Archive for settembre, 2010


E comunque

Tornando a parlare di Joaquín Sabina, che in questo periodo continua a monopolizzare ogni mio momento musicale (ce l’ho sempre in testa anche quando non lo ascolto), vorrei suggerire a chiunque fosse interessato alle canzoni del cantautore spagnolo un bel libro, "Con buena letra", edito da Booket. Il libro, che si trova in giro a meno di dieci euro, è un bellissimo canzoniere impreziosito da alcune fotografie davvero interessanti e, soprattutto, da un’imperdibile serie di appunti manoscritti che Sabina ha scarabocchiato qua e là su quasi tutti i testi, facilitandone la comprensione ed arricchendone il significato.

Un’altra delle canzoni più belle di Sabina, di cui vorrei parlare oggi, si intitola Y sin embargo. L’espressione "sin embargo" è l’equivalente del nostro "comunque", "ciò non ostante". Nel libro appena citato scopro che Sabina ha scarabocchiato sotto questo titolo un sottotitolo non ufficiale che non lascia dubbi sul significato della canzone: E comunque ti amo. Assieme al sottotitolo compare una lapidaria dedica: "Per Isabel, vedendo piovere a Relatores", forse parafrasando il titolo di un brano del suo amico Gabriel García Márquez, "Monologo di Isabel vedendo piovere a Macondo".

Lo stesso Joaquín Sabina afferma che questa è la sua canzone d’amore preferita, e a quanto pare non è il solo a pensarla così, visto il successo che riscuote ad ogni concerto. La mia traduzione, purtroppo, non riesce a rendere la musicalità del testo originale, ma spero possa aiutare almeno un po’ chi lo spagnolo non lo parla; il video qui sotto, comunque (appunto!), vale più di mille parole.

Y sin embargo (te quiero)
E comunque (ti amo)
De sobras sabes que eres la primera,
que no miento si juro que daría
por ti la vida entera,
por ti la vida entera;
y, sin embargo, un rato, cada día,
ya ves, te engañaría
con cualquiera,
te cambiaría por cualquiera.
Sai fin troppo bene che sei la prima,
che non mento se giuro che darei
per te la vita intera,
per te la vita intera;
e comunque, per un po’, ogni giorno,
vedi, ti ingannerei
con chiunque,
ti cambierei con chiunque.
Ni tan arrepentido ni encantado
de haberme conocido, lo confieso.
Tú que tanto has besado
tú que me has enseñado,
sabes mejor que yo que hasta los huesos
sólo calan los besos
que no has dado,
los labios del pecado.
Né tanto pentito né felice
di avermi conosciuto, lo confesso.
Tu che tanto hai baciato
tu che mi hai insegnato,
sai meglio di me che fino alle ossa
calano soltanto i baci
che non hai dato,
labbra del peccato.
Porque una casa sin ti es una emboscada,
el pasillo de un tren de madrugada,
un laberinto
sin luz ni vino tinto,
un velo de alquitrán en la mirada.
Perché una casa senza te è un’imboscata,
il corridoio di un treno di prima mattina
un labirinto
senza luce né vino rosso,
un velo di catrame davanti agli occhi.
Y me envenenan los besos que voy dando
y, sin embargo, cuando
duermo sin ti contigo sueño,
y con todas si duermes a mi lado,
y si te vas me voy por los tejados
como un gato sin dueño
perdido en el pañuelo de amargura
que empaña sin mancharla tu hermosura.
E mi avvelenano i baci che vado dando
e comunque, quando
dormo senza te, ti sogno
e tutte le altre se dormi al mio fianco,
e se te ne vai me ne vado per i tetti
come un gatto senza padrone
perso nel fazzoletto d’amarezza
che imbeve, senza macchiarla, la tua bellezza.
No debería contarlo y, sin embargo,
cuando pido la llave de un hotel
y a media noche encargo
un buen champán francés
y cena con velitas para dos,
siempre es con otra, amor,
nunca contigo,
bien sabes lo que digo.
Non dovrei raccontarlo, e comunque
ogni volta che chiedo la chiave di un hotel
e a mezzanotte ordino
un buon champagne francese
e cena a lume di candela per due,
sempre è con un’altra, amore,
mai con te,
sai bene che è così.
Porque una casa sin ti es una oficina,
un teléfono ardiendo en la cabina,
una palmera
en el museo de cera,
un éxodo de oscuras golondrinas.
Perché una casa senza te è un ufficio,
un telefono che brucia nella cabina,
una palma
nel museo delle cere,
un esodo di oscure rondini.
Y me envenenan los besos que voy dando
y, sin embargo, cuando
duermo sin ti contigo sueño,
y con todas si duermes a mi lado,
y si te vas me voy por los tejados
como un gato sin dueño
perdido en el pañuelo de amargura
que empaña sin mancharla tu hermosura.
E mi avvelenano i baci che vado dando
e comunque, quando
dormo senza te, ti sogno
e tutte le altre se dormi al mio fianco,
e se te ne vai me ne vado per i tetti
come un gatto senza padrone
perso nel fazzoletto d’amarezza
che imbeve, senza macchiarla, la tua bellezza.
Y cuando vuelves hay fiesta
en la cocina
y bailes sin orquesta
y ramos de rosas con espinas,
pero dos no es igual que uno más uno
y el lunes al café del desayuno
vuelve la guerra fría
y al cielo de tu boca el purgatorio
y al dormitorio
el pan de cada día.
E quando torni c’è festa
in cucina
e balli senza orchestra
e rami di rosa con le spine,
però due non è uguale a uno più uno
e il lunedì al caffè della colazione
torna la guerra fredda
e al cielo della tua bocca il purgatorio
e alla camera da letto
il pane di ogni giorno.

