Archive for agosto, 2004


Sul giornale di oggi una notizia che fa accapponare la pelle. Abdslam Fekkak, marocchino, di 30 anni, immigrato con regolare permesso di soggiorno, diploma da ragioniere, moglie e due figli, ha un incidente sul lavoro, in un cantiere a Sant’Eraclio, nei dintorni di Foligno. Cade da un’impalcatura di cinque metri di altezza.
Perde i sensi, sembra morto: per il datore di lavoro sono cazzi amari, perché Abdslam è stato assunto in nero, e in quel cantiere le norme sulla sicurezza sono del tutto inesistenti. Così quel criminale, un siciliano di 41 anni, assieme al figlio di 19, carica Abdslam sul cassone del suo camion, percorre una ventina di chilometri e poi lo abbandona sul ciglio della strada, a Viole di Assisi, una frazione della città francescana.
Per fortuna i carabinieri di Assisi ritrovano Abdslam e lo soccorrono: viene ricoverato in ospedale e, dopo un’operazione, viene dimesso. Il marocchino, inizialmente, non vuole dire cos’è successo: ha paura di ritorsioni da parte del suo “capo”, che ha anche avuto l’ardire di andarlo a trovare mentre era in ospedale, portandogli qualche pacco di pasta e qualche frutto, per “imbonirselo”, e per proporgli dieci giorni di paga in più, se avesse tenuto la bocca chiusa. Ma quell’animale non la fa franca, perché Abdslam vuota il sacco. E allora per quella testa di cazzo di un 41enne siciliano le accuse sono gravissime: omissione di soccorso aggravata, lesioni gravi e violazioni delle norme di sicurezza.
Amarissime le parole di Abdslam: “se fossi stato italiano non mi avrebbero gettato in un campo. Sono da dieci anni in Italia, e non mi hanno mai trattato così”.
E allora, ancora una volta, l’unico commento che posso avere nei confronti di maiali – non uomini; e comunque i maiali hanno più dignità – come quel siciliano e suo figlio è: ma se fosse successo a voi? Tu, padre, vergognati profondamente di quello che hai fatto, e pensa se al posto di Abdslam ci fosse stato tuo figlio, emigrato da dieci anni in terra straniera, costretto a lavorare in nero per uno stipendio da fame, senza la minima garanzia di sicurezza sul posto di lavoro, e poi buttato in un campo a morire per tentare di discolparsi da accuse gravissime! E tu, figlio, che hai avuto il coraggio di compiere un atto talmente ripugnante, di aiutare tuo padre a compiere un’azione da assassino, con che coraggio guarderai ancora negli occhi un essere umano?

Sabato notte, in turno, è stato un disastro. Ho dormito due ore scarse, col risultato che ho dormito tutto il giorno domenica. A mezzanotte circa ci hanno chiamato per un rosso a casa di dio, a S. Vitale Baganza, a circa 15-20 km da qui: paziente non cosciente, non respira.
Montiamo in ambulanza. Non abbiamo nessuna informazione, nemmeno il nome della via, solo indicazioni molto vaghe. Contatto subito la centrale via radio chiedendo se ci possono dire qualcosa in più: “Guarda, più che dirti che non è cosciente, non saprei proprio cosa dirti…” Risposta incoraggiante.
