Archive for ottobre, 2004


Penso che tutti, nella propria mente, abbiano un ricordo di gioventù, uno spauracchio, qualcosa che torna a galla per spaventarci ancora.
Nel mio caso, si tratta della mia professoressa di Italiano, Storia e Geografia delle medie. La signora Rosetta Pellicari, così si chiamava, era una signora all’antica. Meridionale, sui quarantacinque-cinquant’anni, con un fortissimo accento calabrese (era originaria di Tropea), aveva una vera passione per il passato remoto, come la maggior parte dei meridionali. Aveva capelli corvini lunghi fino alle spalle, rinchiusi in una pettinatura ordinaria e immutabili: dalle tempie e dalla fronte, li raccoglieva in una coda che lasciava fuori quelli della nuca, che erano liberi di ricadere austeramente sul collo, ricoprendolo interamente. Portava sempre scarpe nere, con la punta, ed il tacco alto, che facevano pendant con una borsetta di pelle nera a sbuffo, un po’ logora e fuori moda. Forse a causa dei tacchi, o forse a causa di una qualche forma di cifosi, o forse ancora per entrambe le cause, la sua andatura era sempre lenta e misurata, un piede dopo l’altro, quasi marziale, resa però quasi grottesca dal grosso fondo schiena, che sembrava voler strappare ad ogni passo la gonna, sempre dello stesso modello, aderente e lunga fin sotto il ginocchio, e sempre dello stesso colore: un grigio scuro, con qualche rara variazione sulla tonalità. In inverno indossava maglioni di lana piuttosto ordinari, sempre di una misura troppo piccoli, sul rosa, o sul verde, o, quand’era di cattivo umore, di colori più scuri, marroni, grigi o neri; d’estate invece portava camicette leggere, di cotone, sempre abbottonate fino in alto, con una scollatura minimale, forse per nascondere, in un senso istintivo di pudicizia, il prorompente seno. Solo quando aveva molto caldo, con uno sbuffo e un gesto della mano destra a ventaglio, arrivava ad aprire il primo bottone, sempre però abbassando la testa per controllare la scollatura, che non fosse troppo sconveniente, e riaggiustandosi le spalline, in un gesto che ormai ci era diventato familiare.
Il primo giorno di scuola ci accolse con un sorriso a trentadue denti, ostentando una simpatia ed una disponibilità che, purtroppo, si dimostrarono ben presto fittizie: non tardò infatti a rivelarsi per quella che era.
I suoi metodi di insegnamento erano antiquati, inefficaci, e non tardarono a renderci odiosa ogni cosa che lei cercava di impartirci. Per insegnarci l’Italiano pretendeva che mandassimo a memoria ogni tipo di testo, dalla poesia alla pagina di prosa: e così ancora oggi saprei recitare a memoria poesie come La cavallina storna di Pascoli, Il cinque Maggio di Manzoni, I fiumi di Ungaretti, La pioggia nel pineto di D’Annunzio, ampi brani della Commedia di Dante, e pagine e pagine dei Promessi Sposi, come il famosissimo Addio monti sorgenti dall’acque ed elevati al cielo, cime ineguali… Ricordo che ogni settimana ci imponeva di impararci un nuovo brano a memoria; poi, in classe, ci faceva alzare uno alla volta, ed eravamo costretti a recitarle tutto. Uno alla volta, nessuno escluso, per tutta l’ora. E se qualcuno sbagliava, o dimostrava di non aver studiato, erano dolori! Andava su tutte le furie, cominciava ad urlare che non eravamo capaci di fare nulla, che non potevamo venire a scuola per scaldare il banco, e ci dettava note tremende da scrivere sul diario e far firmare ai genitori: “Oggi fui negligente, in quanto non studiai la lezione assegnata dalla Professoressa Pellicari, la quale, per punizione della mia cattiva condotta, mi assegnò un compito doppio da portare per la prossima settimana. La Professoressa Pellicari, inoltre, desidera parlare personalmente con i miei genitori per informarli del mio comportamento“.
Quell’anno ci tenne, per fortuna, solo il corso di Italiano: quelli di Storia e Geografia erano portati avanti dalla professoressa Isi, più anziana di lei (sarebbe andata in pensione l’anno dopo) e molto più simpatica di lei: passava ore ed ore a raccontarci delle sue avventure con la macchina, con il marito e con la figlia, con un’autoironia e una simpatia realmente fuori dal comune. Ma di lei parlerò, se mi verrà voglia, in un altro post.
