Archive for giugno, 2005


A questo punto non ho più dubbi:

Bandiera Spagna

TRASFERIAMOCI TUTTI IN SPAGNA!!!

Iperventilazione: aumento della quantita d’aria nei polmoni durante la respirazione. Respiro molto frequente e profondo, associato a condizioni psicologiche alterate. Il soggetto manifesta sintomi quali formicolio alle mani, nausea, senso di soffocamento. L’iperventilazione può portare ad una diminuzione della concentrazione di CO2 nel sangue, con conseguente cambiamento del PH ematico. E’ sufficiente far respirare il paziente all’interno di un sacchetto di carta o di plastica per qualche minuto per far tornare normali i parametri resipratori.

Pensavo di averle ormai viste tutte, e invece questa mi mancava.
Che puttanata!

Ultimamente sto facendo un po’ troppi turni in Pubblica, me ne sto convincendo anch’io.
Devo ancora trovare il tempo di raccontarvi l’intervento di qualche giorno fa, che ha visti protagonisti – tra gli altri – me ed Ekatherine, ed ecco che ieri un altro intervento chiede a gran voce di essere descritto a sua volta.
E, dal momento che sono anche ora in turno, non escludo che se ne possa aggiungere un terzo, vista la sfiga che porto ultimamente.
Per scongiurare, dunque, la fatalità di dover raccontare tre interventi in un solo post, quindi, mi accingo ad aprire le danze.

