Archive for aprile, 2006


Sono state giornate furibonde..

Sono state giornate furibonde, ma almeno gli atti d’amore ci sono stati. E non c’è stato un filo di vento. Da domani sarò a Londra per qualche giorno di relax in una delle città che amo di più. Per sei giorni non vedrò giornali italiani, tv italiane, non andrò su Internet, mi staccherò completamente dal mio Paese. Un po’ ho paura della folla di notizie che mi assalirà al ritorno; ma questi pochi giorni di pace, dopo mesi di assalti quotidiani alla mia povera semisanità mentale, valgono il rischio.
In questi giorni è successo un po’ di tutto. Amici coi quali parli tremila volte dicendo tremila volte la stessa cosa, e poi ti rendi conto che non serve a un cazzo perché tanto continuano imperterriti a fare ciò che facevano. Persone di mezz’età – autisti dell’ambulanza – che, in una magnifica orazione sul tema di "o tempora, o mores", paragonano gli omosessuali ai pedofili e agli assassini. I leader della sinistra italiana che, invece di cercare di infondere fiducia negli elettori facendo capire che l’Unione può esistere anche di fatto, oltre che di nome, si ammazzano a vicenda per una poltrona. I leader della destra che cantano canzoncine e poi passano col piattino a raccogliere le offerte. Il Fondo Monetario Internazionale che ci urla che i nostri conti fanno schifo e che se continuiamo così sono cazzi amari – eh no, caro Silvio, le cose non vanno per niente così bene come ti piace raccontare!
Per fortuna, in mezzo a tanta merda, c’è anche l’infinita sorpresa di un sentimento che ormai pensavo dimenticato, la dolcezza e l’intelligenza di un ragazzo che, più il tempo passa, più continua a meravigliarmi, perché ha il potere di mutare in meravigliose giornate partite col piede sbagliato. Qualunque frase possa dire non potrà fare a meno di scadere nel banale. Quindi mi limiterò a un sentito grazie!

Annunci

La telenovela cui abbiamo assistito e stiamo assistendo tutt’ora in televisione e sui giornali ha raggiunto vette di insopportabilità senza precedenti. E non è escluso che continui a peggiorare. Da un lato abbiamo dei delinquenti che non ammettono la propria sconfitta – pur di misura – e cavalcano le fratture che spezzettano la nostra unità nazionale, inventandosi irregolarità che solo loro vedono (ma, mi chiedo, i loro rappresentanti di lista dov’erano, al momento dello scrutinio?). Dall’altra abbiamo dei coglioni che, invece di stigmatizzare l’accaduto e di rimboccarsi le maniche per iniziare a lavorare seriamente – ammesso che sia possibile, in queste condizioni di vittoria tanto precaria – si riducono a rispondere alle polemiche con lo stesso tono usato dai loro detrattori, ponendosi così esattamente sullo stesso piano.
Sicuramente non è questo ciò che serve al nostro paese, e alla nostra economia.
Proprio ieri il Financial Times ha attaccato verbalmente il nostro paese con un’analisi che potrebbe non essere così lontana dalla realtà, asserendo che una vittoria così risicata della Sinistra italiana potrebbe condurre il nostro paese fuori dall’Euro entro i prossimi quindici anni, il che significherebbe fare la fine dell’Argentina.

E allora perché non andare in Argentina?
Mollare tutto e andare in Argentina…
Per vedere com’è fatta l’Argentina!