Ci precipitiamo sul posto: una casa di campagna abbastanza isolata, spersa sulle prime colline del pre-appennino parmense. Fuori, ad aspettarci, un signore anziano, probabilmente pure un po’ suonato, al quale mi rivolgo immediatamente, chiedendogli cos’è successo: la sua risposta è un laconico “non lo so…”. Poi cerca di far strada, a passo di lumaca. Poi, per fortuna, si rende conto di intralciare e si sposta, facendomi cenno di andare su. Corro per le scale, e mi ritrovo in un corridoio buio. In fondo, una camera da letto con la luce accesa. Sul letto matrimoniale una donna anziana, su un fianco, girata dall’altra parte: non la vedo in faccia. Allora mi dirigo verso di lei, chiamandola ad alta voce. Provo a scuoterla: non risponde. Sembra che in bocca abbia dei batuffoli di cotone: guardo meglio, è schiuma bianca. Le metto una mano sul collo, per sentire la carotide: è tiepida, ma non c’è battito. Mando giù uno dei due ragazzi che addestravo, perché vada a prendere l’aspiratore, e intanto chiedo all’altro di darmi una mano a spostare la paziente sul pavimento, in modo da poter praticare il massaggio cardiaco (che non si può fare sul materasso, o su un piano morbido, perché faresti sprofondare il corpo, invece di comprimere il torace). Faticadellamadonna! Non era propriamente leggera, e spostare una persona priva di sensi è un’impresa: non sai come prenderla (scivola da tutte le parti) e pesa come il piombo.
Messa per terra, e aspirata la schiuma, abbiamo cominciato la rianimazione cardio-polmonare. Alla prima insufflazione (l’immissione di aria nei polmoni del paziente tramite il famoso “pallone ambu”, che avrete senz’altro visto in qualunque telefilm su un pronto soccorso) si sente un forte rumore d’acqua: i polmoni della signora sono completamente pieni di liquido, le speranze di riuscire a rianimarla sono praticamente nulle. Tuttavia non possiamo smettere finché non arriva il medico: noi non possiamo constatare il decesso, se non in casi molto particolari (completa decapitazione, avanzato stato di decomposizione, completa carbonizzazione), quindi andiamo avanti. Quasi mezz’ora di rianimazione: alla fine eravamo a pezzi, grondanti di sudore, e non proprio su di morale. Arriva il medico, la guarda e ci fa: “ragazzi, smettete pure: ora attacchiamo l’elettrocardiogramma, giusto per vedere, poi ce ne andiamo…”
Al ritorno, in ambulanza, non ero particolarmente shockato, pensavo solo alle imperfezioni che avevamo commesso nelle varie manovre, e a come avremmo potuto risolverle. Il resto della serata poi è scorso via tranquillo: abbiamo finito di cenare all’una di notte, siamo stati davanti al Pc fino alle quattro, e poi siamo andati a letto. E lì sono cominciati i casini. Non sono riuscito a chiudere occhio. Continuavo ad avere davanti agli occhi l’immagine di quella donna, distesa per terra, completamente nuda (e non era un bello spettacolo), con la bava alla bocca, le pupille fisse, e l’odore… l’odore di quel cadavere, che sapeva di sudore, di vomito, con quell’odore di vecchie mucose che spesso gli anziani hanno addosso… Da un certo punto di vista mi sento meglio, perché sono ancora capace di provare sentimenti umani – ed ultimamente ero arrivato a dubitarne -, riesco ancora ad impressionarmi, anche se sul momento sono freddo e penso solo a come agire al meglio; ma dall’altro lato la sensibilità si paga col dolore…

Ieri sera mi sono visto un film che mi ha sconvolto più di tanti altri: Ichi the killer. Film giapponese non doppiato, con sottotitoli in inglese. Calcolando che la trama è complicatissima, devo dire che non sono riuscito a capire molto della vicenda, e soprattutto mi ha sconvolto il finale, che però non racconterò qui.
Avete presente Kill Bill? Pensate che sia un film violento? Sì? Bene, allora guardatevi questo film nipponico, e poi mi direte.
Comunque ve ne consiglio la visione. In qualche modo è esemplare nel suo genere. Più che altro, se volete stare davvero male, e se siete masochisti come gran parte dei protagonisti del film (una buona metà; l’altra metà è sadica, anche se in verità per buona parte sono sadomaso), non potete perdervi l’occasione.
Io, sinceramente, avrei preferito non vederlo…

Ricordate la vicenda dei ventotto disperati morti in mare qualche giorno fa, e le conseguenti stronzate di Calderoli?
Bene, è successa una cosa forse ancora più ributtante.