La canzone più bella del mondo

Il titolo di questo post non è un giudizio di merito, ma la traduzione letterale del titolo di una canzone che vorrei presentarvi. Può darsi, infatti, che i pochi sfortunati che avranno avuto il coraggio di arrivare in fondo al mio post precedente, si stiano ancora chiedendo: ma chi cavolo è questo Joaquín Sabina?

Per questo, ho voluto giocare ancora una volta a fare il traduttore e ho scelto una canzone tratta dall’album Dímelo en la calle (Dimmelo in strada), la cui copertina potete ammirare qui di fianco.

La canzone, a dispetto del titolo, non è la più bella del mondo e non è nemmeno la più bella di Sabina; tuttavia, oltre ad essere una delle mie preferite, fornisce anche un ottimo esempio di quello stile barocco che, nel mio post precedente, ho attribuito al cantautore spagnolo. La canción más hermosa del mundo è infatti composta utilizzando una macro-figura retorica: un’accumulazione formata da una miriade di immagini altamente evocative. Per continuare il paragone con De André, si tratta di un procedimento simile a quello che Faber ha utilizzato nella composizione di Quello che non ho, anche se in quel caso l’effetto ottenuto è l’esatto opposto di questo. Sabina utilizza infatti l’accumulazione per evocare immagini piacevoli e provocare nell’ascoltatore un sentimento di empatia e simpatia; De André, invece, esprime un’ironica ma amara denuncia.

Al di là dei paragoni con Faber, comunque, vi lascio ora al testo della canzone, che potete ascoltare nel video che trovate in fondo al post. Ho aggiunto qualche nota qua e là per facilitare la comprensione del testo, dato che, in molti punti, la traduzione fa perdere il senso della canzone.

