Archive for aprile, 2004


Ventiquattro! Ventiquattro in elettronica! Pensavo di essere andato malissimo, e invece.. VENTIQUATTRO! Quasi non ci credo…

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Four non blondes – What’s up


Twenty-five years I’m alive here still
Trying to get up that great big hill of hope
For a destination


I realized quickly when I knew I should
That the world was made up of this brotherhood of man
For whatever that means


And so I cry sometimes
When I’m lying in bed Just to get it all out
What’s in my head
And I, I am feeling a little peculiar.


And so I wake in the morning
And I step outside
And I take a deep breath and I get real high
And I scream from the top of my lungs
What’s going on?


And I say: HEY! yeah yeaaah, HEY yeah yea
I said hey, what’s going on?


And I say: HEY! yeah yeaaah, HEY yeah yea
I said hey, what’s going on?


ooh, ooh ooooooooooooooooh
ooh, ooh ooooooooooooooooh


and I try, oh my god do I try
I try all the time, in this institution


And I pray, oh my god do I pray
I pray all sanctity
For a revolution.


And so I cry sometimes
When I’m lying bed
Just to get it all out
What’s in my head
And I, I am feeling a little peculiar


And so I wake in the morning
And I step outside
And I take a deep breath and I get real high
And I scream from the top of my lungs
What’s going on?


And I say, hey hey hey hey
I said hey, what’s going on?


And I say, hey hey hey hey
I said hey, what’s going on?


And I say, hey hey hey hey
I said hey, what’s going on?


And I say, hey hey hey hey
I said hey, what’s going on?


ooh, ooh ooooooooooooooooh ooooooooooooooooh


Twenty-five years I’m alive here still
Trying to get up that great big hill of hope
for a destination
mmh mh

Attenzione! Post kilometrico. Siete stati avvertiti.
Raccolgo volentieri la “sfida” di TheZar a proposito della filosofia di Matrix, e per fare questo mi accingo ad esporvi brevemente la filosofia di Cartesio (Phemt: hai commesso un piccolo errore nel tuo post. In Matrix le filosofie orientali hanno un peso secondario: la filosofia principale è quella cartesiana).


René Descartes, in arte Cartesio, è considerato uno dei padri del “metodo scientifico moderno” (cfr Il discorso sul metodo, 1637), assieme a filosofi come Ruggero Bacone (cfr. La nuova Atlantide, 1600 ca.), Galileo (cfr. Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, 1623, e Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze, pubblicato circa vent’anni dopo).


Il pensiero di Cartesio si distingue da quello degli altri due filosofi sopra citati per un particolare molto interessante.


Il fondamento del Metodo cartesiano, infatti, parte dalla ricerca di qualcosa di fisso e inamovibile su cui poter basare la costruzione di ogni conoscenza.


Ma, per spiegarmi meglio, darò la parola direttamente al filosofo:



La meditazione che feci ieri [Cartesio era giunto alla conclusione che tutto il mondo poteva essere l’opera illusoria di un demone maligno che voleva ingannare l’uomo, facendogli credere di vivere una vita diversa da quella reale, NdInsj] m’ha riempito lo spirito di tanti dubbi, che, ormai, non è più in mio potere dimenticarli. E tuttavia non vedo in qual maniera potrò risolverli; come se tutt’a un tratto fossi caduto in un’acqua profondissima, sono talmente sorpreso, che non posso né poggiare i piedi sul fondo, né nuotare per sostenermi alla superficie. Nondimeno io mi sforzerò e seguirò da capo la stessa via in cui ero entrato ieri, allontanandomi da tutto quello in cui potrò immaginare il menomo dubbio, proprio come farei se lo riconoscessi assolutamente falso;e continuerò sempre in questo cammino, fino a che non abbia incontrato qualche cosa di certo, o almeno, se altro non m’è possibile, fino a che abbia appreso con tutta certezza che al mondo non v’è nulla di certo.