Ma dal secondo anno la professoressa Pellicari iniziò a farci imparare a memoria anche città e capitali, densità di popolazione, montagne, fiumi, mari, laghi, passi, valichi e trafori di mezzo mondo. E se sbagliavi, non c’era scampo, ecco un’altra nota! Inoltre, di tanto in tanto, almeno una volta al mese, ci assegnava l’onere di ricalcare dall’atlante una specifica cartina geografica, riportante tutti i mari, monti, fiumi, città e villaggi, ovviamente con le rispettive curve di livello colorate con colori diversi, e i confini rimarcati a trattopen. Era difficile riuscire a consegnare in tempo quelle cartine: avevamo molte materie da studiare, e ricalcare una cartina fisica, con tutti i particolari, era un’impresa che richiedeva diverse ore. Ricordo che spesso mi facevo aiutare dai miei genitori, a volte anche da mio fratello, e ci mettevamo in tre o quattro attorno al foglio, ognuno con una diversa matita colorata in mano, e lavoravamo ciascuno su un angolo diverso del disegno.
L’insegnamento della Storia non era migliore. Non aggiungeva nulla di suo a ciò che stava scritto sul libro di testo, non raccontava aneddoti, non cercava di interessarci. Durante le lezioni ci faceva tirare fuori il libro, ci diceva la pagina da aprire, e ci faceva leggere a turno ad alta voce, interrompendoci solo per indicarci i passi o i paragrafi da saltare. Poi pretendeva che mandassimo a memoria (ovviamente!) date e nomi, nomi e date. Le cause per le quali avvenivano i fatti non le interessavano proprio, non credo che si sia mai interrogata in merito, e senz’altro a noi non ha trasmesso nulla di personale od originale.
Nei suoi metodi antiquati ed ottusi v’era spazio anche per qualcosa di leggermente più “avanzato”: i Quadernoni. Ci faceva raccogliere articoli di giornale riguardanti la guerra che, in quel periodo, insanguinava la Jugoslavia; oppure su altre guerre e tragedie che devastavano il pianeta, inondazioni, disboscamento, effetto serra, catastrofi… Dovevamo ritagliarli e incollarli sui quadernoni, commentandoli e completando la raccolta con impressioni personali e riflessioni. In questo modo, però, riuscì a farci odiare anche i quotidiani. Costringere un ragazzo a fare qualcosa, magari anche utile e piacevole, porta sempre all’effetto opposto, soprattutto quando la costrizione è perpetrata attraverso vendette e punizioni esemplari, delle quali la professoressa Pellicari non era mai sazia.
Io mi salvavo spesso, perché ero uno dei suoi cocchi, e molto raramente venivo investito dai suoi scatti d’ira; anzi, più spesso ero citato a modello a tutti i miei compagni di classe, il che, ovviamente, fece ben presto in modo che tutti covassero nei miei confronti varie forme di risentimento.
C’erano alcuni ragazzi, poi, particolarmente svogliati, che erano le sue vittime preferite. Sapeva benissimo che non studiavano, e li interrogava molto più spesso di tutti gli altri. E non è che li mandasse al posto dopo la prima domanda, nossignore! Prima doveva umiliarli facendo far loro scena muta per una mezz’ora buona, spesso facendoli piangere di vergogna, e solo allora, urlando e maledicendoli, li rispediva al posto a scrivere una delle sue famose note sul diario.
Dopo i tre anni di scuole medie, a Collecchio, speravo di essermi liberato di lei per sempre, ma mi sbagliavo: mi ero iscritto al Liceo Classico Romagnosi, sul lungoparma; e proprio quell’anno lei fu trasferita alle scuole medie Parmigianino, all’interno dello stesso edificio che ospitava il mio liceo. E così, ancora per molti anni, incrociai quella trista figura all’uscita di scuola, o sull’autobus, al ritorno da scuola, ed era sempre un’impresa riuscire a nascondersi tra la folla, per evitare i suoi schifosi baci, e i suoi raccapriccianti buffetti sulle guance…

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Gaudeamus igitur
Juvenes dum sumus
Post jucundum juventutem
Post molestam senectutem
Nos habebit humus.