Giovedì 16 giugno. Subito dopo pranzo, mentre ci accingiamo a lavare i piatti, sentiamo squillare, giù in centralino, il telefono della centrale. Pochi secondi ed arriva anche il suono, ben più minaccioso, della sirena delle emergenze, che il centralinista suona ogni qual volta debba uscire l’automedica, chiamando tutti ai posti di combattimento.
Ci precipitiamo giù, volando (o rotolando, non ricordo) per le scale: codice rosso, paziente non cosciente, non respira. Sul posto, a pochi metri dalla nostra sede, in abitazione, ci aspetta anche il medico di famiglia.
Dopo una corsa in sirena che sarà durata sì e no trenta secondi, l’automedica parcheggia davanti al numero N di via XXX. Io, il dottore e la mia discepola (la militessa che stavo addestrando) scendiamo come un sol uomo. Intanto che io e l’addestranda ci precipitiamo a scaricare i vari zaini e il defibrillatore, il dottore si fionda verso il cancello, lo apre e corre via. Sono pochi terribili secondi ma, mentre noi ci giriamo, il cancello si chiude irrimediabilmente, ed il medico è già lontano, già entrato in casa. Momenti di panico. Nel frattempo, tempo altri trenta secondi, arriva anche l’ambulanza, dalla quale scende la mitica Ekatherine, anche lei con il proprio discepolo personale. Proviamo a suonare tutti i campanelli, ma nessuno risponde. Allora io ed Eka decidiamo di scavalcare: per fortuna la cancellata non è alta. Ci facciamo poi passare gli zaini e corriamo verso la porta, che per fortuna non ha sbattuto, ed è ancora aperta. Per sicurezza, la blocco con un portaombrelli.
Ovviamente le cose non sono mai semplici, e la Divina Provvidenza deve aver deciso che le nostre vite sono un po’ troppo sedentarie, ed abbiamo bisogno di più allenamento. Quindi, dopo il salto ad ostacoli, ci aspetta lo step: la paziente è al quinto piano: otto rampe di scale più la scaletta della mansarda.
Arrivati su, con la lingua a penzoloni, non abbiamo nemmeno il tempo di tirare il fiato o di asciugarci la fronte (oltre tutto, c’è un caldo da crepare), perché il medico di famiglia e il nostro medico stanno già praticando alla paziente, una donna sulla settantina, un massaggio cardiaco.
Delego ad Ekatherine il compito di predisporre il pallone di Ambu (quella sorta di palloncino che usano nei film per “ventilare” un paziente che non respira da solo) e la mascherina, intanto che mi occupo di posizionare gli elettrodi del monitor defibrillatore. Sono momenti concitati: la mansardina è una minuscola cucina, occupata per metà da un tavolo in legno con relative sedie. La paziente si trova riversa per terra dietro al tavolo, sotto la finestra. Sul fornello, ancora acceso, la caffettiera bolle ormai da qualche minuto. Nella stanza, oltre alla paziente, siamo in quattro: due medici e due soccorritori. Pochi secondi dopo arrivano anche i due discepoli e i due autisti, ed è il caos.
In mezzo alla ressa, riesco per fortuna a scavalcare la paziente e ad appoggiare gli zaini per terra. Prendo la busta degli elettrodi, la strappo ed inizio la manovra di posizionamento. Intanto butto un occhio al viso della paziente, e vedo che la bocca si muove leggermente, come se stesse boccheggiando, e penso: ma non era in arresto cardiaco?
Finalmente posiziono gli elettrodi ed accendo il defibrillatore: bip bip bip bip bip… Frequenza cardiaca: 100 battiti/minuto. Guardo nostro medico, che diventa rosso come un peperone, mentre il medico di famiglia fa finta di non vedere: stavano massaggiando una persona che era ben lungi dall’essere in arresto cardiaco. Il medico di famiglia, arrivato sul posto e spaventato dalla situazione, s’è subito messo ad effettuare la rianimazione, senza fare le dovute valutazioni, ed il nostro medico, fidandosi del collega, si era precipitato ad aiutarlo, senza fare domande…
Il motivo della perdita di coscienza della paziente, certamente, c’era, ed era pure un motivo più che valido: la signora aveva infatti una saturazione di ossigeno nel sangue del 52%. Per chi non è pratico di questi valori, normalmente il corpo umano lavora sopra il 95%. Il 90% è la soglia minima di allarme: al di sotto, il paziente ha urgente bisogno di ossigeno. Sotto l’80%, solitamente, la persona è in coma, e a lungo andare manifesta danno atossico cerebrale che può causare deficit irreversibili.
A quel punto, anche grazie alle spiegazioni del medico di famiglia, siamo riusciti a capire la causa del malore: una crisi asmatica piuttosto violenta, tale da mandare la paziente in gasping (in pratica, in arresto respiratorio).
Somministrato Urbason (cortisone), per sgonfiare le vie respiratorie, e Lasix per abbassare la pressione e favorire l’eliminazione di liquidi in eccesso, abbiamo tentato – invano – di aprire la bocca della paziente per farle inalare il Broncovaleas, che è il farmaco che viene utilizzato normalmente per curare gli attacchi d’asma: la bocca era, però, chiusa ermeticamente, e tutto quello che siamo riusciti a fare è stato spruzzargliene un po’ sulla lingua, senza – ovviamente – alcun effetto.
Dopo aver posizionato una cannula di Mayo (una sorta di tubo rigido incurvato che serve per permettere al paziente di respirare evitando che la lingua ostruisca il passaggio dell’aria), abbiamo aspirato diversi centilitri di secrezioni (sangue e muco) ed abbiamo somministrato ossigeno ad alta concentrazione.
Il trasporto dall’abitazione all’ambulanza (giù per nove rampe di scale) e poi il viaggio sull’ambulanza stessa, in sirena fino al pronto soccorso, non sono stati tra i più felici, ma – per fortuna – ancora una volta la favola s’è conclusa positivamente: malgrado un’incrinatura ad una costola (dovuta probabilmente al massaggio cardiaco, ma forse anche alla caduta a terra), la paziente, dopo alcuni giorni di coma in rianimazione, è sensibilmente migliorata, ed è stata trasferita in un reparto di lunga degenza del nostro ospedale.