La canción más hermosa del mundo La canzone più bella del mondo
Yo tenía un botón sin ojal, un gusano de seda,
medio par de zapatos de clown y un alma en almoneda,
una hispano-olivetti con caries, un tren con retraso,
un carné del Atleti, una cara de culo de vaso,
Io avevo un bottone senza asola, un baco da seta,
mezzo paio di scarpe da clown e un’anima all’asta,
una ispano-olivetti con carie, un treno in ritardo,
un abbonamento dell’Atletico (1), una faccia di culo di bicchiere,
un colegio de pago, un compás, una mesa camilla,
una nuez, o bocado de Adán, menos una costilla,
una bici diabética, un cúmulo, un cirro, una strato,
un camello del rey Baltasar, una gata sin gato,
una scuola a pagamento, una bussola, una tavola rotonda (2),
una noce, o pomo d’adamo, meno una costola,
una bici diabetica, un cumulo, una nuvola, una Strato (3),
un cammello del re Baldassarre, una gatta senza gatto,
mi Annie Hall, mi Gioconda, mi Wendy, las damas primero,
mi Cantinflas, mi Bola de Nieve, mis tres Mosqueteros,
mi Tintín, mi yo-yo, mi azulete, mi siete de copas,
el zaguán donde te desnudé sin quitarte la ropa.
la mia Annie Hall (4), la mia Gioconda, la mia Wendy, le signore per prime,
il mio Cantinflas (5), il mio Bola de Nieve (6), i miei tre moschettieri,
il mio Tintín, il mio yo-yo, il mio azzurrino (7), il mio sette di coppe,
il corridoio dove ti ho spogliata senza toglierti i vestiti.
Mi escondite, mi clave de sol, mi reloj de pulsera,
una lámpara de Alí Babá dentro de una chistera,
no sabía que la primavera duraba un segundo,
yo quería escribir la canción más hermosa del mundo.
Il mio nascondino, la mia chiave di violino, il mio orologio da polso,
una lampada di Alì Babà in un cappello a cilindro,
non sapevo che la primavera durasse un secondo,
io volevo scrivere la canzone più bella del mondo.
Les presento a mi abuelo bastardo, a mi esposa soltera,
al padrino que me apadrinó en la legión extranjera,
a mi hermano gemelo, patrón de la merca ambulante,
a Simbad el marino que tuvo un sobrino cantante,
Vi presento il mio nonno bastardo, la mia sposa nubile,
il padrino che mi ha fatto da padrino nella legione straniera,
mio fratello gemello padrone del mercato ambulante,
Simbad il marinaio che ha avuto un nipote cantante,
al putón de mi prima Carlota y su perro salchicha,
a mi chupa de cota de mallas contra la desdicha,
mariposas que cazan en sueños los niños con granos
cuando sueñan que abrazan a Venus de Milo sin manos.
quel puttanone di mia cugina Carlotta e il suo cane bassotto,
la mia giacca di cotta di maglia contro la sfortuna,
farfalle che cacciano nei sogni i bambini brufolosi,
quando sognano che abbracciano la Venere di Milo senza mani.
Me libré de los tontos por ciento, del cuento del bisnes,
dando clases en una academia de cantos de cisne,
con Simón de Cirene hice un tour por el monte Calvario,
¿qué harías tú si Adelita se fuera con un comisario?
Mi sono liberato degli scemi a centinaia, della favola del business (8),
dando lezioni in una accademia di canti del cigno,
con Simone di Cirene (9) ho fatto il giro del monte Calvario,
cosa faresti tu se Adelita scappasse con un commissario (10)?
Frente al cabo de poca esperanza arrié mi bandera,
si me pierdo de vista esperadme en la lista de espera,
heredé una botella de ron de un clochard moribundo,
olvidé la lección a la vuelta de un coma profundo.
Davanti al capo di poca speranza ho issato la mia bandiera,
se mi perdo di vista aspettatemi nella lista d’attesa,
ho ereditato una bottiglia di rum da un clochard moribondo,
ho dimenticato la lezione al ritorno da un coma profondo.
Nunca pude cantar de un tirón
la canción de las babas del mar, del relámpago en vena,
de las lágrimas para llorar cuando valga la pena,
de la página encinta en el vientre de un bloc trotamundos,
de la gota de tinta en el himno de los iracundos.
Non ho mai potuto cantare tutto d’un fiato
la canzone delle bave del mare, del fulmine in vena,
delle lacrime per piangere quando valga la pena,
della pagina incinta nel ventre di un blocco note giramondo,
della goccia d’inchiostro nell’inno degli iracondi.
Yo quería escribir la canción más hermosa del mundo. Io volevo scrivere la canzone più bella del mondo

(1) Si riferisce, ovviamente, all’Atletico Madrid, la squadra di calcio.
(2) La mesa camilla è un mobile tipico spagnolo che non ha un corrispettivo in italiano: si tratta infatti di una piccola tavola rotonda, coperta da una lunga tovaglia che arrivava al pavimento, sotto la quale veniva sistemato un braciere o un altro sistema di riscaldamento. Attorno a questa tavola, quindi, si riuniva la famiglia nelle giornate più fredde.
(3) Fender Stratocaster, famosa chitarra elettrica.
(4) Personaggio del film di Woody Allen Io e Annie.
(5) Famoso comico messicano (1911-1995).
(6) Cantante e compositore cubano (1911-1971). Letteralmente "Bola de nieve" significa "Palla di neve"; il nome era tuttavia ironico: il cantante era nero come il carbone, in quanto di origini africane.
(7) Azulete, in spagnolo, indica sia il colorante azzurro utilizzato per tingere gli abiti, venduto sotto forma di palline azzurre, sia una serie di fiori e piante da cui si ricava appunto questo colore.
(8) Vi prego di notare come si scrive business in spagnolo…
(9) Simone di Cirene, detto il Cireneo, fu colui che fu obbligato dai Romani a trasportare la croce di Cristo durante la salita al calvario; per estensione, indica chiunque, volente o nolente, si accolli il peso di eseguire un compito che spetterebbe a qualcun altro.
(10) La madre di Joaquín Sabina si chiamava Adela (di cui Adelita è il diminutivo) e suo padre era poliziotto.