Ubi sunt qui ante nos
In mundo fuere?
Vadite ad superos
Transite in inferos
Hos si vis videre.


Vita nostra brevis est
Brevi finietur.
Venit mors velociter
Rapit nos atrociter
Nemini parcetur.


Vivat academia
Vivant professores
Vivat membrum quodlibet
Vivat membra quaelibet
Semper sint in flore.


Vivant omnes virgines
Faciles, formosae.
Vivant et mulieres
Tenerae amabiles
Bonae laboriosae.


Vivant et republica
et qui illam regit.
Vivat nostra civitas,
Maecenatum caritas
Quae nos hic protegit.


Pereat tristitia,
Pereant osores.
Pereat diabolus,
Quivis antiburschius
Atque irrisores.


(vers. C. W. Kindeleben 1781)

I miei post si stanno diradando sensibilmente, ma non crediate che abbia intenzione di mollare. L’unico problema è trovare il tempo per tirare avanti.
Così, intanto che lo stereo mi passa in sottofondo un Bob Dylan piuttosto romantico, mi ritrovo a parlare di un film che mi ha colpito nel profondo: La mala educación, di Pedro Almodovar.
Ho sentito molti discorsi si questo film: qualcuno dice che, se fosse stato di qualunque altro regista, non avrebbe riscosso tutto il successo che ha effettivamente avuto. E secondo me questo è vero solo in parte. Perché, se è vero che il nome di Almodovar ha attratto più d’uno spettatore, è altrettanto vero che non si tratta di un film girato da un dilettante, ma da un regista che sa il fatto suo. Le scelte narrative sono, oltre che molto efficaci, anche molto interessanti: si hanno addirittura tre livelli di narrazione, e presente e passato si mescolano tra il filone principale del racconto e il film che i protagonisti girano sul racconto stesso, con un’opera di meta-cinema a mio avviso molto riuscita.
Molte scene sono un po’ crude, e sicuramente una persona come Rocco Buttiglione non apprezzerebbe mai questa, che invece, a mio avviso, è a tutti gli effetti un’opera d’arte. Tuttavia credo che nessuna delle scene guasti il concetto generale del film, come nessuna scena di battaglia de Il Signore degli Anelli guasta il contenuto dell’opera. Senza contare che, tutto sommato, anche le scene più “crude” sono trattate con quell’ironia tagliente e grottesca propria di questo regista, che riesce comunque a sdrammatizzare tutto.
Molti ancora si lamentavano del film dicendo che era una delle solite filippiche di Alomdovar verso la Chiesa Cattolica. No, non è vero nemmeno questo. Dell’educazione cattolica proprio non si parla. Si parla solo di un determinato prete, pedofilo e perverso, ma della dottrina in generale non si parla mai. E dal seguito della storia non emerge nemmeno alcun intento “generalizzante”: il film non può – a mio avviso – essere letto nella chiave di accusa nei confronti della Chiesa in generale.
Non mi resta che menzionare gli attori: a mio avviso tutti bravissimi, dal primo all’ultimo. E tutti molto credibili in ciascuno dei ruoli che interpretano.
Insomma, un film da vedere. Un film che fa riflettere. Vi troverete, ancora a distanza di settimane, a riflettere sul significato di un gesto, di una scena, di una frase, e a quale sarebbe stata la vostra reazione in quel determinato frangente…
Non ho parlato della trama perché non se ne può parlare senza rovinare l’intera visione del film, che è talmente ricco di colpi di scena da catturare l’attenzione dal primo all’ultimo fotogramma. Insomma, andate al cinema! Che ci fate ancora lì seduti?