Mercoledì 22 giugno. Sono le cinque di sera, e stiamo già cominciando a rilassarci pensando alla cena (abbiamo già svolto due servizi piuttosto impegnativi: sarebbero da raccontare anche quelli, ma non ne ho la forza) ed ormai speriamo di aver finito.
Poveri illusi! Alla fine del turno mancano ancora tre ore, e in più – per me – tutto il turno di notte!
E così, mentre tento di appisolarmi sugli appunti di Elettronica dei Sistemi Digitali, sento – ancora una volta – il telefono della centrale che squilla, giù, in lontananza. Dopo pochi secondi, ancora, la sirena.
Dopo un nuovo volo dalle scale, il centralinista ci assegna la destinazione: YYY, davanti alle scuole medie. Ciclista sbalzato, si riferisce violento sanguinamento.
Per la terza volta in un pomeriggio voliamo sull’ambulanza (l’automedica, purtroppo, era dal carrozziere per essere riverniciata) ed accendiamo le sirene. Dopo una decina di minuti di corsa, vediamo, in strada, la bicicletta: le ruote sono completamente deformate, ma il telaio è ancora integro, quindi non ci può essere passata sopra una macchina. In qualche modo, quel ciclista deve essere caduto da solo. Ci avviciniamo ancora, ed ecco che – dietro un folto capannello di gente – intravediamo il ferito: è un ragazzino di diciassette anni, il volto ridotto ad una maschera di sangue. Sangue che ha già creato una bella pozzanghera sotto il suo corpo, in particolare sotto la testa, ed impregna l’aria con il suo odore dolciastro. Ma è solo il volto ad essere rovinato: il resto del corpo sembra essere stato risparmiato dall’impatto con l’asfalto.
Il labbro superiore, dalla base del naso in giù, è completamente aperto in due, e lo spacco prosegue anche nel labbro inferiore, fino alla fossetta del mento. Sotto la ferita, si vedono direttamente i denti e le gengive. Il naso stesso è visibilmente deformato.
Il ragazzino fa molta fatica a respirare, non riesce a parlare, riesce solo a piagnucolare qualcosa che assomiglia a un “non riesco a respirare”. Cerca continuamente di toccarsi il volto, e noi cerchiamo di evitare che si procuri altro danno. Aspiriamo tutto il sangue che riusciamo a vedere, in bocca, per permettergli di respirare meglio, e somministriamo ossigeno ad alta concentrazione. Intanto che io e il soccorritore dell’ambulanza posizioniamo un collare cervicale, il medico – aiutato dall’autista – posiziona un catetere venoso e provvede a ripristinare i liquidi persi con un paio di sacche di soluzione fisiologica. Quindi somministriamo una morfina per diminuire il dolore, e un Plasil per evitare i conati di vomito indotti dall’ingestione del sangue.
Anche stavolta, purtroppo, il trasporto non è stato per nulla semplice: in ambulanza il ragazzo, con lo stato di coscienza piuttosto alterato a causa del forte trauma cranico, cercava di strapparsi di dosso la mascherina dell’ossigeno, e cercava di impedirci di utilizzare la cannula dell’aspiratore per rimuovere il sangue che lo stava soffocando. All’arrivo in pronto soccorso l’ambulanza sembrava un campo di battaglia: sangue ovunque, e, sparsi per terra, ogni tipo di presidi e sacchetti e confezioni di plastica e garze sporche…
Le notizie che ci sono arrivate oggi dall’ospedale sono, per fortuna, anche qui, rassicuranti: il ragazzo è sì finito in rianimazione, ma – a quanto sembra – solo allo scopo di poter essere tenuto artificialmente in stato di coma, per potergli fare tutti gli esami del caso senza farlo soffrire inutilmente, anche per decidere in merito all’intervento ricostruttivo.

Qualcuno dice che noi soccorritori siamo, a volte, un po’ cinici, e ci nutriamo delle disgrazie altrui. Per quello che mi riguarda, a darmi la forza di andare avanti non sono le disgrazie, ma il sapere che la mia opera è servita a far stare meglio qualcuno, o a salvargli la vita, o anche solo a farlo sorridere un po’ durante il trasporto in ambulanza. Sono queste le cose che ti fanno sentire davvero vivo.