Archimede, per togliere il globo terrestre dal suo posto e trasportarlo altrove, domandava un sol punto fisso ed immobile [il fulcro per far funzionare la sua leva, NdInsj]. Così io avrò diritto di concepire altre speranze, se sarò abbastanza fortunato da trovare solo una cosa, che sia certa e indubitabile.


Io suppongo, dunque, che tutte le cose che vedo siano false; mi pongo bene in mente che nulla c’è mai stato di tutto ciò che la mia memoria, riempita di menzogne, mi rappresenta; penso di non aver senso alcuno; credo che il corpo, la figura, l’estensione, il movimento ed il luogo non siano che finzioni del mio spirito [chimerae]. Che cosa, dunque, potrà essere reputato vero? Forse inente altro, se non che non v’è nulla al mondo di certo.


Ma che ne so io se non vi sia qualche altra cosa, oltre quelle che testé ho giudicato incerte, della quale non si possa avere il menomo dubbio? Non v’è forse qualche Dio, o qualche altra potenza, che mi mette nello spirito di questi pensieri? Ciò non è necessario, perché forse io sono capace di produrli da me. Ed io stesso, almeno, sono forse qualche cosa? Ma ho già negato di avere alcun senso ed alcun corpo. Esisto, tuttavia; che cosa, infatti, segue di là? Sono io talmente dipendente dal corpo e dai sensi, da non poter esistere senza di essi? Ma mi sono convinto che non vi era proprio niente nel mondo, che non vi era né cielo, né terra, né spiriti, né corpi; non mi sono, dunque, io, in pari tempo, persuaso che non esistevo? No, certo; io esistevo senza dubbio, se mi sono convinto di qualcosa, o se solamente ho pensato qualcosa. Ma vi è un non so quale ingannatore potentissimo e astutissimo, che impiega ogni suo sforzo nell’ingannarmi sempre. Non v’è dunque dubbio che io esisto, s’egli mi inganna; e m’inganni fin che vorrà, egli non saprà mai fare che io non sia nulla, fino a che penserò di essere qualche cosa. Di modo che, dopo avervi ben pensato, ed avere accuratamente esaminato tutto, bisogna infine concludere, e tener fermo, che questa proposizione: Io sono, io esisto [cogito, ergo sum], è necessariamente vera tutte le volte che la pronuncio, o che la concepisco nel mio spirito.



R. Cartesio, Meditazioni metafisiche, II, in Opere (a cura di E. Garin), Laterza, Bari, 1967, vol. 2, pp. 205-206.



Cartesio dunque parte dal presupposto che si debba dubitare di tutto: nulla può essere ritenuto vero a priori, nulla può essere ritenuto esistente a priori, tutto può essere solo un’opera mistificatrice di una Volontà altra dalla nostra, che ci tenga assoggettati e asserviti, e inganni i nostri sensi per convincere la nostra mente di essere libera. Mi sembra inutile rilevare il parallelismo con il mondo di Matrix: è abbastanza evidente per chiunque.


Ma il parallelismo non si esaurisce qui: rileggete l’inzio del brano che ho citato qua sopra: Cartesio utilizza la similitudine dell’annegamento in un’acqua profonda, in cui non si riesca né a nuotare né a toccare il fondo. Neo, quando viene “liberato” da Matrix, sta per affogare nella vasca di raccolta delle acque di scarico, e morirebbe, se non fosse per Morpheus e soci.
Certo, a questo punto il parallelismo, apparentemente, si interrompe: Neo non opera da solo, non si basa sulla riflessione per uscire dal suo dubbio iperbolico, bensì viene aiutato da Morpheus prima, e dall’Oracolo poi. E l’operazione che fa per liberare sé stesso e il mondo non è opera d’ingegno, ma di braccio (e di Uzi, e di Magnum, spesso).