Ogni volta che parlo con qualcuno della castagnata che si terrà a casa mia sabato prossimo, questo qualcuno – chiunque sia – mi casca dalle nuvole. Pertanto siete pregati di aguzzare la vista e di smetterla di switchare le finestre del browser da questa a quella sotto (che c’avete aperto i porno, ditelo!), e prestate attenzione per cinque minuti.
Sabato prossimo venturo, 23/10/2004, presso la mia magione di Neviano dei Rossi si terrà una magnifica castagnata/grigliata/sbronzata e chi più ne ha più ne metta.
Il programma della serata sarà il più indefinito possibile: ognuno farà quel che più gli piacerà, a patto che non si compiano atti osceni in luogo pubblico, violenze di alcun tipo né atti demolitori nei confronti di cose o persone. No, non è consentito nemmeno l’autolesionismo.
Ci si troverà nel tardo pomeriggio (17:00 – 17:30, ma ognuno venga quando più gli aggrada), si preparerà la cena e poi la si sbaferà.
L’unica cosa di cui sono sicuro sono le caldarroste nel camino. Poi la formula è sempre la solita: ognuno porta qualcosa, e si mangia tutti insieme allegramente.
La mia speranza era quella di fermarci tutti su a dormire, anche per evitare a molti di voi di doversi fare non poche decine di km in stato di semi-abbiocco e (spero semi-)ebbrezza.
Anche perché quel giorno NON SARO’ IN TURNO, quindi NON SARO’ IO A SOCCORRERVI in caso di incidenti, quindi occhio! Anche perché c’è di turno la squadra del Comandante, e non è proprio la più rassicurante .
Comunque mia mamma ha già cominciato a dire che non vuole che dormiamo su, quindi il problema – per il momento – sembra risolto così… Per sicurezza, però, portatevi il sacco a pelo, se volete, così, nell’eventualità, siamo già pronti .
Facendo i debiti scongiuri, spero che partecipiate numerosi!
PS: siete pregati di confermare almeno almeno il giorno prima, così ci si organizza…