Dopo una settimana di assenza, posso finalmente tirare un po’ il fiato.
Sono stati giorni intensi, questi.
Pochi giorni dopo gli avvenimenti narrati nell’ultimo post, io ed Ekatherine siamo stati protagonisti di un altro intervento di soccorso a dir poco memorabile, ma non mi sembra questo il momento per raccontarlo. Forse lo farò più avanti.
Sabato mattina sveglia ad un orario improponibile e partenza per il Meeting del Soccorritore, a Cles (Val di Non, Trento), sempre in compagnia di Eka e di qualche altro eletto. Due giorni lontani da tutto e da tutti, a dedicarci alle nostre stronzate e a quelle degli altri.
Sì, perché ne abbiamo viste veramente delle belle.
In particolare, non sognatevi nemmeno di andare a sciare dalle parti di Canazei: se per sfortuna vostra doveste cadere e rompervi qualcosa, state pur sicuri che i soccorritori che vi verrebbero a prendere vi ridurrebbero come minimo in sedia a rotelle. Li abbiamo visti compiere – per fortuna su un intervento simulato – delle peripezie degne di una denuncia per omicidio volontario!
Il Meeting del Soccorritore consiste in una serie di gare costituite da interventi di soccorso simulati che devono essere svolti al meglio dalle squadre partecipanti. Una commissione assegna un punteggio per ogni particolare delle manovre di soccorso, e alla fine viene stillata una classifica.
Viste alcune scene alle quali abbiamo assistito, l’anno prossimo parteciperemo pure noi, con una nostra ambulanza, e sicuramente non ci classificheremo troppo male… ho visto cose che mi hanno fatto sentire orgoglioso di far parte dell’Assistenza Volontaria di Collecchio, e non di altre associazioni!
Tornati dalla due giorni di montagna (solo due giorni, ma son successe talmente tante cose che non basterebbe un blog per descriverle), subito sotto con la Pubblica: ieri sera i nostri alunni hanno sostenuto l’esame del corso (che, se dio vuole, è finito!), e io ed Eka abbiamo dovuto prestare servizio di vigilanza per evitare che copiassero come masterizzatori. Ma devo dire che sono stati abbastanza buoni, e anche i risultati sono stati più che soddisfacenti. Nessun bocciato, anche se un paio sono stati rimandati all’orale con uno dei nostri dottori…
Poi, oggi pomeriggio, un esame all’università. Esito incerto, così così, ma dovrei aver preso la sufficienza che mi consentirebbe di togliere un’unità al countdown per la laurea…
Scusate se questo post fa schifo e non ha senso. Capitemi: mi sentivo in colpa per non aver scritto nulla da troppo tempo (e tra l’altro ho trascurato TUTTI i blog che solitamente frequento, e vi chiedo scusa), e allo stesso tempo non riuscivo a trovare un’ispirazione decente. Così ho deciso di limitarmi a scrivere qualcosa che vi facesse solo vedere che sono ancora qui, che – nonostante tutto – tengo botta.