Tuttavia vorrei farvi notare un’altra cosa, che magari potrebbe, ad un primo momento, sfuggire: Neo non vince grazie alla forza, né grazie alle armi: il signor Smith e i suoi soci sono forti quanto lui, in questi campi, e la situazione resterebbe quella di uno stallo continuo. Anzi, no, con le armi Neo perde, perché Smith gli pianta in corpo una buona quantità di piombo, uccidendolo. A farlo “resuscitare” è una forza più potente, quella dell’amore di Trinty (certo, il passaggio è banale quanto volete, ma ascoltate il seguito). Da qui in poi Neo non userà più le armi, non lotterà più: per sconfiggere Smith entrerà in lui e lo farà esplodere in mille pezzi dall’interno. Perché Neo ha una marcia in più, rispetto a Smith: l’autocoscienza. Egli sa di essere, sa di avere una vita “reale”, mentre Smith è solo un “programma”, un’insieme di righe di codice che vengono eseguite da qualche macchina. Smith non ha uno status ontologico proprio, Neo invece sì. Ed è questo divario esistente tra i due che permette al buono di trionfare, e che condanna il cattivo. Neo pensa, quindi è; Smith invece è solo nell’illusione, nel mondo finto di Matrix; al di fuori di Matrix lui non è e non può essere.


Se ci pensate, poi, c’è anche un’altra cosa, in Matrix. La lezione di Kung-Fu che Morpheus tiene a Neo non è dettata solo dalla volontà di spettacolarizzare il film. Le discipline orientali, le arti marziali, hanno tutte come base l’autocoscienza, l’autocontrollo: l’uomo deve imparare a comandare sé stesso fin nei più piccoli dettagli, fin nei movimenti più fini. Equilibrio perfetto, efficienza, rapidità, riflessi. Forse è una forzatura; però io penso che si possa vedere anche quella lezione come un ulteriore passo verso l’autocoscienza.


Poi sono d’accordo, molte delle scene di quel film sono dettate solo dall’esigenza di rendere appetibile per il grande pubblico l’opera. E soprattutto c’è un’altra cosa: gli ultimi due episodi della saga sono assolutamente assurdi e ridicoli. Ce li potevamo tranquillamente risparmiare. Non aggiungono nulla a quanto già detto, se non ulteriori soldi nelle tasche di chi, come al solito, ci guadagna su.


Io ho solo detto la mia, ho proposto la mia modesta chiave di lettura per quella che penso possa essere un’opera piuttosto interessante sotto molti punti di vista. Che il tutto potesse essere espresso meglio, sono d’accordo. Ma che Matrix sia solo un film d’azione e di fantascienza, no, non lo penso proprio.

Porco diodo! No, non è una bestemmia virata, è un’esclamazione da ingegnere informatico che s’è probabilmente fatto trombare per la terza volta all’esame di Elettronica A.
I compiti degli ultimi tre appelli (che non ho fatto, purtroppo!) erano tutti molto facili, rispetto a quelli dell’anno scorso si facevano quasi ad occhi chiusi. Poi invece quello che ho fatto io ieri era addirittura impossibile. Per chi sa cosa significhino queste sigle, quel bstrd del prof ha messo solo MOSFET, neanche un BJT. E non è che ha messo dei normali n-MOS: ha messo il p-MOS a svuotamento (depletion), cosa che nessuno ha mai visto, e che lui a lezione si era guardato bene dall’approfondire!
La ringrazio di vivo cuore, prof, perché mi ci voleva proprio una stangata del genere, è proprio il periodo giusto. SGRUNT!

Outside the dawn is breaking,
But inside in the dark I’m aching to be free!


The show must go on!
The show must go on! Yeah!
Ooh! Inside my heart is breaking!
My make-up may be flaking!
But my smile, still, stays on!