Arruolati anche tu nella sfavillante e arancionissima Assistenza Volontaria di Collecchio, Sala Baganza e Felino, e ne vedrai veramente di ogni!
Anche venerdì (dopo lunedì: mattina + pomeriggio) ho fatto il doppio turno: pomeriggio + notte.
Non abbiam fatto quasi nulla, ma quei tre interventi son stati, ciascuno a suo modo, memorabili. Mi limiterò a raccontare la prima, per questa volta, perché temo che sarà già un racconto abbastanza lungo. Ma andiamo con ordine.
Dopo una mattina all’università, ad addormentarsi con la lezione di Comunicazioni Elettriche, mi reco, alle ore 13:00, in sede, per montare in turno. Per chi ancora non lo sapesse, l’Assistenza Volontaria è fornita di un ottimo impianto di cucina, e di un altrettanto ottimo cuoco (detto tra noi, magari si limitasse a fare il cuoco! Spero che non mi legga ), del quale io sono un misero aiutante. Comunque, venerdì Mauro aveva preparato una squisita pastasciutta al sugo piccante. Felici come pasque, ci siamo seduti davanti ai nostri piattoni fumanti, abbiamo affondato la forchetta nella pasta e… BEEEEEEEEEEEEEEEEEEP squilla la sirena delle emergenze!
Quel che non abbiamo tirato giù (tra santi e madonne) ce lo siam scordati, ma tant’è, siam lì per quello… Ci tuffiamo al centralino per capire di cosa si trattava: un verde con l’automedica. Ora, il codice verde è il codice meno grave di tutti, e solitamente l’automedica esce in codice rosso (quando si usano le sirene, per intenderci), o al massimo in codice giallo, quando il paziente è cosciente e respira da solo, ma ha qualche problema un po’ grave. Comunque in verde non esce proprio mai.
E invece… Invece ci chiamano alla caserma dei carabinieri di Collecchio (e ti pareva!) per un tizio arrestato che dava in escandescenze: volevano che il medico lo sedasse in qualche modo.
Imprecando più di prima, e meditando con quale oggetto contundente (o come direbbe qualcuno, contrundente) sedare il simpaticone, ci avviamo verso la meta. Arrivati là, smontiamo dall’automedica ed entriamo in caserma: un carabiniere ci viene incontro sulle scale e, senza dire una parola, ci fa strada, in punta di piedi, guidandoci verso lo scantinato. Si avvicina alla porta, la apre con cautela e sbircia dentro, poi ci fa segno di procedere. Entriamo e ci troviamo davanti a una scena quantomeno insolita. Siamo in un corridoio un po’ buio, sul quale si affacciano tre celle [spaventose! stanze spoglie con un materasso buttato per terra: per fortuna non hanno l’aspetto di venir usate spesso], un archivio pieno di carpette portadocumenti, e una stanza che ha l’aria di essere una vecchia camera da letto per carabinieri di leva, ora usata come magazzino per componenti di PC preistorici. In corridoio, un ragazzo di colore, piuttosto carino anche se un po’ basso, di età indefinibile (poi scopriremo che, dai documenti, dovrebbe avere 16 anni, ma ne dimostra almeno una ventina o più), scalzo, con addosso un paio di pantaloncini corti usati a mo’ di boxer, e un maglione un po’ sporco. Per terra un paio di jeans e le scarpe: evidentemente glieli avevano fatti togliere per perquisirlo.
Stava discutendo animatamente con il maresciallo – in borghese – ma con un piccolo inconveniente: il ragazzo parlava solo ed esclusivamente inglese – un buon inglese, tra l’altro – mentre il maresciallo non ne capiva un’acca. Al che, l’arrestato si rivolge verso di noi e ci chiede: “Do you speak English?”. L’unico che ci capiva qualcosa ero io, e così ho dovuto fare da interprete. Il ragazzo ha cercato di spiegarmi che lui faceva la questua dicendo “Tu aiuta me, io povero studente, io fame”, e così facendo è entrato in un negozio. La padrona del negozio era al telefono, e ha cercato di scacciarlo. Ma lui ha visto per terra dei soldi (settecento euro, come ha detto il maresciallo), li ha raccolti e li ha restituiti alla padrona, la quale però, pensando che li avesse rubati, ha voluto chiamare la polizia. Questa la sua versione. La versione del maresciallo era abbastanza diversa: lui sarebbe entrato nel negozio e, mentre la padrona era al telefono, lui si sarebbe impadronito dei soldi, cercando di andarsene. Temo che la verità non si saprà mai, anche se io sono più propenso a dar ragione a lui: non sembrava uno straccione, era vestito male ma non puzzava, e sapeva leggere, scrivere e parlare in perfetto inglese… Ma a parte questo, il maresciallo è stato molto gentile con lui, ha cercato di capire cosa volesse, e insieme abbiamo cercato di farci spiegare cosa gli facesse male: continuava a tenersi la pancia, lamentandosi. Diceva di avere qualcosa nello stomaco, qualcosa chiamato “oxa” o qualcosa di simile. Inutile dire che non ci siamo proprio saltati fuori. Abbiamo cercato di spiegargli che dovevamo fargli una flebo, ma lui s’è spaventato, pensando che volessimo somministrargli chissà quale farmaco, e ci ha pregato di non farlo. Ho cercato di spiegargli che era solo un po’ d’acqua con sali minerali, nulla di strano, nessuna medicina, ma lui non ne ha voluto sapere. S’è sfilato il maglione, buttandolo per terra. Poi ha fatto qualche passo indietro, è entrato nell’archivio e s’è sfilato i pantaloncini, rimanendo completamente nudo [Zar, puoi dirmi quello che vuoi, ma questo particolare conferma le MIE teorie, non le TUE ]. Io, il maresciallo e l’infermiera che era con me sull’automedica abbiamo cercato di riacchiapparlo, per convincerlo a rivestirsi e a farsi visitare dalla nostra dottoressa, ma lui ha continuato a sfuggirci, girando attorno ai tavoli ingombri di carte, e tra gli scaffali. Poi s’è acquattato contro un muro, in un angolo, e rideva in modo un po’ isterico. Con dolcezza l’abbiamo raggiunto e convinto a rivestirsi, poi il maresciallo ha cercato di farlo entrare in una delle celle, per farlo coricare da qualche parte e far sì che la dottoressa potesse dargli un’occhiata. Ovviamente non ne ha voluto sapere, nemmeno dopo che gli abbiamo giurato di lasciare la porta aperta, e di non volerlo chiudere dentro. Allora il maresciallo ci ha condotti nella camera/magazzino, e ha tolto qualche scatolone di rantumaglie dal letto a castello. Lo abbiamo fatto coricare lì, la dottoressa gli ha dato un occhio, ma devo dire che lui non ha collaborato molto, e non siamo riusciti a capire cosa cavolo avesse… Forse era tutta una montatura per intenerire i carabinieri, o forse aveva qualche forma di colica, non so, comunque non aveva problemi gravi, e siamo stati costretti a lasciarlo lì, non prima di aver tentato di somministrargli un po’ di valium via bocca…
Poveretto, m’ha fatto una pena infinita. Diceva di essere in Italia solo da due mesi. A sedici anni, immigrato regolarissimo, con tanto di documenti validi, lontano migliaia di chilometri da casa sua (la Liberia), senza nessun riferimento, nessun amico, nulla di nulla. Forse li avrà anche rubati, quei soldi… Ma lasciatemi citare De André, ancora una volta:

