviene, e si torna alla centrale a mani vuote.


Bene, in un anno di servizio non ho ancora fatto né un codice 3 né un codice 4. Buon per me, sono felice per questo. Tanto più che probabilmente mi abiliteranno lo stesso, visto che porto fortuna .

Dopo quasi un anno sono rientrato in possesso di uno dei dischi a cui tengo di più: “Stagioni” di Francesco Guccini.
Mio fratello l’aveva prestato a una sua amica, la quale s’è scordata di ridarcelo… e mio fratello ovviamente s’è sempre scordato di chiederlo.
Ora, prima che sparisca di nuovo, faccio gli MP3…


Quanto tempo è passato da quel giorno d’autunno
di un ottobre avanzato, con il cielo già bruno,
fra sessioni di esami, giorni persi in pigrizia,
giovanili ciarpami, arrivò la notizia…

Ci prese come un pugno, ci gelò di sconforto,
sapere a brutto grugno che Guevara era morto:
in quel giorno d’ottobre, in terra boliviana
era tradito e perso Ernesto “Che” Guevara…

Si offuscarono i libri, si rabbuiò la stanza,
perché con lui era morta una nostra speranza:
erano gli anni fatati di miti cantati e di contestazioni,
erano i giorni passati a discutere e a tessere le belle illusioni…

“Che” Guevara era morto, ma ognuno lo credeva
che con noi il suo pensiero nel mondo rimaneva…
“Che” Guevara era morto, ma ognuno lo credeva
che con noi il suo pensiero nel mondo rimaneva…


Passarono stagioni, ma continuammo ancora
a mangiare illusioni e verità a ogni ora,
anni di ogni scoperta, anni senza rimpianti:
” Forza Compagni, all’erta, si deve andare avanti! ”

E avanti andammo sempre con le nostre bandiere
e intonandole tutte quelle nostre chimere…
In un giorno d’ottobre, in terra boliviana,
con cento colpi è morto Ernesto “Che” Guevara…

Il terzo mondo piange, ognuno adesso sa
che “Che” Guevara è morto, mai più ritornerà,
ma qualcosa cambiava, finirono i giorni di quelle emozioni
e rialzaron la testa i nemici di sempre contro le ribellioni…

“Che” Guevara era morto e ognuno lo capiva
che un eroe si perdeva, che qualcosa finiva…
“Che” Guevara era morto e ognuno lo capiva
che un eroe si perdeva, che qualcosa finiva…


E qualcosa negli anni terminò per davvero
cozzando contro gli inganni del vivere giornaliero:
i Compagni di un giorno o partiti o venduti,
sembra si giri attorno a pochi sopravvissuti…

Proprio per questo ora io vorrei ascoltare
una voce che ancora incominci a cantare:
In un giorno d’ottobre, in terra boliviana,
con cento colpi è morto Ernesto “Che” Guevara…

Il terzo mondo piange, ognuno adesso sa
che “Che” Guevara è morto, forse non tornerà,
ma voi reazionari tremate, non sono finite le rivoluzioni
e voi, a decine, che usate parole diverse, le stesse prigioni,

da qualche parte un giorno, dove non si saprà,
dove non l’aspettate, il “Che” ritornerà,
da qualche parte un giorno, dove non si saprà,
dove non l’aspettate, il “Che” ritornerà!

E’ da parecchio che …

E’ da parecchio che non scrivo nulla.
L’ultima settimana, in effetti, è stata parecchio impegnativa.
Sono arrivato addirittura al punto di fare il turno sabato notte, in pubblica.
Temevo peggio, siamo usciti solo una volta (in rosso, però!), per una signora che non è stata bene a casa: crisi cardiaca e respiratoria. Alla fine se l’è cavata con una flebo, e un viaggio piuttosto celere fino al pronto soccorso, attaccata al monitor del defibrillatore e alla bombola dell’ossigeno.
La nottata sarebbe andata benissimo, se non fosse che il tipo che ha dormito in camera con me non avesse ronfato come un mantice per tutto il tempo… E il bello è che è stato pure lui a “convincermi” (mi ha praticamente ricattato) a fare il turno sabato notte (era pure San Valentino, non c’era un cane disposto a fare la notte in pubblica!), con la promessa della tanto agognata abilitazione a milite urgenze…
Che poi non so ancora se mi ha abilitato o meno, visto che quando me ne sono andato, alle otto e quaranta del mattino, lui stava ancora ronfando indisturbato! Che gente!