Quando, ormai quattro anni fa, misi piede per la prima volta in Spagna – con l’idea di restarci nove mesi, che poi divennero quasi due anni – non sapevo quasi nulla di quel paese, nemmeno la lingua. Non so bene perché scelsi proprio la Spagna, forse fu un caso, o forse qualche inconscio motivo che non ho mai analizzato a fondo.

Quando si vive in un paese straniero, soprattutto se questo paese vi affascina come la Spagna ha affascinato me, è impossibile non provare un forte desiderio di integrazione, che ti porta a volerne prima di tutto padroneggiare la lingua, per poi cercare di conoscere gli usi, i costumi, le tradizioni, le preferenze e la cultura di quelli che diventano un po’ i tuoi compaesani d’adozione.

Gli strumenti da utilizzare per raggiungere questi obiettivi sono sicuramente molteplici, ma è impossibile trascurarne uno molto particolare: la musica. All’inizio, da studente Erasmus nemmeno troppo votato alla vita Erasmus propriamente detta, mi riusciva piuttosto difficile fare progressi in questo senso, e tutto quel che ascoltavo era un po’ di Manu Chao (1), Juanes (2) e poco altro. Poi il ragazzo con cui stavo all’epoca mi consigliò di ascoltare qualche cantante spagnolo propriamente detto e, tra le altre cose, mi fece conoscere Joaquín Sabina. Proprio di questo cantautore/poeta vorrei parlarvi questa sera e per farlo utilizzerò un paragone che probabilmente risulterà azzardato a molti di voi.

Vedete, ogni volta che veniamo a contatto con qualcosa che non conoscevamo, scatta in noi un tentativo di identificare il nuovo fenomeno paragonandolo con qualcosa che conosciamo bene. Una specie di tentativo di etichettare il nuovo sulla base del vecchio, un tentare di descriverlo con un vocabolario del cuore che già siamo in grado di sillabare.

Nel caso di Joaquín Sabina, ho a lungo tentato di paragonarlo con uno o più cantautori italiani, per poter dire "Sabina è il XXX spagnolo", dove XXX era il nome del cantante italiano di turno. Quasi tre anni mi ci sono voluti, per elaborare il pensiero, ma oggi posso dire che, secondo me, Sabina è il De André spagnolo.

Prima di essere preso a fucilate da tutti coloro che pensano che De André sia unico ed inimitabile e non solo insuperabile, ma anche ineguagliabile, mi affretterò a dire che anch’io sono assolutamente convinto di tutto questo. Lasciatemi però elaborare il paragone e giustificare la mia affermazione.

La prima coincidenza tra i due sta nel fatto che entrambi sono nati nel mese di febbraio, a nove anni pressoché esatti di distanza l’uno dall’altro: 18 febbraio 1940 De André 12 febbraio 1949 Sabina. Nove anni sono molti, è vero; per di più, in quei nove anni c’è stata una guerra mondiale, una crisi economica, un inizio di ricostruzione. Ma non dimentichiamo che, nel 1949, la Spagna in cui nacque Sabina non era molto diversa dall’Italia in cui era nato De André: si trattava di un paese ancora governato da un regime totalitarista, il franchismo, che nulla aveva da invidiare al fascismo italiano. L’unico vero motivo per cui la Spagna non era entrata in guerra nel 1940 era il fatto che il paese si stesse ancora riprendendo dalla sanguinosissima guerra civile che l’aveva insanguinata tra il 1936 e il 1939.

Se è vero che Fabrizio fu appena toccato dal fascismo, di cui ricorda soprattutto il periodo vissuto da sfollato nella campagna astigiana, Sabina visse il franchismo come una vera e propria maledizione, che lo porterà addirittura all’esilio volontario a Londra, ma di questo parleremo più avanti.