Siamo a Donoratico, in un caldo pomeriggio d’agosto. La spiaggia è gremita di gente che prende il sole. In acqua quasi nessuno, a causa del mare piuttosto agitato. Ma, nonostante il pericolo, un uomo, un italiano di cui non si conosce il nome, né l’età, si tuffa. Dopo pochi minuti, da riva lo vedono chiamare aiuto. Non ce la fa, il mare è troppo forte, non riesce a tornare a riva.
Allora Chein Sarr, senegalese di 27 anni, si butta in mare, incurante del pericolo, per aiutarlo. Lo raggiunge, lo trascina verso riva, ma poi, sfinito, si arrende alle onde, che lo fanno scomparire in pochi secondi. Immediate le ricerche, ma qualche ora dopo il mare restituisce il suo corpo senza vita.
Un eroe. Un eroe come non ce ne sono tanti. Un atto di coraggio che dovrebbe essere di esempio a tutti.
Ma purtroppo la vicenda non finisce lì. Che ne è infatti dell’italiano salvato da questo ragazzo? Scomparso, volatilizzato. Non una parola, non un “grazie”, nulla. S’è preso su e se n’è andato, incurante del dolore della famiglia di Chien, che lascia, in Senegal, la moglie e una figlia che avrebbe dovuto vedere per la prima volta a Natale, se avesse messo assieme i soldi per tornare in patria. Un uomo è morto per salvarlo, ma lui, codardo e vigliacco, oltre che incosciente, ha preferito tagliare la corda e sparire.
Dire che sono letteralmente disgustato è poco. Cazzo, sei così deficiente da buttarti in mare quando tutti ti sconsigliano di farlo, perché c’è burrasca. Metti in pericolo la tua stessa vita, e un uomo, per salvarti, ci rimette la propria, e tu che fai? Scappi?
Evito di dire cosa farei volentieri a quel tipo, se ce l’avessi davanti. Sicuramente, dopo avermi incontrato, andrebbe via un po’ storto, e non so se sua moglie (ammesso che ne abbia una) troverebbe ancora soddisfazioni sessuali da quel moncherino che gli sarebbe rimasto.

Settimana d’inferno. Il lavoro in pubblica si sta rivelando molto più difficile di quanto si pensasse, e trovare gente disposta a fare turni in pieno Agosto è un’impresa veramente titanica.
Così i poveracci che hanno dato la propria disponibilità a fare turni (me compreso) si ritrovano a doverne fare anche quattro o cinque a settimana, mentre gli altri si godono il mare, la montagna o anche solo il proprio menefreghismo.
Tutti compreso il mio diretto superiore in ufficio comando, il quale ha deciso di prendersi una settimana di ferie proprio nella NOSTRA settimana. E, dal momento che l’altro collaboratore è in montagna, sono praticamente da solo. Fortuna che ho anche colleghi di ufficio comando molto disponibili e simpatici…
In uno dei tanti turni che mi son sorbito ultimamente ho dovuto portare in pronto soccorso una vecchina di 95 anni, quasi completamente sorda, ricoverata nella locale casa di riposo. La poveretta, ormai fuori come un balcone, ha pensato bene di cercare di alzarsi da sola dalla sedia a rotelle. Il risultato è stato un gran bel bernoccolo viola in piena fronte, e un’abrasione alla tempia, che le ha fatto perdere un discreto quantitativo di sangue. Quando siamo arrivati noi, la situazione in camera era la seguente: la vecchietta era seduta su una sedia a lato del letto; il pavimento, sporco di sangue, non era stato pulito: o meglio, le due infermiere di turno (una moldava e una brasiliana, che non parlavano una cippa d’italiano) avevano avuto la bella idea di passare solo uno straccio per asciugare la macchia. Il risultato era un bellissimo alone rosso striato che copriva buona parte del linoleum [per la gioia di Eka!]. Non s’erano nemmeno degnate di dare una disinfettata alla fronte della poverina, o di metterle un po’ di ghiaccio e di pulirle i capelli. Poi, intanto che caricavamo la paziente, una delle due infermiere fa all’altra:
– “hai già avvertito il figlio?” [NB: traduco il testo in italiano, in realtà si trattava di una lingua semi-incomprensibile]
– “no, non l’ho trovato al telefono”
– “ah, ma stai attenta, diglielo piano, che non è mica messo tanto bene neanche lui, che poi gli prende un infarto!”
