Archive for aprile, 2005


In questi ultimi giorni purtroppo la voglia di scrivere m’è sempre mancata, così come – in effetti – pure gli argomenti. Questa settimana tocca a me (e a Eka, fresca di nomina) organizzare i turni in Pubblica, e vi assicuro che è una cosa piuttosto stressante. Soprattutto quando, oltre alla Pubblica, hai anche gli esami che ti assillano: devo assolutamente laurearmi entro ottobre, e sul libretto mancano ancora otto firme!
Ieri sera, però, è successa una cosa decisamente degna di nota, anche perché, probabilmente, cambierà parecchio il mio modo di rapportarmi con i miei genitori, per quanto riguarda la mia sessualità.
Festa di compleanno di mia nonna paterna. A cena, oltre a me, mio fratello e i miei genitori, c’erano anche le due nonne, e una coppia di zii paterni.
Alla fine del banchetto, mentre le donne sparecchiavano, io, mio zio e mio padre siamo rimasti a parlare un po’ del più e del meno. Si parlava di famiglia; non ricordo nemmeno come sia partita la discussione – anche perché il vino di mio padre (che peraltro lui non può bere) m’aveva un po’ dato alla testa -, fatto sta che mio zio se n’è uscito con una bella pestata colossale (già, ma lui non sa di me!), affermando che, secondo lui, non è giusto che gli omosessuali possano adottare dei bambini. Le sue motivazioni erano le solite, nemmeno espresse troppo bene: quei bambini sarebbero oggetto di derisione da parte degli altri; per un bambino ci vogliono due genitori; ecc. ecc. Insomma la solita solfa. E ovviamente si aspettava che io e mio padre esprimessimo tutta la nostra solidarietà alle sue tesi. Io ero lì che ridacchiavo sotto i baffi, evitando di guardarlo, con una gran voglia di dirgli "ma grazie!". Mio padre invece ha fatto quello che non mi sarei mai aspettato: ha preso le difese degli omosessuali.
Mio padre è laureato in pedagogia, e ha insegnato in una scuola elementare per vent’anni, prima di vincere il concorso riservato, tre anni fa, e di andare ad insegnare storia e filosofia in una scuola superiore.
Quando ho rivelato ai miei di essere omosessuale, mia madre è andata in piena crisi isterica, e l’ha presa veramente malissimo. Anche mio padre non l’ha presa bene, ma suppongo che sia stato principalmente a causa di mia madre: vedendo la sua reazione, non ha fatto altro che assecondarla. Dal momento del mio coming out, per un paio di settimane, mia madre non faceva che rinfacciarmi la mia omosessualità, cercando di obbligarmi con ogni tipo di ricatto ad andare da uno psicologo e a "curarmi". Poi, una sera, dallo psicologo ci sono andati loro, e, improvvisamente, le acque si sono calmate. Mai più un accenno, negli ultimi due anni. Ci siamo sempre comportati tutti come se nulla fosse successo.
E ieri sera, invece, mio padre ha tirato fuori uno studio di uno psicologo sui bambini cresciuti nei kibbuz israeliani. Per chi non lo sapesse, dirò molto brevemente che i kibbuz erano villaggi organizzati in modo molto particolare: comunità agricole autonome create con lo scopo di sopravvivere e difendersi in un ambiente ostile come la Palestina, dall’inizio del Novecento in poi. In queste comunità non esistevano le famiglie, né i matrimoni. I bambini che nascevano venivano allevati in particolari "case dei bambini". Immaginate una sorta di collegio, ma senza la presenza di adulti che intervenissero a fornire loro una particolare educazione.
A formare la loro personalità, dunque, non concorrevano le due classiche figure materna e paterna: a sostituirle era la figura della comunità, dei pares inter pares. Non c’era nessun adulto a sgridarli se si comportavano male, ma non ce n’era bisogno, perché i "cattivi" venivano automaticamente esclusi dalla comunità di bambini, e non c’era nulla di peggio di quello. Per questo tutti "rigavano dritti" e andavano, per quanto possibile, d’amore e d’accordo. Senza l’intervento di adulti.
Lo psicologo autore di questa ricerca ha affermato che sì, effettivamente, questi bambini hanno una mentalità diversa da quella dei bambini cresciuti in una famiglia "convenzionale", ma tale mentalità non è né migliore né peggiore dell’altra. E’ solo diversa. E non incompatibile.
Mio padre ha concluso il suo ragionamento dicendo che un bambino, secondo lui, può crescere tranquillamente con una coppia di omosessuali come genitori adottivi, perché, dal punto di vista psicologico, ciò non provoca nessun tipo di trauma. Il problema, certo, è l’integrazione con la società; ma finché qualcuno non comincia, la società, da sola, non cambierà. E l’esempio lampante di tutto questo è l’Olanda, in cui le adozioni da parte di coppie gay sono già permesse da tempo, e anche queste "famiglie non convenzionali" sono perfettamente integrate nella società.
Dopo due anni di silenzio, mio padre ha espresso il suo pensiero. Su di me, non sulle adozioni. Parlando a mio zio, in realtà parlava a me, dandomi una sorta di "benedizione", e, in ogni caso, riconoscendo come legittima e del tutto normale la mia sessualità.
Ora non mi resta che cercare – o creare – l’occasione per poter approfondire con lui l’argomento, per sapere davvero cosa pensa. Ma, in ogni caso, mi sento un po’ meno solo, e sento di poter affrontare il mio futuro con più serenità.
Già, ora non mi resta che trovarmi un ragazzo… impresa, purtroppo, rivelatasi non facile!