Ieri scena bellissim…

Ieri scena bellissima, in pubblica.
Solitamente, quando siamo in servizio ordinario e dobbiamo accompagnare un paziente ad una visita, lo scarichiamo sulla barella o sulla sedietta all’interno dell’ambulatorio, o al massimo aiutiamo il medico a sistemare il paziente dove più gli aggrada, poi ce ne andiamo tirandoci dietro l’uscio, come si dice qui a Parma.
Ieri il paziente era una vecchietta di 92 anni, tutta bella sorridente come il sole, probabilmente un po’ demente, ma in fondo simpatica. Purtroppo non ci hanno detto subito qual era il suo problema.
Dovevamo portarla ad una visita presso un noto ospedale cittadino, da un noto professore. Chiaramente non ricordavo quale fosse la specializzazione del dottore.
Portiamo dentro la signora, accompagnata dalla figlia e dalla badante, e aspettiamo che il medico, un uomo sulla cinquantina, di bell’aspetto, con un paio di occhiali dalla montatura argentata come i suoi capelli, ci dica di uscire. Fosse matto! Per quello che ha da fare, noi siamo assolutamente necessari!
Dialogo tra il dottore e la figlia della paziente:
– “Io ho già visto la signora nel ’98, vero?”
– “Sì, dottore”
– “E ora qual è il problema?”
– “Mia mamma ha dolori addominali molto forti, va di corpo solo un giorno sì e un giorno no…”
– “Da quanto tempo dura tutto questo?”
– “Qualche mese…”
– “Uhm, qualche mese…”
Poi aggiunge, rivolto a noi: “Possiamo metterla sul lettino, girata di lato, per favore?”
Io e il mio collega ci guardiamo un po’ sospettosi, ed ubbidiamo, sempre sperando che il professore ci ringrazi e ci faccia accomodare.
Invece continua: “Possiamo spogliarla, per cortesia? Alzatele la gonna e toglietele le mutande.”
Per fortuna a quel punto interviene la badante, e – intanto che noi reggiamo la signora, che senza un paio di telamoni a tenerla ferma sarebbe rovinata sul pavimento, data la mole non indifferente – esegue gli ordini del dottore.
Intanto che noi eseguiamo queste operazioni, un po’ contrariati [cioè, non è proprio un bello spettacolo!], il dottore si infila un paio di guanti di lattice, prende un tubetto di vaselina e comincia a spalmarsela sull’indice destro.
Poi, sorridendo in modo sadico e continuando a fare domande alla figlia su alcuni particolari della (assai sedentaria) vita della madre, si avvicina alla vecchia e si china sul suo didietro.
Io mi giro a guardare la figlia, che si copre il viso con le mani e si volta dall’altra parte.
La vecchia comincia a gemere, intanto che il medico si accanisce su di lei. Poi, pochi secondi dopo, mi giro per vedere il professore che si sfila con naturalezza il guanto imbrattato di sostanza puteolenta e lo sbatte nel cestino della spazzatura.
Poi si rivolge ancora alla figlia.
– “Signora, gli anziani che non camminano più hanno molta difficoltà a liberarsi delle feci. Sua madre ha qualche chilo di roba che le comprime il basso ventre.” Pausa d’effetto, poi, accompagnando la parola con un gesto della mano, ripete: “Qualche chilo… Eh, sì. Bisogna rispettare anche queste cose!”.
La figlia si fa il segno della croce.
Lui continua.
– “Deve farle tre clisteri, a giorni alterni.”
– “Cioè, per esempio, oggi, domani, dopodomani…”
– “No, signora, a giorni alterni, bisogna rispettare anche la sua età! Ha 92 anni, dobbiamo tenerne conto! Lei può farne tre di fila!” Poi si gira a guardare la badante – signora polacca di mezz’età – e dice: “Lei può farne tre!”. Poi si gira verso il mio collega (sulla sessantina) e fa: “Lui può farne tre”. Poi si gira verso di me (giovane e forte quasi-ventiduenne) e fa “Lui può farne… [attimo d’esitazione] beh, di lui non parliamone neanche”.
Io mi tocco, per scaramanzia, e lui continua:
– “…lei è anziana, non li sopporterebbe! E mi raccomando, glie li faccia molto dolci,  perché altrimenti le scoppia l’intestino, e allora siamo proprio a posto…”
E la figlia si segna di nuovo.