A proposito di distrazioni, per evitare che la mia testa esplodesse come un palloncino troppo gonfio, oggi sono tornato a casa un po’ prima dall’università, e mi sono dedicato ad un po’ di attività fisica (una corsetta nei dintorni, e poi un po’ di pesi).
Qui vicino a casa mia, imboccando una stradina laterale che si apre su una discesa piuttosto ripida e tortuosa, si raggiunge un ponticello pedonale-ciclabile costruito all’inizio di questo secolo, e da poco restaurato. E’ un percorso molto bello da fare, e al tramonto il torrente, con quel po’ d’acqua che si porta a valle, è uno spettacolo che rivedo sempre volentieri. Il sole è già scomparso dietro i colli, ma il cielo è ancora di un colore chiaro, quasi bianco, appena più rosato all’orizzonte. L’aria è abbastanza calda, molto calma, si sta bene in maglietta e pantaloncini corti. Le poche persone che incontri, o a piedi o in bici, ti salutano affabilmente, anche se non le hai mai viste prima, e probabilmente non le rivedrai mai più in vita tua.
Se non fossi così pigro, quel percorso lo farei anche tutti i giorni. Ma vuoi per lo studio, vuoi per la pubblica, vuoi per la briga, alla fine mi riduco ad andarci una volta al mese, quando va bene. E a nulla servono i buoni propositi. Quindi non ne farò: tanto so già che non li manterrei.

L’esame di elettronica si avvicina. Sabato mattina non è certo il giorno giusto per un esame del genere, ma, come dice il prof, “io sono il professore, voi siete gli alunni, quindi decido io”. A parte la simpatia del personaggio, aggiungerò solo che è la terza volta che lo provo, quel compito, e la fiducia di passarlo non è molta. Almeno ci proverò. Andrà come andrà. Anche perché non ho mai studiato tanto come in questo periodo, e se continuo così tanto vale che mi iscriva ancora al liceo, che non cambia nulla. Tra l’altro questa settimana non faccio nemmeno turni in pubblica: mi hanno detto che mi concedono un po’ di vacanza (che male non fa), e così ora le distrazioni dallo studio sono ancora meno… Bah, tornerò agli esercizi…

Come promesso qualche giorno fa, eccomi di nuovo con il testo di una canzone che ritengo stupenda: Blood from a stone, scritta da Giorgio Moroder per la colonna sonora di Metropolis, di Fritz Lang, e interpretata dai Cycle V. Il film è degli anni Venti (1927, per la precizione, e gli effetti speciali sono, credetemi, veramente impensabili!) ed è stato appunto restaurato negli anni ’80, e rivestito di una nuova colonna sonora, di cui questa canzone fa parte. Per capire al meglio la canzone, vi farò un breve riassunto della trama del film. Il testo non è mio, l’ho reperito su Internet tramite una breve ricerca, e in effetti non è nemmeno molto fedele, ma lo riporto lo stesso:


“Metropolis” è una città del 2000, orgogliosa dei suoi grattacieli e delle sue sopraelevate, abitata da gente ricchissima e in buona parte sfaccendata. Ma sotto le sue fondamenta vi è un’altra città, quella operaia, dove turbe di uomini-schiavi attendono a macchinari giganteschi ed a colossali centrali. Un giorno Freder, il padrone di “Metropolis”, licenzia per negligenza uno dei propri collaboratori, il quale, in un accesso di scoramento, tenta il suicidio, ma John, il figlio del borghese tiranno, lo impedisce. L’uomo svela allora al giovane il mistero della città sotterranea, nella quale John si avventura, da prima incredulo ed attonito, poi sconvolto. Per meglio immedesimarsi nell’inattesa e terribile disumanità di quel mondo, John decide di prendere il posto di un operaio, sottoponendosi così a fatiche e condizionamenti fino allora per lui impensabili: conosce Maria, una bionda e giovanissima ragazza che, nelle catacombe, invita gli operai alla preghiera ed alla sopportazione. Ma notizie sull’apostolato di Maria giungono presto alle orecchie del Potere: il signore di “Metropolis” obbliga allora uno scienziato (Rotwang), che è al suo servizio, di rapire la donna, trasferendone su di un automa le fattezze e l’anima. Con un tale “robot” sarà così estremamente agevole manipolare e dominare la classe operaia. Mentre invano John cerca la ragazza, di cui si à innamorato, la Maria-“robot” si scatena, sobilla i lavoratori e si mette alla loro testa. Tutti la seguono come affascinati dal suo carisma, le fabbriche sono prese d’assalto e danneggiate, finchè un attacco collettivo e decisivo alla più grande delle centrali energetiche provoca il disastroso allagamento dei quartieri dove vivono le donne ed i bambini. (…) Per fortuna la vera Maria, fuggita dalla casa dello scienziato e raggiunta da John, mette in salvo i bambini, ormai quasi travolti dalle acque. Tutti si ritrovano davanti alla porta della Cattedrale. John, assumendosi il ruolo di mediatore e con accanto a sè la giovane donna, persuade il padre che è solo con la comprensione e l’amore che la Mente ed il Braccio potranno operare uniti per una società libera e giusta.