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BENEDETTO… UN CORNO!

Hanno fatto papa il Presidente della Congregazione per la Dottrina della Fede. Che, per chi non lo sapesse, altro non è che l’evoluzione del Tribunale dell’Inquisizione. Di tutte le scelte possibili, hanno fatto la più facile, ma anche la più estremista.
Personalmente, conoscendo le opinioni del nuovo papa su argomenti quali famiglia, aborto, eutanasia, omosessualità, coppie di fatto, metodi contraccettivi e simili, e conoscendo parimenti il grado di sudditanza – psicologica e non – cui sono sottoposti i nostri governanti nei confronti della Chiesa, non posso che piangere la fine di ogni speranza di vedere riconosciuti i miei diritti di persona e di omosessuale.
Forse mi sto fasciando la testa prima che sia rotta; in fondo anche Carol Wojtila era stato dipinto, all’inizio, come persona piuttosto chiusa e conservatrice, e alla fine si è rivelato un grande papa. Già, però Carol Wojtila era un perfetto sconosciuto, pertanto era facile sbagliare un giudizio del genere. Ratzinger, invece, lo conosciamo fin troppo bene, son vent’anni e più che ricopre cariche ufficiali a Roma. Per questo sappiamo anche già quel che ci aspetta.
Per chi se lo fosse dimenticato, vi ricordo che pochi mesi fa la Chiesa ha pubblicato un libro, intitolato Lexicon. Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche, di cui avevo già parlato in un post precedente. Se Ratzinger non ne è il mandante ufficiale, sicuramente c’è dentro fino al collo, e avrà gongolato non poco a leggere le definizioni che vi sono riportate.
Habemus mortem!

Boys don't cry - locandinaTra tanti film pietosi che ho visto ultimamente, per fortuna capita anche di imbattersi in qualche capolavoro. E’ il caso del film che ho visto poche sere fa: Boys don’t cry, della esordiente Kimberly Peirce.
L’attrice protagonista, che per quella parte si è meritata un Oscar e un Golden Globe, è la quasi-debuttante Hilary Swank che, a quanto pare, ha poi confermato tutte le proprie straordinarie doti in Million dollar baby, che devo ancora vedere, ma qualcuno non fa che continuare a parlarne…
Ruolo di protagonista che, peraltro, è di difficilissima interpretazione. Il protagonista è infatti Brandon Teena, ragazzo minuto ma di bell’aspetto e di modi gentili, del quale le ragazze vanno letteralmente pazze. Ma ovviamente le cose non possono essere così semplici, perché la vita non è mai semplice: Brandon Teena è in realtà una ragazza, Teena Brandon, fuggita dal suo paese a causa dell’incomprensione che circonda la sua crisi di identità sessuale. Brandon vorrebbe essere un ragazzo, e per questo nella sua valigia ci sono opuscoli su transessuali e operazioni per un cambiamento di sesso, ma la dura realtà dei fatti continua a ricordarle che è invece una ragazza. E così la vediamo, a inizio film, tagliarsi i capelli e fasciarsi il seno per nascondere a se stessa e agli altri il proprio sesso biologico.
La storia di Brandon ci trascina in mezzo ad una America rurale che, anziché del 1993, sembra quella degli anni Cinquanta, con l’ignoranza, la violenza, l’intolleranza che i piccolissimi paesini ultracattolici dispersi in un mare di pianure sconfinate possono conservare per secoli e secoli, perenne testimonianza della bestialità umana.
Il film ci racconta una storia raccapricciante e commovente fino alle lacrime, e solo alla fine, prima dei titoli di coda, scopriamo che la tragedia di Brandon Teena è, purtroppo, una tragedia reale, e che nessuno dei fatti o dei personaggi del film è stato inventato. E allora il pugno nello stomaco arriva fortissimo, diretto, e toglie il fiato.