Sul momento non ci ho fatto caso, anche perché mi premeva cercare di medicare un po’ la mia povera paziente, così non ho più ripensato alle loro parole.
Finchè, giunta sera, non ci hanno chiamati per andare a recuperare la vecchina in pronto soccorso per riportarla alla casa di riposo. Giunto in pronto soccorso, riconosco la paziente coricata su un lettino. Mi avvicino a lei, la saluto e le dico: “Pronta per tornare a casa?”.
Lei, ovviamente, si limita a guardarmi senza capire, così mi accingo a portarla fuori e a caricarla in ambulanza senza troppe speranze di conversazioni di alcun tipo. Sennonché mi si avvicina un signore quanto meno singolare e dal passo claudicante. Sulla sessantina, un paio di jeans e una giacca di camoscio a maniche lunghe, un tantino retrò, dalla quale spunta una sorta di cuffietta di lana che protegge un moncherino: la mano destra è stata amputata, chissà dove, chissà quando. Col braccio monco regge il laccio di una borsa di pelle marrone scuro che ricorda quelle dei bigliettai dei tram di una volta. Alzo lo sguardo sul suo volto. Gli occhi sono disassati, asimmetrici: l’orbita del sinistro è più alta rispetto a quella del destro, e in più sono leggermente strabici. Sulla tempia sinistra, un vistoso cerotto di garza bianca, che sembra la medicazione di qualche intervento chirurgico. Questo strano signore mi guarda e mi dice: “salve, sono il figlio della signora…”.
Sai quei momenti in cui vorresti sprofondare, in cui ti senti uno stronzo in fondo a un cesso, e vorresti solo che qualcuno tirasse pietosamente l’acqua? Non riuscirò mai a raccontare lo sforzo che ho dovuto fare per non scoppiargli a ridere in faccia. Sarà stato lo stress (ero in turno da più di dieci ore, ed era la settima uscita), la stanchezza, non so. E mi sento in colpa tuttora, a parlarne: chissà quanto ha sofferto, poveraccio, nella sua vita. Non si merita proprio di essere trattato così, anche solo col pensiero.
Non credo che si sia accorto di nulla, anche perché da quel punto in avanti ho evitato di guardarlo, e mi sono dominato piuttosto bene. Poveraccio, però!

Bene, oggi in pubblica sono sul secondo equipaggio urgenze. Ciò significa che, data la mole quasi nulla di lavoro che si fa in questi paraggi, e dato che stamattina han fatto un codice 4, per la legge dei grandi numeri e per le teorie delle probabilità, molto probabilmente oggi non farò nu cazz’.
Tanto meglio. O tanto peggio, dal momento che non ci sarà nulla a distrarmi da altre due occupazioni ben meno piacevoli: la formattazione del PC “Ristoro”, che è quello a disposizione di tutti i militi (e che viene costantemente riempito di dialers, banner porno, virus e quant’altro), e il completamento dei turni della settimana prossima. Visto che siamo già a sabato pomeriggio, e mi manca ancora un sacco di gente, non so proprio come farò, anche perché il mio capo/supervisore in ufficio comando ha deciso di prendersi le ferie proprio nella nostra settimana, e l’altro mio collaboratore è in montagna con la famiglia da un mese. Risultato: temo che farò il gioco dell’impiccato con i turni. Tutte le volte che qualcuno al telefono mi dirà “No, mi dispiace, non posso venire!”, io aggiungerò un pezzo al patibolo. Al mio patibolo.