Andando con ordine, la seconda coincidenza che troviamo riguarda il fatto che sia il piccolo Fabrizio che il piccolo Joaquín frequenteranno le scuole in istituti religiosi: De André sarà dapprima inviato ad una scuola privata gestita da suore, poi sarà trasferito presso i Gesuiti dell’Arecco; Sabina frequenterà prima le suore Carmelitane, poi un collegio di Salesiani. Entrambi gli artisti parlano di questo fatto come di un’esperienza che li ha segnati profondamente e ne ha sancito l’allontanamento dalla religione cattolica, sebbene le conclusioni raggiunte dall’uno e dall’altro siano, come vedremo, sostanzialmente differenti.

Ma la cosa che probabilmente accomuna di più i due cantautori arriva con la maturità: durante gli anni di studio all’università (Giurisprudenza per l’italiano, Filosofia per lo spagnolo), entrambi vivono un periodo completamente sregolato, frequentando persone d’ogni estrazione sociale, prostitute, diseredati, e sbarcando il lunario con lavoretti saltuari. Entrambi hanno però la fortuna di crescere in ambienti culturalmente intensissimi: nella Genova degli Sessanta, Fabrizio frequenterà Luigi Tenco, Umberto Bindi, Gino Paoli, Paolo Villaggio e tanti altri, mentre per Sabina la città della svolta sarà Londra, in cui è costretto a vivere come esule dopo aver tirato una bomba molotov contro una filiale del Banco de Bilbao, a Granada, come protesta contro il processo di Burgos (3). Non so a voi, ma a me questo fatto ricorda molto la "Storia di un impiegato". In seguito di questo atto vandalico Joaquín Sabina, ricercato dalla polizia e sprovvisto di passaporto, non sa come fare ad espatriare, ma il colpo di fortuna di cui è protagonista a questo punto ha dell’incredibile: in un bar conoscerà infatti un certo Mariano Zugasti, perfetto sconosciuto che, dopo appena un’ora di conversazione, gli regalerà il proprio passaporto. A Londra Sabina frequenterà numerosi esiliati spagnoli, tra i quali i cantautori Paco Ibáñez, Lluís Llach, Francesc Pi de la Serra ed Elisa Serna.

Fabrizio De AndréLa gioventù sregolata di questi cantanti, assieme alle loro "cattive frequentazioni", ci porta quindi a toccare un altro punto in comune tra i due: le dipendenze. Se Faber esagerava con l’alcool, Sabina ai superalcoolici aggiungeva spesso e volentieri la cocaina. Entrambi, tuttavia, riescono improvvisamente ad affrancarsi da questi vizi, l’italiano a causa della promessa fatta al padre sul letto di morte, lo spagnolo a causa della buona dose di spavento presasi in seguito ad un ictus causato dalla droga. Con il senno di poi, entrambi i cantautori descrivono la propria dipendenza come una vera e propria catabasi, un viaggio all’inferno e ritorno, da cui trarre preziosi insegnamenti. Per Sabina, però, all’ictus e alla scoperta della propria vulnerabilità segue un lungo periodo di profonda depressione durante il quale interrompe la propria produzione musicale, dedicandosi principalmente alla scrittura di poesie. Per Faber, invece, l’affrancamento dalla dipendenza non causa alcuna soluzione di continuità nella sua tanto prolifica vena artistica, che continua anzi a manifestarsi con rinnovato vigore.

Anche per quanto riguarda le convinzioni politiche, poi, De André e Sabina sono molto simili: entrambi infatti appartengono all’area dell’estrema sinistra, anche se Faber appartiene in realtà all’area anarchica, mentre Sabina è in bilico tra l’anarchia e il comunismo. In entrambi, tuttavia, le idee politiche sono intimamente legate all’interesse per le problematiche sociali e, in particolare, per le sorti degli umili, dei respinti.

Su un piano prettamente artistico, poi, è impossibile non notare un altro elemento comune tra i due artisti, che condividono almeno due punti di riferimento fondamentali: Bob Dylan e Georges Brassens, dei quali entrambi reinterpretano numerose canzoni. L’esempio più lampante è forse la bellissima canzone di Brassens Le Gorille, tradotta e cantata sia da De André che da Sabina.