Ci hanno insegnato la meraviglia
verso la gente che ruba il pane
ma ora sappiamo che è un delitto
il non rubare quando si ha fame!

Nuovo aggiornamento all’album fotografico: ora è anche possibile lasciare commenti a ciascuna foto. Spero che qualcuno ne faccia uso

Che dire inoltre degli avvenimenti degli ultimi giorni? Dopo le affermazioni di un Buttiglione che dimostra tutta la propria apertura mentale e tutto il proprio progressivismo (cosa ci si poteva aspettare da una scimmia?) e le altre non meno belle di Tremaglia (cavolo, ma vuoi che nessuno degli italiani nel mondo, che quel ministro dovrebbe rappresentare e tutelare, si sia sentito offeso dalle sue parole?), non resta molto da dire.
L’omosessualità è un peccato, un peccato mortale. E i culattoni (parola tanto cara anche a Sgarbi, ricordate? Altra grande mente!) criminali stanno invadendo il mondo, attaccando gli ultimi paladini della Cristianità barricati nei loro baluardi corazzati di menzogne e idiozia…

Sant’Iddio che giornate! Ieri mi son alzato alle 6:20 per presentarmi in turno alle 7 del mattino, e ho smontato solo dopo quindici ore, alle 11 di sera. Giornata, direi, piuttosto intensa. E anche perché siamo usciti come deficienti tutto il giorno, a ripetizione, senza manco passare dalla sede per far rifornimento di guanti e ghiaccio istantaneo (van via come il pane!).
E oggi mi sono spagliato alle 7 per essere a lezione alle 8:30. Salvo poi scoprire che oggi, causa lauree, non c’era un cagnaccio di nessuno, in giro; e non avevo nemmeno la macchina per prendermi su e tornare a casa! Beh, almeno ho rimediato un pranzo al ristorante giapponese con un’amica che credevo persa per sempre e che invece, forse, è recuperata…
Intanto ho trovato anche il tempo per aggiungere una sessantina di foto all’album fotografico, e ho anche provveduto ad organizzare le stesse in ordine cronologico, dalle più recenti (nella prima pagina) alle più antiche (in fondo). D’ora in poi, però, cercherò di aggiungere anche la data e il luogo in cui è stata scattata ciascuna foto. Per quelle vecchie, purtroppo, non sempre ciò è possibile, però!
Ah, dimenticavo: non posso nemmeno dire “beh, vado a letto presto!” perché ora non sono a casa, ma in pubblica (sì, ancora!): stasera riunione dell’Ufficio Comando, e si preannunciano bufere pesanti, quindi prima di mezzanotte non si dormirà! E domattina ancora sveglia presto: si va a vedere un amico che si laurea in medicina…

Presto mi convincerò a riorganizzare in modo migliore l’album fotografico, mettendo le foto più recenti per prime, e ad aggiornarlo con le foto dell’estate (non sono molte, però, vi avverto).
Per il momento mi limito a dire che se continuerò ancora per molto ad andare a letto alle due di notte per svegliarmi alle sette, come sto facendo in questo ultimo periodo, non durerò ancora a lungo…