Zu Binnu

Dovrei parlare di elezioni, dovrei festeggiare per la vittoria del centrosinistra, dovrei gioire per la disfatta di Berlusconi, ma preferisco lasciar perdere l’argomento, perché ciò che ho visto in questi due giorni fa solo venire voglia di piangere. Troppe parole ho già speso in proposito, con troppa gente, per avere voglia di parlarne ancora, anche qui.
Tra le varie notizie, alcune leggermente confortanti, altre raggelanti, che arrivavano in continuazione, ieri c’è stato anche un sms di TheZar che mi ha annunciato la cattura di Bernardo Provenzano, il boss dei boss, il Padrino di Cosa Nostra. Dopo quasi quarantatre anni di latitanza.
Vedere quell’omino trascinato finalmente in galera, nonostante l’età, nonostante i capelli bianchi e l’aspetto sottomesso, è una gioia, è una letizia. Bernardo Provenzano è un mafioso e un assassino. Ha ordinato la morte di decine di servitori dello Stato, e Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono soltanto gli ultimi. Ha organizzato lo sterminio di centinaia di rivali: cinquanta, dicono, li ha uccisi con le sue mani. Quel senso di soddisfazione diventa, quindi, subito un grazie ai cocciuti poliziotti che lo hanno stanato e ai tanti che, prima di loro, ci hanno provato senza fortuna; al ministero che li ha sostenuti tutti. Ma, dopo la privata soddisfazione di ciascuno e il pubblico grazie, è giusto (e più serio) tenere sotto controllo la retorica del "successo straordinario dello Stato", una formula che fiorisce oggi sulla bocca di troppi. Non può essere un successo straordinario, per un Paese occidentale, festeggiare senza un’ombra di imbarazzo l’arresto di un criminale sfuggito all’arresto per 42 anni e sette mesi. Soprattutto, se dopo quattro decenni, lo acchiappano a due chilometri da Corleone, a un tiro di schioppo da casa sua, dalla sua famiglia di sangue mentre la moglie gli invia – come probabilmente ha fatto sempre in questi anni – camicie ben lavate e odorose.
Una latitanza, come quella di Bernardo Provenzano, per durare nel tempo ha bisogno, come un uomo d’aria, di un ambiente sociale colluso e di istituzioni complici o colpevolmente pigre o politicamente distratte. Non si può far festa se, nel nostro Paese, sono esistite ed esistono ancora una società tollerante con gli assassini e governi "deboli" o incapaci.
Sono l’una e gli altri che hanno reso introvabile quell’omino dimesso, invisibili i luoghi frequentati, vincente la sua volontà di dominio; ne hanno nascosto la rete di relazioni, protetto gli affari. Addirittura reso indecifrabile la sua biografia.
[fonte: www.Repubblica.it]
Bernardo Provenzano ha vissuto quarantatre anni nascosto a un tiro di sputo da casa propria. In barba alle istituzioni? Ovviamente no: proprio grazie alle istituzioni. Il Procuratore Antimafia Pietro Grasso ha già dichiarato di escludere che Zu Binnu possa collaborare con la giustizia. Se lo facesse sarebbe una bomba atomica: tutti hanno collaborato con lui, lo hanno aiutato e nascosto, e tutti hanno fatto affari con lui. Se parlasse sarebbe la fine di tutta la classe politica e della classe imprenditoriale italiana. Sopratutto di quella politica e imprenditoriale.
Aggiungo: se lo facesse, se parlasse, sarebbe un uomo morto. In meno di cinque minuti si ritroverebbe una pallottola nel cranio. Troppa gente ha troppa paura, troppa gente ha troppo da nascondere.
Tutto sommato, di cosa dovremmo essere contenti? Del fatto di averci messo quarantatre anni a decapitare Cosa Nostra? Davvero vogliamo essere così ingenui da pensare che non ci sia già qualcuno, più giovane e magari ancora più forte, che in questo momento avrà già preso il posto del capo catturato? Morto un papa, se ne fa un altro. Catturato un boss, di solito si scatena la guerra per la sua successione. Cosa Nostra non morirà per questo: continuerà a vivere all’interno delle istituzioni dello stato, al nord come al sud, succhiando il sangue al suo ospite come una tenia, come un cancro. E sappiamo tutti fin troppo bene cosa succede all’organismo che ospita un cancro.

Bono!

Riporto il testo integrale della lettera aperta che Bono, leader degli U2, ha scritto al nostro Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Per chi avesse dubbi sull’autenticità della medesima, cliccate qui per leggerla direttamente sul sito del Corriere della Sera.