Potremmo poi parlare di molti altri punti in comune, come lo smisurato amore per le donne o la straordinaria timidezza ma, al di là di tutte queste somiglianze, i percorsi artistici dei due cantautori-poeti sono estremamente diversi, così come diversi sono i loro stili. Pur essendo entrambi intimamente influenzati dalla cultura e dalla musica latino-americana così come da quella mediterranea, ciascuno dei due interpreta in modo molto personale queste basi comuni. Così, le sonorità di De André saranno sempre legate principalmente alla musica popolare, nel senso più elitario e ricercato del termine (mi si passi l’ossimoro), mentre Sabina ha un’anima decisamente più rock, pur conservando temi e sonorità della canzone tradizionale spagnola e, più in particolare, della sua terra natale, l’Andalusia.

Entrambi, poi, sono straordinari cantori dell’amore e del disamore, del momento in cui il sentimento nasce così come del momento in cui esso muore; cantano la conquista e l’abbandono, ma lo fanno con due stili poetici quasi opposti. Sabina, quando scrive, è interamente e propriamente barocco: in una singola strofa riesce ad accumulare una quantità impressionante di figure retoriche, riesce a dipingere una serie incredibile di immagini straordinarie che stupiscono l’ascoltatore ad ogni verso. De André, invece, fa tutto il contrario: usa le figure retoriche e le immagini con parsimonia, valorizzandole all’interno del contesto. La stessa differenza di stile si vede nell’atteggiamento dei due cantanti durante le esibizioni in pubblico: De André compare sempre seduto su una sedia o addirittura, nei momenti più drammatici (per esempio Sidùn) direttamente sulle assi di legno del palcoscenico, con in mano una chitarra acustica o il nudo microfono, mentre Sabina, da vero e proprio rocker, preferisce restare in piedi e suonare la sua immancabile chitarra (per esempio: Ganas de…). Il diverso atteggiamento nei confronti del pubblico si riflette anche nel fatto che, per esempio, in un concerto di De André sarebbe stato impossibile Faber fermarsi per lasciar cantare il pubblico, mentre al contrario Sabina utilizza spesso e volentieri questa tecnica per coinvolgere gli spettatori. Probabilmente, però, questa peculiarità deriva anche da un’altra sostanziale differenza tra le canzoni di De André e quelle di Sabina: mentre le canzoni di quest’ultimo hanno quasi sempre un ritornello, magari variato ma pur sempre un ritornello, Faber sembrava essere allergico a questo elemento, che infatti nella sua discografia non compare quasi mai. E, ovviamente, le parti che il pubblico può cantare meglio sono proprio queste!

Al di là della mancanza di ritornello, tuttavia, penso che la ragione del diverso atteggiamento dei due cantanti verso il pubblico sia da spiegare più che altro attraverso un’altra differenza sostanziale, alla quale finora abbiamo solo accennato. Se è vero che De André e Sabina frequentano entrambi i diseredati e gli ultimi, c’è un vero e proprio abisso tra i loro punti di vista. Se da un lato Sabina si sente uno di questi "respinti" e fa di questa constatazione il proprio punto di forza, sguazzandoci dentro abbondantemente, dall’altro lato De André è uno spettatore esterno di questo spettacolo. Non manca certo l’empatia, che è anzi la forza stessa che muove i passi di Faber; è innegabile che egli amasse sinceramente e profondamente tutti questi servi disobbedienti alle leggi del branco, ma è altrettanto innegabile che lui non è mai stato uno di loro. Faber è un borghese che si cala nei panni del diseredato, senza però perdere la propria superiorità. È un po’ il Gesù Cristo della situazione: si è fatto uomo e vive in mezzo agli uomini, ma è pur sempre Dio.

Questa differenza sostanziale tra Sabina e De André riesce a spiegare un altro fatto su cui mi sono trovato a riflettere: Joaquín Sabina canta sempre in prima persona, Fabrizio De André invece usa la terza anche quando finge di usare la prima. Se si eccettua forse "Hotel Supramonte" (4), tutte le canzoni scritte da Faber in prima persona raccontano in realtà storie che nulla hanno a che fare con l’autore. La prima persona diventa quindi una figura retorica con la funzione di rafforzare il pathos della narrazione: è il caso di Sidùn, ma anche di tutte le canzoni di Non al denaro, non all’amore né al cielo, di Storia di un Impiegato, de La Buona Novella e così via. La prima persona utilizzata da Sabina, invece, è sempre dannatamente realistica, se non addirittura autentica. In una lunga intervista rilasciata dal cantautore spagnolo al giornalista Javier Menéndez Florez (5), Sabina discute lungamente sul tema della bugia: bugia intesa come invenzione poetica, come sogno, come forma artistica. Il primo capitolo dell’intervista si intitola La mentira como una de las bellas artes (La bugia come una delle belle arti), mentre il secondo sviluppa ulteriormente il tema: Una estética de la impostura (Un’estetica dell’impostura). Le bugie non sono quindi fini a se stesse e completamente avulse dalla realtà, ma sono una forma d’arte realistica. Nelle canzoni, è impossibile distinguere l’io del Sabina vero e proprio dall’io del Sabina di fantasia. È il caso di Calle melancolía, di Y nos dieron las diez, di La canción más hermosa del mundo, di Con la frente marchita, e così via.