Riccardo Berti è riuscito a farne un’altra delle sue. Giovedì sera, dopo il TG, a Batti e ribatti, il giornalista aveva come ospite indovinate un po’ chi? Niente popò di meno che Elena Curti, che si definisce (e probabilmente è davvero) figlia naturale di Benito Mussolini.
Bisogna dire che lei stessa ha ammesso di non esserne certa al cento per cento, e che non le interessa nemmeno fare la prova del DNA, perché per lei non è importante saperlo con certezza. Ovviamente però il ritratto di Mussolini che è uscito dalla bocca di questa anziana signora non era quello di uno spietato statista e brutale assassino, bensì quello di un padre attento e premuroso. Un bel quadretto di famiglia.
Poi la signora Curti, rispondendo a una domanda di Berti, ha raccontato i momenti della cattura del padre da parte dei partigiani. Lei si trovava nello stesso convoglio in cui viaggiava Mussolini, ed è stata presa prigioniera a pochi minuti di distanza.
Berti allora ha chiesto delucidazioni sul famoso tesoro che si dice viaggiasse con Mussolini e i membri del suo governo e che, al momento della cattura, è sparito nel nulla. Elena Curti ha risposto che sì, quel tesoro c’era: il governo di Mussolini, in quel tempo di guerra, girava con tutti i propri averi a presso, perché non avrebbe potuto tenerli al sicuro da nessuna parte. E tutti quei soldi, puff, spariti nel nulla.
Quindi ora i partigiani sono ladri e rapinatori, mentre Mussolini era un buon padre di famiglia che cercava di proteggere l’Italia dalla malvagità e dall’ingordigia.
Quindi il caro amico Berti ha avuto la brillantissima idea di chiudere con una splendida citazione di cui non ricordo l’autore:
"Scrivere la storia è solo un modo per sbarazzarsi del proprio passato".
Evviva il revisionismo.

Bruce Springsteen – Dead Man Walkin’

There’s a pale horse comin’
I’m gonna ride it
I’ll rise in the morning
My fate decided
I’m a dead man walkin’
I’m a dead man walkin’

In St. James Parish
I was born and christened
Now I’ve got my story
Mister no need for you to listen
It’s just a dead man talkin’

Once I had a job I had a girl
But between our dreams and actions
Lies this world

In the deep forest
Their blood and tears rushed over me
All I could feel was the drugs and the shotgun
And my fear up inside of me
Like a dead man talkin’

‘Neath a summer sky my eyes went black
Sister I won’t ask for forgiveness
My sins are all I have

Now the clouds above my prison
Move slowly across the sky
There’s a new day comin’
And my dreams are full tonight