Ieri sera penultima lezione del Corso Base in Pubblica. Se Dio vuole, sta per finire. Anche perché, a parte le tre-quattro lezioni in cui ho fatto da relatore, sto iniziando ad averne un po’ le palle piene di avere tre sere a settimana impegnate così. Anche perché questo è il quarto corso che seguo, tra quelli in cui ho fatto da discepolo e quelli in cui ho fatto da maestro.
L’argomento di ieri sera erano le patologie ginecologiche, ostetriche e neonatali. Tutte cose che, di solito, non si vedono mai. Purtroppo non capita mai di vedere donne che partoriscono in ambulanza, ma per fortuna non capita mai nemmeno di vedere neonati in fin di vita o donne con minacce d’aborto.
O meglio, quasi mai.
Già, perché ieri pomeriggio, poche ore prima della lezione del corso, siamo usciti per quello che si è rivelato il servizio più brutto della mia carriera di soccorritore.
Bambina piccola, di meno di un anno, con febbre alta e convulsioni.
L’ambulanza era in pronto soccorso che sbarellava un altro paziente, quindi noi, con l’automedica, siamo arrivati sul posto quasi dieci minuti prima di loro. La bimba era in strada, in spalla al padre: ci aspettavano giù per farsi vedere immediatamente. Le condizioni della piccola erano abbastanza brutte: la prima crisi convulsiva era già passata, e ora lei si trovava in fase post-critica, di perdita totale di coscienza. Visto che l’ambulanza non arrivava, l’abbiamo portata in casa, appoggiandola sul tavolo della cucina per poter lavorare al meglio. Intanto che il dottore la portava in casa, in braccio, la piccola ha iniziato la seconda crisi convulsiva, che è durata tantissimo, attorno ai cinque minuti. Anche mentre era sul tavolo continuava ad agitare le gambe e le braccia ritmicamente, con la bocca serrata e gli occhietti spenti. Uno degli spettacoli più brutti che si possano vedere.
Intanto che il medico cercava di liberarle la bocca per farla respirare meglio, aspirando l’abbondante muco che la ostruiva, io ho preparato una fiala di Valium, che abbiamo dovuto somministrare per via rettale, ma anche quella ha fatto effetto solo dopo qualche minuto. Abbiamo provato a monitorare i parametri vitali: frequenza cardiaca altissima, sui duecento battiti al minuto, e saturazione di ossigeno piuttosto bassa, attorno al 90%. Appena è arrivata l’ambulanza abbiamo fatto portare in casa una bombola d’ossigeno portatile, ma ci siamo trovati di fronte al problema di come farle arrivare l’ossigeno senza utilizzare la mascherina che, essendo un modello per adulti, le avrebbe coperto l’intera testa. La solzione trovata è stata quella di tagliare il tubicino di raccordo e porlo vicino alla sua bocca.
Per fortuna la saturazione è salita subito a livelli accettabili (sopra il 98%).
Il dottore, intanto che noi ci affaccendavamo con l’ossigeno, ha tentato di mettere alla piccola un catetere venoso, per avere un accesso diretto in caso di bisogno, per somministrare farmaci in modo rapido e sicuro. Purtroppo però, data la crisi convulsiva ancora in corso, e data la difficoltà di prendere una vena in bambini così piccoli, ha dovuto rinunciare, non prima di aver praticato cinque o sei punture. Comunque al medico va tutta la mia stima perché, in una situazione tanto delicata, ha saputo mantenere la calma e ha gestito tutte le manovre di soccorso in modo impeccabile, malgrado si vedesse chiaramente che era piuttosto scosso. Probabilmente anche per il fatto che lui stesso ha due bambine piccole, in casa…
Appena la crisi è cessata, per effetto del Valium, abbiamo provveduto a caricare la piccola sull’ambulanza e a volare verso il pronto soccorso neonatale con tutta la velocità possibile. Ma vi assicuro che quei dieci minuti scarsi di viaggio dalla casa all’ospedale sono stati i più lunghi della mia vita.
Abbiamo posizionato subito sul torace della bimba gli elettrodi del monitor per l’elettrocardiogramma, e vi assicuro che anche quello non è stato un elemento di tranquillità. Provate ad immaginarvi una corsa in sirena verso il pronto soccorso nel retro di un’ambulanza. Siete in tre: due soccorritori e un medico. Vi state affaccendando su una bimba che, della barella, occupa solo il cuscino superiore. Dal suo corpo si snodano una mezza dozzina di cavi e tubi, tra l’ossigeno e gli strumenti di monitorizzazione, e nel frattempo il monitor defibrillatore vi spara duecendo "bip" al minuto, che si vanno a sommare al suono della sirena. Voi non doveve predere la concentrazione, non dovete pensare a quanto siate scomodi in quella posizione, con una mano che regge il tubo dell’ossigeno e l’altra che cerca di aspirare il catarro dalla bocca della piccola, intanto che il dottore cerca ancora di piazzare quel dannato catetere venoso, e l’altro soccorritore cerca di raffreddare la piccola con un po’ di ghiaccio, continuando nel frattempo a cercare di riposizionare la molletta del pulsossimetro che costantemente scivola via dalla manina della bimba.
La classica situazione nella quale non vorreste mai trovarvi.
Eppure ci siete dentro fino al collo, e vi assicuro che in quei momenti avete tanta di quell’adrenalina in corpo che l’unica cosa alla quale pensate è cosa fare per farla stare meglio.
Poi, a servizio finito, quando la piccola è nelle mani dei sanitari dell’ospedale, allora potete pensare tranquillamente a svenire sul sedile dell’automedica, perché il vostro compito l’avete già effettuato al meglio. E la soddisfazione di essere riusciti a fare tutto senza errori, e a portare la bambina viva a destinazione, è talmente tanta che solo chi la prova può capire cosa spinga una persona come me a imbarcarsi in un impegno come quello del soccorritore.