Mr Berlusconi, per quanto lusingato possa sentirmi nel comparire nella Sua brochure, mi sento anche un po’ sfruttato. Le scrivo per cercare di precisare la posizione mia e del Suo governo riguardo i Paesi più poveri e quello che tutti noi potremmo ancora fare per aiutarli. A pagina 79 sono ritratto al telefono mentre mi congratulo con Lei per «le attività promosse dal Governo italiano in aiuto dei Paesi poveri».
Ricordo una nostra conversazione in cui Lei si impegnava a sostenere e a implementare le decisioni del G8 per la cancellazione del debito dei Paesi che necessitavano di quel denaro per la salute e l’istruzione dei loro cittadini più bisognosi. La campagna per la cancellazione del debito, lanciata da Giovanni Paolo II unitamente ad altri, è stata uno dei grandi movimenti degli ultimi 50 anni e sono felice di poter constatare che, malgrado tutte le carenze nella realizzazione, circa 290 milioni di persone ora hanno una speranza. Il denaro proveniente dalla cancellazione del debito sta già portando grandi cambiamenti: in Uganda il numero di bambini che frequentano la scuola è quasi triplicato; in Tanzania è raddoppiato e in Mozambico milioni di bambini sono stati vaccinati.
La cancellazione del debito, tuttavia, non risolve i problemi di quel miliardo di persone che vivono con un dollaro al giorno. È solo un inizio. Per sradicare veramente la povertà estrema è necessario un approccio più completo su più fronti. È necessario intervenire sugli squilibri commerciali; occorre garantire l’accesso a farmaci meno costosi per combattere l’Aids, la più grave crisi sanitaria degli ultimi 600 anni (6500 decessi e 9000 nuovi casi al giorno in Africa). La malaria, malattia mortale causata dalla puntura di zanzara (in Africa 3000 decessi al giorno, soprattutto bambini), è oggi un problema di facile soluzione. Nella regione del Lubombo, in Africa meridionale, gli aiuti del Global Fund, a sostegno delle misure governative locali, riscuotono successo nella lotta contro questa malattia. Ora occorre estendere iniziative di questo genere all’intero continente.
Queste persone muoiono per il motivo più stupido, Signor Presidente. Muoiono per mancanza di denaro. Tragicamente, negli ultimi anni sotto questo governo, l’Italia è diventata l’ultima della classe tra le 22 nazioni più ricche del mondo, per la spesa pro capite a favore del Terzo Mondo. So che gli italiani non gradiscono arrivare ultimi. E di certo non piace nemmeno a Lei, Signor Presidente. Questa non è l’Italia che conosco e che amo. Gli italiani sono il popolo più generoso che io abbia mai conosciuto; come pubblico, come amici, sanno essere calorosi e generosi come nessun altro. C’è un accordo, firmato al G8 a Gleneagles, in Scozia, che stabilisce un’inversione di rotta in questo mare di indifferenza (non parlo solo dell’ indifferenza dell’Italia, ma di quella del mondo intero): l’Europa ha promesso di aumentare gli aiuti ai Paesi poveri fino allo 0,5% del Pil entro il 2010 e allo 0,7% entro il 2015, cioè meno di 1 centesimo per ogni euro, in dieci anni. Per l’Italia significherebbe più che raddoppiare l’attuale entità degli aiuti entro il 2010. In questo modo milioni di vite saranno salve. La Sua firma, accanto a quelle di Chirac, Blair e Bush appare su quel comunicato dello scorso anno. Se l’impegno è reale e la Sua firma attendibile, allora il mondo vuole capire come l’Italia intende raggiungere questo obiettivo. Sarei profondamente onorato di vedere il mio nome nel manifesto di un leader con programmi chiari per mantenere le sue promesse fatte ai Paesi più poveri. Per ora Lei non ha offerto nessun chiarimento, anche se fortunatamente c’è ancora tempo. In mancanza di programmi chiari, queste restano promesse vane. E mentre per me questo è solo un dispiacere, per le persone che io e tanti altri sosteniamo, è una questione di vita o di morte. In attesa di una Sua cortese risposta,
(traduzione a cura dell’Università Iulm)
Bono
03 aprile 2006

[Fonte: www.corriere.it]