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Raccolgo volentieri la “sfida” di TheZar a proposito della filosofia di Matrix, e per fare questo mi accingo ad esporvi brevemente la filosofia di Cartesio (Phemt: hai commesso un piccolo errore nel tuo post. In Matrix le filosofie orientali hanno un peso secondario: la filosofia principale è quella cartesiana).


René Descartes, in arte Cartesio, è considerato uno dei padri del “metodo scientifico moderno” (cfr Il discorso sul metodo, 1637), assieme a filosofi come Ruggero Bacone (cfr. La nuova Atlantide, 1600 ca.), Galileo (cfr. Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, 1623, e Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze, pubblicato circa vent’anni dopo).


Il pensiero di Cartesio si distingue da quello degli altri due filosofi sopra citati per un particolare molto interessante.


Il fondamento del Metodo cartesiano, infatti, parte dalla ricerca di qualcosa di fisso e inamovibile su cui poter basare la costruzione di ogni conoscenza.


Ma, per spiegarmi meglio, darò la parola direttamente al filosofo:



La meditazione che feci ieri [Cartesio era giunto alla conclusione che tutto il mondo poteva essere l’opera illusoria di un demone maligno che voleva ingannare l’uomo, facendogli credere di vivere una vita diversa da quella reale, NdInsj] m’ha riempito lo spirito di tanti dubbi, che, ormai, non è più in mio potere dimenticarli. E tuttavia non vedo in qual maniera potrò risolverli; come se tutt’a un tratto fossi caduto in un’acqua profondissima, sono talmente sorpreso, che non posso né poggiare i piedi sul fondo, né nuotare per sostenermi alla superficie. Nondimeno io mi sforzerò e seguirò da capo la stessa via in cui ero entrato ieri, allontanandomi da tutto quello in cui potrò immaginare il menomo dubbio, proprio come farei se lo riconoscessi assolutamente falso;e continuerò sempre in questo cammino, fino a che non abbia incontrato qualche cosa di certo, o almeno, se altro non m’è possibile, fino a che abbia appreso con tutta certezza che al mondo non v’è nulla di certo.


Archimede, per togliere il globo terrestre dal suo posto e trasportarlo altrove, domandava un sol punto fisso ed immobile [il fulcro per far funzionare la sua leva, NdInsj]. Così io avrò diritto di concepire altre speranze, se sarò abbastanza fortunato da trovare solo una cosa, che sia certa e indubitabile.


Io suppongo, dunque, che tutte le cose che vedo siano false; mi pongo bene in mente che nulla c’è mai stato di tutto ciò che la mia memoria, riempita di menzogne, mi rappresenta; penso di non aver senso alcuno; credo che il corpo, la figura, l’estensione, il movimento ed il luogo non siano che finzioni del mio spirito [chimerae]. Che cosa, dunque, potrà essere reputato vero? Forse inente altro, se non che non v’è nulla al mondo di certo.


Ma che ne so io se non vi sia qualche altra cosa, oltre quelle che testé ho giudicato incerte, della quale non si possa avere il menomo dubbio? Non v’è forse qualche Dio, o qualche altra potenza, che mi mette nello spirito di questi pensieri? Ciò non è necessario, perché forse io sono capace di produrli da me. Ed io stesso, almeno, sono forse qualche cosa? Ma ho già negato di avere alcun senso ed alcun corpo. Esisto, tuttavia; che cosa, infatti, segue di là? Sono io talmente dipendente dal corpo e dai sensi, da non poter esistere senza di essi? Ma mi sono convinto che non vi era proprio niente nel mondo, che non vi era né cielo, né terra, né spiriti, né corpi; non mi sono, dunque, io, in pari tempo, persuaso che non esistevo? No, certo; io esistevo senza dubbio, se mi sono convinto di qualcosa, o se solamente ho pensato qualcosa. Ma vi è un non so quale ingannatore potentissimo e astutissimo, che impiega ogni suo sforzo nell’ingannarmi sempre. Non v’è dunque dubbio che io esisto, s’egli mi inganna; e m’inganni fin che vorrà, egli non saprà mai fare che io non sia nulla, fino a che penserò di essere qualche cosa. Di modo che, dopo avervi ben pensato, ed avere accuratamente esaminato tutto, bisogna infine concludere, e tener fermo, che questa proposizione: Io sono, io esisto [cogito, ergo sum], è necessariamente vera tutte le volte che la pronuncio, o che la concepisco nel mio spirito.