Pubblica a parte, dovrei commentare un sacco di film che ho visto ultimamente. I primi quattro li ho visti tutti il giorno prima di partire per le vacanze: non sapevo cosa fare, e così… Il quinto l’ho visto mentre ero in Norvegia (chiaramente in italiano, me l’ero portato da casa!). Gli altri li ho visti tutti più di recente, qualcuno da solo, qualcuno con TheZar, Eka, Phemt e Minerva. Ah, sì, c’era anche Sinistar, ma lui non ha un blog, quindi spesso me lo dimentico .
Mouse hunt – Un topolino sotto sfratto: mi ispirava, mi avevano detto che era un film divertente. Invece l’ho trovato penoso. Due fratelli scapestrati ereditano dall’originale padre una fabbrica di spago (un mondo senza spago è il caos), e una vecchia casa infestata da un topo super intelligente. Le gag sono scontate, la trama ancora di più, e il finale è addirittura melenso.
AI – Intelligenza Artificiale: mi è piaciuto. La moderna favola di Pinocchio, solo più melensa (parola che mi piace, e che userò spesso, anche a sproposito). Nel senso che qui non è il robotino a volersene andare di casa, ma viene scacciato dalla famiglia, che non lo vuole distruggere, però non lo può più tenere. Me l’aspettavo molto diverso, ma mi è piaciuto lo stesso.
Ringu: ovvero, l’originale giapponese di The ring. Mi è piaciuto più del remake, e, per essere la prima volta che vedo un film sul giappone moderno (La tigre e il dragone non ha un’ambientazione proprio attuale, ed evito di parlare di Kill Bill perché non propone la vita quotidiana giapponese), mi ha sfatato molti miti, e mi ha fatto cadere molti pregiudizi.
In linea con l’assassino: ottima prova di come si possa fare un film di poco più di un’oretta girandolo tutto con un’unica scenografia: una cabina telefonica e la strada circostante, senza mai annoiare lo spettatore. Anzi, il film prende molto, gli attori recitano molto bene, e la trama è avvincente. Mi sento di consigliarlo. Volevo vederlo al cinema, quando è uscito, ma non ho trovato nessuno che avesse voglia di accompagnarmi. Certo, sul grande schermo avrebbe reso di più. Comunque complimenti al regista e allo sceneggiatore. La trama: un giovane agente pubblicitario pieno di boria e di soldi viene “imprigionato” in una cabina telefonica da un misterioso cecchino, che lo costringerà ad ammettere tutti gli errori della sua vita. Molto ben fatto anche dal punto di vista psicologico.
Frida: l’ho visto in Norvegia, e mi è piaciuto molto. Anche perché, prima di vedere il film, conoscevo l’opera della pittrice solo per sentito dire. E invece ora m’è venuta una gran voglia di documentarmi e di saperne di più. Il film racconta in modo a tratti divertente, a tratti commovente, la vita di Frida, talentuosa pittrice messicana dalla vita piena di colpi di scena. Solo, devo ancora capire quali fossero i tratti romanzati e quali fossero quelli reali, a cominciare dalla presenza di Troszky, che mi risultava fosse morto in modo molto diverso: non ucciso mentre scriveva (quello era Marat!), ma mentre faceva giardinaggio. Indagherò!
American Psycho: bello, molto bello. Il classico ragazzo di buona famiglia (o figlio di papà che dir si voglia) americano, colto, elegante, ricco, con un posto di vice presidente in un’importante azienda, è colto da un improvviso raptus omicida e ammazza centinaia di persone. Ma poi… La suspence non manca, e anche il finale a sorpresa è molto azzeccato. Sarebbe stato degno di un David Lynch.
Il pianeta delle scimmie: ovviamente ho visto il remake, non l’originale. E devo dire che non mi è piaciuto poi tantissimo. Mi ha lasciato un po’ perplesso in molti punti; molte soluzioni a situazioni disperate mi sono sembrate un po’ scontate (come quella di accendere i motori del rottame spaziale per stendere l’esercito di scimmie-fanti), e la fine di alcuni personaggi mi è sembrata un po’ frettolosa (ricordate l’ex generale in pensione, che muore combattendo con il suo ex migliore amico?). Sarà che ormai da certe scene di battaglia mi aspetto qualcosa di più epico. Anche tutta la questione della tempesta elettromagnetica e dello scimpanzè che piove dallo spazio proprio al momento giusto, deus ex machina, mi sembrano un tantino ridicole. Forse avevo aspettative troppo alte. Però il finale mi ha un po’ rivalutato l’intera storia .