Stamattina sono andato a votare, verso le 11. Le tre scrutatrici del mio seggio mi hanno guardato come se fossero stupite di vedere un altro essere umano, oltre a loro, sopravvissuto a questa domenica elettorale.
Ieri il Papa ha avuto la brillante idea di dire che "bisogna astenersi da quello che non piace a Dio".
Obiezione numero 1: ma come cazzo fai a dire che qualcosa non piace a Dio? Io non ho la verità in tasca, perché invece i cattolici pretendono di averla? Sono arcistufo di sentirmi dire che loro sanno cosa è giusto e cosa è sbagliato; non ne posso più di sentirli dire che io sbaglio in tutto quello che faccio, che il mio essere omosessuale è peccato, che l’andare a votare a un referendum è peccato, che vivere è peccato! Dove finisce il libero arbitrio, la gioia di vivere, la liberà personale?
Obiezione numero 2: astenersi dal fare ciò che non piace a Dio potrebbe essere – semmai – astenersi dal praticare tutto ciò che il referendum vorrebbe permettere. Ma astenersi dal referendum stesso è tutta un’altra cosa: non si tratta più di fare qualcosa che può piacere o non piacere a Dio, ma si tratta di calpestare un proprio diritto e venir meno a un proprio dovere. Il diritto e il dovere di esprimere il proprio voto. La base della democrazia è proprio questa. Ma, ormai, la democrazia in Italia è già morta da un pezzo, se arriviamo a questo punto. Se non si toglie il quorum, il referendum muore, ed è solo uno spreco di tempo e di soldi.

Era da quasi un mese che non aggiornavo il mio album fotografico.
Era addirittura da dicembre che non aggiungevo le didascalie alle foto.
Oggi mi sono deciso.
Non perdetevi le ultime chicche!