Fabrizio De André raccontava un mondo nel quale viveva come osservatore, come narratore esterno; Joaquín Sabina racconta invece il proprio mondo, la propria vita, o una vita che potrebbe tranquillamente essere la sua. Questa distanza dei due punti di vista si riflette anche in altri aspetti della loro musica. Entrambi, per esempio, hanno un senso dell’ironia estremamente marcato; ma mentre quella di Sabina è rivolta verso tutto e tutti, compreso se stesso, ed è spesso quasi sguaiata, quella di De André non diventa mai auto-ironia, o, se lo fa, mantiene comunque un certo livello. Soprattutto, quella di De André è molto meno diretta, ma anche molto più amara: penso, per esempio, all’asina e all’uomo di Monti di Mola, che non riescono a sposarsi perché si scoprono cugini primi.

Le differenze tra i due, ovviamente, potrebbero continuare all’infinito: ma allora, perché mi sono imbarcato in questo paragone? Molto probabilmente perché questi due artisti rappresentano, per me, ciascuno il meglio della musica del proprio paese. Altrettanto probabilmente, perché penso che ciascuno dei due sia troppo poco conosciuto nel paese dell’altro. In Spagna, è raro trovare qualcuno che sappia chi era Fabrizio De André, così come in Italia pochi hanno sentito parlare di questo Joaquín Sabina. Nel mio piccolo spero, con questo post e con qualche traduzione di testi che pubblicherò in un prossimo futuro, di invogliare qualcuno ad andarsi ad ascoltare qualche canzone di Joaquín Sabina, con l’augurio che possa piacervi quanto piace a me.

Note al testo:
(1) Peraltro, Manu Chao è francese, per la precisione parigino, pure Banlieues D.O.C.G.
(2) Juanes è quello de "La camisa negra", qualcuno se la ricorda? Manco lui è spagnolo, ma sudamericano. La canzone aveva comunque avuto un discreto successo in Italia, malgrado i pessimi ricordi che le camicie nere suscitano nel nostro paese; ma quella era nera per il lutto di un amore perso, non per motivi politici.
(3) Il processo di Burgos, iniziato il 3 dicembre 1970, vedeva sul banco degli imputati sedici membri dell’organizzazione terrorista ETA, accusati di aver partecipato all’assassinio di tre persone, uccise in momenti diversi tra il 1968 e il 1969. Tra gli imputati erano presenti due sacerdoti ed alcuni esponenti di partiti politici dell’estrema sinsitra spagnola. Il processo è ricordato a causa del giudizio estremamente sommario emesso: per sedici imputati furono emesse nove condanne a morte e cinquecentodiciannove anni di prigione. Le condanne a morte furono poi convertite in pene detentive, a causa delle numerose sollevazioni popolari seguite, in tutto il paese, all’emissione del verdetto, che si trasformò in un boomerang per la già vacillante popolarità del governo franchista.
(4) In realtà anche "Hotel Supramonte" non è una vera canzone in prima persona: è infatti stata scritta quasi interamente da Massimo Bubola come canzone d’amore; l’abilità di De André è stata quella di cambiare il minimo indispensabile per trasformarla nella storia del proprio rapimento. La storia di questa canzone è raccontata nel bellissimo libro "Doppio lungo addio", intervista di Massimo Cotto a Massimo Bubola.
(5) "Sabina en carne viva – Yo también se jugarme la boca", edizioni DeBolsillo, Barcellona, 2006. Purtroppo il libro non è stato mai tradotto in italiano, ma si tratta di una lettura estremamente interessante e non troppo impegnativa dal punto di vista della lingua.