Balle spaziali: capolavoro assoluto. Purtroppo non ho visto tutta la serie di Star Wars, quindi non ho potuto cogliere tutte le citazioni; però ho riso come un bambino dall’inizio alla fine. Anche perché TheZar (che ha riso molto più di me) ha un modo di ridere che è veramente contagioso…
Per oggi credo che basti così. Ce ne saranno altri cinque o sei che devo ancora menzionare, ma non ho intenzione di allungare oltre questo post… E’ giusto che i miei due lettori (gli altri son tutti in vacanza, e comunque non credo che arrivino mai a cinque ) trovino un po’ di pace, se saranno riusciti a leggere tutto questo!

Altro articolo che vi chiedo di leggere e commentare. Questo è tratto dal sito dell’Unità, e riguarda le esternazioni di quell’emerito figlio di puttana chiamato Calderoli. Clicca qui per leggere.
Che dire? Non riesco a restare indifferente davanti a cose del genere. Ventotto persone, poveri disperati, sono morte in modo atroce. Mi vengono i brividi solo a provare ad immaginare le sofferenze che hanno provato, prima e durante quel viaggio. Quando vedo le foto di quella tragedia mi viene da piangere, e vorrei davvero poter fare qualcosa. Vorrei prendermi una pausa dal volontariato che faccio qui da noi ed avere il coraggio di andare a fare il volontario in uno di quei campi di prima accoglienza, o direttamente là, in Africa, in Albania.
Poi sento gente (volevo dire “persone”, ma è una parola troppo grossa per loro) come Calderoli che invitano a ributtare a mare tutti questi “pezzenti”, a rispedirli al mittente senza nemmeno prestare loro aiuto. Ma come si fa? Ma ci rendiamo conto di quello che diciamo? Ma se ci fossimo noi su una di quelle carrette? O nostro padre, nostro fratello, nostro figlio, nostra moglie…

Prima di postare sulle vacanze, vorrei proporvi un articolo su gay.it che mi ha colpito molto. Cliccate qui per leggerlo.
C’è ancora chi pensa che il PACS, la proposta di legge sulla tutela delle coppie di fatto, sia perfettamente inutile. Beh, non la è. Ed è nostro dovere di cittadini, gay o etero, sposati o non sposati, fare in modo che un tale passo avanti possa essere fatto anche nella società italiana.
Provate a leggere l’articolo, e ditemi cosa ne pensate.

Che bello essere ancora in Italia!
Se non ci fossero gli italiani, poi…
Ora, mentre sto scrivendo, mi trovo a Rovereto, sull’autostrada, diretto a Mantova, da dove usciremo per raggiungere Parma. Si spera di essere a casa per le nove – nove e mezza, e non vedo l’ora di farmi una bella doccia e dormire in un buon letto: due cose che durante questa vacanza non sono state sempre possibili…
Ho tenuto un diario piuttosto dettagliato della vacanza, ma non lo pubblicherò per molti motivi: è pieno di riferimenti geografici spesso piuttosto astrusi, di commenti personali a volte un po’ troppo personali, e in generale è troppo lungo e noioso per essere pubblicato. Lo userò però come riferimento per diversi spunti che mi sono venuti spontanei durante questi ultimi quindici giorni: gli italiani all’estero (turisti e non); le norme di sicurezza riguardanti l’elettricità nei bungalow; gli spostamenti in macchina…
Ora vi lascio perché la ventola del portatile (che tengo sulle ginocchia mentre scrivo) comincia a scaldare un po’ troppo, e non ho molta batteria residua…
A presto con un post un po’ più esauriente!