Siamo tutti meno sicuri.
Purtroppo è successo qualcosa di molto grave, anche se attualmente gli organi di informazione stanno facendo passare il tutto sotto un silenzio che definirei tombale.
I medici che lavorano sulle automediche di Parma e provincia sono quasi tutti degli specializzandi anestesisti-rianimatori. Specializzandi significa che hanno già una laurea in medicina, e possono quindi già praticare la professione medica, e stanno continuando gli studi per ottenere la qualifica di medico anestesista rianimatore. La specializzazione dura quattro anni.
Fino a ieri, sulle automediche, uscivano medici dal secondo anno di specializzazione in su. La maggior parte di quelli che venivano nell’associazione in cui faccio volontariato erano del terzo anno.
Il Primario di Rianimazione dell’ospedale di Parma, però, ha scoperto che alcuni specializzandi firmavano la propria presenza in sala operatoria con largo anticipo, anche una settimana per l’altra (mentre, in teoria, bisognerebbe firmare a fine turno) e poi se ne andavano a lavorare in automedica invece di restare in ospedale.
Incazzato come una jena, questo simpatico signore ha deciso pertanto di proibire ai suoi studenti (esclusi quelli del quarto anno) ogni tipo di attività sulle automediche, pena la denuncia penale e la radiazione dal corso universitario.
Ovviamente anche lui sarebbe denunciabile per interruzione di pubblico servizio, ma, se lo si denuncia, lui si tira nella tomba mezzo ospedale, ragion per cui tutti ci vanno coi piedi di piombo.
Fondamenalmente il primario incazzato avrebbe tutte le ragioni di questo mondo. Non si può firmare in anticipo in sala operatoria e poi scappar via a metà turno. Uno specializzando, addirittura, aveva già firmato tutta la settimana prossima fino alle sei di sera, e poi s’era prenotato in turno in un paio di assistenze della zona. Ma non è possibile, per colpa di qualche idiota, arrivare a togliere le automediche all’intera provincia di Parma!
Per quanto riguarda la nostra associazione, abbiamo solo quattro medici disponibili a fare turni presso di noi: due centodiciottisti (cioè non anestesisti rianimatori, ma medici di base che hanno conseguito un’abilitazione specifica) e due specializzande del quarto anno, le quali, però, riescono a venire solo nei weekend. Calcolando che questi quattro medici dovrebbero coprire in tutto, ogni settimana, quattordici turni di sette ore, e calcolando che quello di medici EMS non è il loro mestiere, ma qualcosa che fanno per arrotondare lo stipendio, ho molta paura sul futuro del servizio automedica.
Di notte, poi, normalmente, per tutta la provincia esiste una sola automedica, che è quella della Croce Rossa di Parma. A coprire tale automedica sono rimasti solo in tre, per coprire sette turni di dodici ore.
L’unica automedica che – sembra – non è stata toccata dal problema risulta essere quella della Pubblica Assistenza di Parma, che copre la città di giorno: i medici EMS che usa la Pubblica vengono tutti da altre città!
Mentre scrivo, sono in turno (come milite, ovviamente!) sull’automedica di Collecchio. Oggi siamo fortunati: una delle due specializzande "autorizzate" è venuta a fare il turno da noi. Purtroppo, però, per tutta la "alta" parmense, siamo l’unica automedica. Ciò significa che, oltre al nostro comprensorio, dovremo coprire quello di altri cinque comuni, tutt’attorno a noi.
Ieri pomeriggio invece, per la prima volta in dieci anni, siamo rimasti completamente scoperti. Credetemi, è stata un’esperienza terribilmente triste dover smontare l’automedica a mezzogiorno, e sapere che, per il resto della giornata, avremmo potuto offrire meno di metà del servizio che normalmente offriamo. Non avere il medico, in situazioni di emergenza, può essere la condizione che fa pendere i piatti della bilancia verso la morte del paziente.
Per tutti noi che per questa associazione stiamo dando veramente l’anima è stata una giornata di lutto. Se non cambiano le cose, purtroppo, di giornate così ne avremo molte altre.