Ultimamente mi è capitato di fare “coming out” con un ragazzo con il quale, prima – malgrado lo “conoscessi” da parecchio tempo – non avevo mai parlato per più di cinque minuti di fila. Si tratta di un mio collega di Ufficio Comando, in pubblica.
Io sono tremendamente timido, e lui forse è anche più timido di me: il risultato è che ognuno era sempre stato sulle sue, e non eravamo quasi mai andati oltre il “ciao”.
Poi, invece, un mesetto fa, ci siamo ritrovati a fare la notte assieme, in pubblica, in un periodo in cui c’era parecchia carenza di personale. Chiaramente era, per entrambi, il quarto o quinto turno, quella settimana, e così, per “addolcire un po’ la pillola”, abbiamo deciso di preparare qualcosa di buono per cena, e ci siamo ritirati in cucina ad armeggiare tra i fornelli. E, per la prima volta, abbiamo iniziato a chiacchierare del più e del meno. All’inizio gli argomenti sono stati i più disparati, poi ci siamo messi a parlare di cose un po’ più personali. Lui mi ha parlato della sua storia con una ragazza della quale si era molto innamorato, e del dolore che ha provato quando lei ha deciso di mollarlo, confidandomi anche cose che non aveva detto praticamente a nessun altro; sorpreso da questa apertura inaspettata, ho deciso di aprirmi anch’io, e gli ho raccontato di me, della mia esperienza di un anno e mezzo con un mio compagno di classe, alle superiori, e di tutti i tormenti passati da quando ci siamo mollati; di tutte le cotte che mi sono preso per ragazzi sempre immancabilmente etero, e infine del gruppo che frequento.
Perché vi ho raccontato tutto questo? No, state tranquilli, non è una storia di sesso, niente di particolare. La cosa di cui vorrei parlare qui, perché mi ha colpito molto, è la sua reazione.
L’ha presa bene, non c’è che dire, anzi, sembra avere apprezzato molto il fatto che ne abbia parlato con lui. Tant’è che, alla fine, quando abbiamo finito di preparare la cena, anziché portarla giù agli altri, l’abbiamo infilata nel microonde in modo da poter continuare a parlare senza far raffreddare tutto. E ogni tanto qualcuno veniva su a vedere a che punto eravamo…
Quello che mi ha dato da pensare è stata una sua frase. Mentre io parlavo e riassumevo in poche frasi la mia situazione, lui mi guardava piuttosto meravigliato ed incredulo, e le sue prime parole sono state: “sono stupito, non sembrava… voglio dire, non si direbbe…”.
In effetti è vero. Io sono un ragazzo gay, non ho praticamente più dubbi in questo senso; ma non sono assolutamente effeminato. Qualche volta mi piace assumere atteggiamenti infantili, fanciulleschi, ma mai effeminati. Anzi, spesso i ragazzi molto effeminati mi danno persino un po’ fastidio. Insomma, una persona che non mi conosce, raramente pensa: “quello è gay”.
E quando faccio coming out, tutti si stupiscono.
Perché? Perché gay, per la gente comune, vuol dire frocio, vuol dire persona assalita da turbe psichiche che cerca in tutti i modi di apparire donna, pur non essendola. Perché per la maggior parte della gente il gay va in giro con la maglietta attillata, di colori improponibili, con i lustrini, e i jeans attillati per mettere in mostra il culo; e si pettina come una donna, e si mette il mascara e il rimmel, e si lacca le unghie, e soprattutto ci prova con qualunque scarrafone gli capiti per le mani, per la sola e sufficiente ragione che ha un cazzo.
Ma scherziamo?
Essere gay, per quanto mi riguarda, significa semplicemente provare attrazione sessuale ed amore per individui del proprio stesso sesso. Ma, scusate tanto, se devo andare con un uomo che si crede una donna, e fa di tutto per apparire una donna, non sarebbe più semplice e meno traumatico per me mettermi direttamente con una donna? Se voglio stare con un uomo, lo voglio davvero uomo. E voglio essere uomo anch’io. Alla faccia degli stereotipi. Poi, quello che ci faccio a letto è una cosa che deve riguardare solo me e lui.