R. Cartesio, Meditazioni metafisiche, II, in Opere (a cura di E. Garin), Laterza, Bari, 1967, vol. 2, pp. 205-206.



Cartesio dunque parte dal presupposto che si debba dubitare di tutto: nulla può essere ritenuto vero a priori, nulla può essere ritenuto esistente a priori, tutto può essere solo un’opera mistificatrice di una Volontà altra dalla nostra, che ci tenga assoggettati e asserviti, e inganni i nostri sensi per convincere la nostra mente di essere libera. Mi sembra inutile rilevare il parallelismo con il mondo di Matrix: è abbastanza evidente per chiunque.


Ma il parallelismo non si esaurisce qui: rileggete l’inzio del brano che ho citato qua sopra: Cartesio utilizza la similitudine dell’annegamento in un’acqua profonda, in cui non si riesca né a nuotare né a toccare il fondo. Neo, quando viene “liberato” da Matrix, sta per affogare nella vasca di raccolta delle acque di scarico, e morirebbe, se non fosse per Morpheus e soci.
Certo, a questo punto il parallelismo, apparentemente, si interrompe: Neo non opera da solo, non si basa sulla riflessione per uscire dal suo dubbio iperbolico, bensì viene aiutato da Morpheus prima, e dall’Oracolo poi. E l’operazione che fa per liberare sé stesso e il mondo non è opera d’ingegno, ma di braccio (e di Uzi, e di Magnum, spesso).


Tuttavia vorrei farvi notare un’altra cosa, che magari potrebbe, ad un primo momento, sfuggire: Neo non vince grazie alla forza, né grazie alle armi: il signor Smith e i suoi soci sono forti quanto lui, in questi campi, e la situazione resterebbe quella di uno stallo continuo. Anzi, no, con le armi Neo perde, perché Smith gli pianta in corpo una buona quantità di piombo, uccidendolo. A farlo “resuscitare” è una forza più potente, quella dell’amore di Trinty (certo, il passaggio è banale quanto volete, ma ascoltate il seguito). Da qui in poi Neo non userà più le armi, non lotterà più: per sconfiggere Smith entrerà in lui e lo farà esplodere in mille pezzi dall’interno. Perché Neo ha una marcia in più, rispetto a Smith: l’autocoscienza. Egli sa di essere, sa di avere una vita “reale”, mentre Smith è solo un “programma”, un’insieme di righe di codice che vengono eseguite da qualche macchina. Smith non ha uno status ontologico proprio, Neo invece sì. Ed è questo divario esistente tra i due che permette al buono di trionfare, e che condanna il cattivo. Neo pensa, quindi è; Smith invece è solo nell’illusione, nel mondo finto di Matrix; al di fuori di Matrix lui non è e non può essere.


Se ci pensate, poi, c’è anche un’altra cosa, in Matrix. La lezione di Kung-Fu che Morpheus tiene a Neo non è dettata solo dalla volontà di spettacolarizzare il film. Le discipline orientali, le arti marziali, hanno tutte come base l’autocoscienza, l’autocontrollo: l’uomo deve imparare a comandare sé stesso fin nei più piccoli dettagli, fin nei movimenti più fini. Equilibrio perfetto, efficienza, rapidità, riflessi. Forse è una forzatura; però io penso che si possa vedere anche quella lezione come un ulteriore passo verso l’autocoscienza.


Poi sono d’accordo, molte delle scene di quel film sono dettate solo dall’esigenza di rendere appetibile per il grande pubblico l’opera. E soprattutto c’è un’altra cosa: gli ultimi due episodi della saga sono assolutamente assurdi e ridicoli. Ce li potevamo tranquillamente risparmiare. Non aggiungono nulla a quanto già detto, se non ulteriori soldi nelle tasche di chi, come al solito, ci guadagna su.


Io ho solo detto la mia, ho proposto la mia modesta chiave di lettura per quella che penso possa essere un’opera piuttosto interessante sotto molti punti di vista. Che il tutto potesse essere espresso meglio, sono d’accordo. Ma che Matrix sia solo un film d’azione e di fantascienza, no, non lo penso proprio.

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