La canzone si colloca nel momento in cui John scende nell’inferno della città sotterranea, dove le macchine governano ogni ritmo della vita dell’uomo, compresa la sua fine.

Circles of the human chain
Turinig for the wheels of gain
A system with a power of its own
To draw blood from a stone


Every hour like the last
Tomorrow like the day just passed
Beraing down upon the flash and bones
To draw blod from a stone


Cold machines that never stop
Even if a man should drop
Mercy never lets her face be shown
They draw blod from a stone

C’è una cosa che non mi quadra: sono interista e nel mio sito le associazioni che prevalgono sono bianco-nero e rosso-nero. Rosso-bianco non vale. Uffa! Ma mi sa briga cambiare tutto, quindi cuccatevelo così com’è. Io la coscienza ce l’ho pulita, per quel che me ne frega – ormai – del calcio…

Tornati dal paradiso, eccoci di nuovo ad affrontare l’inferno quotidiano.
Oggi però in pubblica c’è stato un episodio che mi ha toccato il cuore.
Siamo andati a prendere una signora di 89 anni, con sospetta frattura del femore (a detta del 118) o con sospetta incrinatura del baccino (secondo il medico che l’ha visitata). Poverina, era dolcissima. In casa con la sorella, di poco più giovane, la signora, quando l’abbiamo portata fuori da casa sua con la sedietta, piangeva disperata, e si scusava con noi per il fastidio che ci arrecava (ma signora, siamo qui apposta per servirla, non si preoccupi, si figuri!); quando siamo scesi e l’abbiamo sbarellata, in pronto soccorso, invece, sorrideva felice.
Parlando con lei, in ambulanza, abbiamo appurato che era una ex maestra elementare, che ha insegnato per quarant’anni nelle scuole del circondario. E oggi, ad assisterla, oltre a me (22 anni), c’erano un ragazzo di 21 (TheZar) e uno di 16. Forse si è sentita un po’ ringiovanita anche lei, forse s’è sentita tornare a scuola, non so, fatto sta che alla fine del viaggio, iniziato con tante lacrime di paura e sconforto, era allegra, serena, e nel salutarci non smetteva più di ringraziarci.
Sono queste le cose che danno più soddisfazione. Più che la sensazione di fare gli eroi andando a soccorrere qualcuno che s’è spappolato in macchina o in moto, più che praticare una rianimazione cardio-polmonare: riuscire a far sorridere una persona che non conosci, e che ha paura di te, che, tutto vestito d’arancione, arrivi all’improvviso e la strappi dalla sua casa, dalla sua vita. E quando senti che quella persona acquista fiducia in te, e ti ringrazia, e ti augura ogni bene, allora ti senti veramente in pace con te stesso, e ti senti un po’ più maturo, un po’ più vivo.