In questi giorni sono stato un po’ assorbito dalla pubblica, e in effetti tutti, attorno a me, si lamentano che non ci sono mai: i miei amici, i miei genitori…
Eppure sento di avere fatto la scelta giusta. Fare volontariato non solo mi piace tantissimo, ma sento che mi aiuta anche molto a livello di crescita personale, ed è per questo che spero, l’anno prossimo, di essere preso nel progetto di Servizio Civile Volontario.
Oggi ragionavo sul fatto che la posizione di volontario del soccorso garantisca un campo d’osservazione praticamente sterminato a chi abbia anche solo la curiosità di cercare di investigare l’animo umano, nella sua molteplicità e complessità di forme.
Ultimamente di pazienti strambi me ne sono capitati a iosa.
Ieri sera, per esempio, siamo andati a prendere, alle otto di sera, una signora caduta per terra al mattino alle undici e mezza, intanto che riordinava la stanza. Ma, ovviamente, la signora ha pensato bene, visto che era a casa da sola, di non chiamare aiuto, ma di mettersi a letto ed aspettare che la figlia tornasse dal mare. Così, alla sera alle otto, ha chiamato il 118 per farsi ricoverare.
I cancheri che le abbiamo tirato li sa solo lei. A cominciare dal fatto che non era per nulla leggera (un centinaio di kg li sarà stati), ed aveva un dolore di schiena tale da non riuscire nemmeno a muoversi. Abbiamo dovuto caricarla su una speciale barella (chiamata "barella a cucchiaio", perché di solito viene utilizzata per raccogliere da terra i politraumatizzati) e trasportarla a braccia fino all’ambulanza. Ovviamente non abitava al piano terra, nossignore, e le scale non erano nemmeno troppo larghe, perché sennò sarebbe stato tutto troppo facile. E così, in tre (io, Eka e il mitico Pagnotta) abbiamo fatto una fatica immane per riuscire a caricarla. Per fortuna non l’hanno dimessa subito, altrimenti ci saremmo anche dovuti alzare nel cuore della notte per rifare la trafila e ripotrarla a casa… non oso pensarci!
Lunedì mattina, invece, siamo stati chiamati per un codice rosso (paziente con problemi respiratori) in un posto piuttosto distante dalla sede (venti minuti buoni di viaggio in sirena, anche perché l’autista non era dei più scantati…). Arrivati sul posto, abbiamo trovato la figlia che, dal cancello di casa, ci faceva segno. Smonto dall’ambulanza e mi precipito dentro. Lei non dice niente, mi fa solo un cenno generico verso l’interno del cortile. Io corro avanti, giro dietro la casa e mi trovo davanti a tre grossi cani da caccia dall’aria poco socievole. Meno male che ho sempre avuto cani pure io, e quindi non ho paura. Torno comunque indietro per chiedere informazioni, perché ci sono due porte, entrambe chiuse a chiave… La signora me ne indica una terza, che ha tutta l’aria di condurre in uno scantinato. Ignoro i cani e apro la porta: mi ritrovo in una sorta di ripostiglio, in cui due uomini piuttosto anziani sono intenti a cambiarsi l’abito da lavoro. Mi guardano un po’ imbarazzati, poi mi indicano l’altra stanza. Corro dentro, e lo spettacolo che mi si para davanti è abbastanza tragico. Nella terra degli insaccati, secondo voi, i malati che dobbiamo soccorrere potranno essere inferiori ai cento chili di peso? Ma ovviamente no! La malata ne sarà stati almeno cento trenta. Una pancia enorme, come una mongolfiera, dalla quale spuntavano quattro arti tozzi e gonfi, dalla pelle tesa e durissima, e una protuberanza che poteva anche assomigliare vagamente a una testa.
La signora respirava malissimo, la saturazione era sul 50% (calcolate che la saturazione è il livello di ossigeno nel sangue, espresso in percentuale sulla quantità di emoglobina presente in circolo. Normalmente deve essere superiore al 95%. Sotto il 90% il paziente diventa blu, e può andare in coma…). Caricarla in ambulanza è stata una vera impresa: stavolta eravamo in quattro: autista e milite dell’automedica, autista e milite dell’ambulanza, ma vi assicuro che il trasporto dalla poltrona all’ambulanza è stato qualcosa di sconvolgente.
Somministrando ossigeno ad elevate concentrazioni le condizioni della paziente sono migliorate notevolmente, ma sono peggiorate decisamente le nostre: la signora infatti puzzava di sudore, di urina, di vomito e di vecchiaia, e, oltre tutto, la sua massima preoccupazione era: "ma all’ospedale mi daranno da mangiare?". E tu devi rassicurarla, dirle che senz’altro le daranno qualcosa, anche se pensi: "tu nella tua vita hai già mangiato anche troppo, ora puoi anche smettere che campi benissimo lo stesso!"…
C’è persino stato un paziente, qualche giorno fa, che ha preso a pugni il nostro medico. Ma, purtroppo, non vi posso raccontare la scena, perché non ne sono stato testimone diretto. Però, conoscendo quel medico, mi sarebbe piaciuto vederla