Ho appena assistito ad un film che ha suscitato in me sentimenti piuttosto contrastanti. Si tratta di Mystic River. Il regista è un certo Clint Eastwood, mostro sacro del cinema americano, e tra gli interpreti troviamo Sean Penn, già indimenticabile nel ruolo del condannato a morte in Dead man walking (la citazione non è casuale, poi ne parleremo), Tim Robbins (da Top gun a The truth about Charlie passando per Mission to Mars, Cadillac Man, ecc.), Kevin Bacon (Apollo 13, Tremors…), Laurence Fishburne (Morpheus nella saga di Matrix ma anche, per chi non lo sapesse, il ragazzino di colore di Apocalypse Now) e tanti altri nomi piuttosto conosciuti.
Devo dire che il cast non delude le aspettative: il film è un thriller drammatico-psicologico che prende dal primo momento all’ultimo, e non mi è mai capitato, in tutte le sue due ore e dieci minuti, di guardare l’orologio chiedendomi quando finisse.
La storia è stupenda, narrata con maestria e delicatezza da un regista di eccezionale bravura, e interpretata con straordinaria forza da tutti gli attori.
Ma c’è un ma. Attenzione: spoiler! se non avete visto il film, non proseguite nella lettura di questo post!
Il film racconta di tre amici, un tempo inseparabili, ma ormai divenuti solo conoscenti, le cui vite tornano ad intrecciarsi a causa di un lutto che colpisce uno dei tre, la cui figlia maggiore viene uccisa da uno sconosciuto. La narrazione è lucida e scorrevole, quasi del tutto priva di flashback e di balzi temporali, e i colpi di scena (sono solo due) non sono clamorosi, ma si inseriscono con naturalezza nella composizione. Il padre della ragazza uccisa, Jimmy, giura vendetta sul cadavere della figlia, e le promette di arrivare a trovare il colpevole prima della polizia. Ma un altro dei tre amici, Sean, che lavora all’FBI, tenterà di arrivare al colpevole prima di lui, per evitare inutili spargimenti di sangue. Purtroppo però i due filoni delle indagini (quello privato e quello ufficiale), che inizialmente sembrano convergere, portano i due amici a due conclusioni opposte. Così, mentre Sean arresta i veri colpevoli, Jimmy uccide il terzo amico, Dave, credendolo responsabile di un omicidio che non ha commesso. In una delle scene finali, Sean e Jimmy si incontrano. Sean racconta del risultato positivo delle indagini, e chiede a Jimmy cosa sia successo a Dave, del quale la moglie ha denunciato la scomparsa. Jimmy si rende allora conto del proprio errore, e Sean capisce che è stato lui ad uccidere Dave. Certo, raccontare la trama di un film in poche parole è molto difficile, ma tanto dovreste già conoscerla, se siete arrivati fin qui a leggere (altrimenti siete una donna, perché è risaputo che le donne non obbediscono mai agli ordini), ed ho senz’altro trascurato milioni di particolari che rendolo la trama del film così unica e così trascinante. Nella scena successiva vediamo Jimmy in preda al rimorso per quello che ha fatto. Ha ucciso un uomo, ma ha ucciso quello sbagliato. E qui entra in gioco la moglie di Jimmy, che lo rassicura e lo consola, dicendogli che lui non ha sbagliato, perché ha fatto tutto quello che riteneva giusto per le persone che ama.
Se fossi stato al cinema, probabilmente mi avreste visto alzare la mano e urlare: "scusate, ma che cazzo vuol dire?". Purtroppo ero in camera mia, davanti al mio PC, e nessuno mi avrebbe ascoltato.
Quello che mi ha sconvolto è che quel finale, confermato poi dalla successiva scena (la parata della banda, con tutti i protagonisti sopravvissuti che si scambiano un’occhiata di intesa come se tutto fosse andato per il meglio) non condanna minimamente il gesto di Jimmy, che ha ucciso un uomo – e per di più un amico, e per di più la persona sbagliata – nel tentativo di farsi giustizia da solo. E fin qui nulla di male: non condannare significa lasciare all’intelligenza dello spettatore il giudizio. Non è un difetto, è un pregio. Ma Clint Eastwood, a mio parere, non si limita a non condannare, ma arriva a giustificare quel gesto, e lo fa nella frase della moglie: "hai fatto tutto quello che ritenevi giusto per le persone che ami". E allora io qui mi dissocio, in toto. Perché no, non è giusto. Non è la cosa giusta da dire. Non si può giustificare una cosa del genere, non si può mascherare il tutto da lieto fine. Perché penso anche all’americano medio, pro-pena di morte, pro-armi per tutti, pro-vendetta bibblica, che esce dalla sala del cinema dicendo: "che figata, dovrei fare così anch’io!". Perché ho una scarsissima fiducia nelle capacità critiche e intellettive del pubblico moderno. Perché un finale del genere può essere tranquillamente letto come giustificazione della vendetta privata, addirittura della pena di morte, e del fatto che sì, magari con la pena di morte si può sbagliare, però in fondo Dave se lo meritava anche, di morire, aveva pur sempre commesso un omicidio pure lui, anche se non era quello di cui era sospettato ed accusato. E quindi era giusto ucciderlo.
L’unico dubbio che mi rimane, che mi sorge mentre sto scrivendo queste righe, è che Clint Eastwood in realtà non giustificasse affatto quell’omicidio, quella vendetta privata, ma si limitasse a buttare lì una possibile interpretazione alla quale probabilmente non crede nemmeno lui, una metafora o una pietra di paragone, lasciando allo spettatore il compito di indignarsi e di opporsi, di capire veramente. Che è un po’ quello che sto cercando di fare, forse con un po’ troppe pretese. Ditemi se sto sbagliando!

Ieri, se possibile, la televisione italiana ha toccato il suo punto più basso.
Dopo il TG1, a Batti e Ribatti, Riccardo Berti commentava i risultati delle recenti elezioni regionali. Non ricordo nemmeno più chi fossero gli ospiti: tra tutti i dibattiti che ci sono stati, ormai ho perso il conto.
Il tono della trasmissione, però, fino a pochi secondi dalla conclusione, mi aveva stupito abbastanza. Berti, solitamente piuttosto filogovernativo (ovvio, sennò non sarebbe lì, non vi pare?), si stava sbracciando in critiche piuttosto pesanti a Berlusconi e compagni. Ovviamente pensavo già che Berti fosse una banderuola della peggior specie, pronto a vendersi al miglior offerente pur di restare al proprio posto, ma mi sbagliavo. Non c’è limite al peggio.
Sapete cosa ha pensato quella serpe? Dal suo interminabile libro delle citazioni (sempre lo stesso, tra l’altro: mi viene il sospetto che di tutti gli autori che cita non ne abbia mai letto uno, e abbia solo quella specie di bignami…) ne ha tirata fuori una che mi ha letteralmente lasciato di stucco. Si trattava di un oratore greco, penso Demostene ma non sono sicuro. La frase: "è compito del sovrano fare il bene e sopportare le calunnie".
E’ compito del sovrano fare il bene e sopportare le calunnie. E’ compito del sovrano fare il bene e sopportare le calunnie.
CAZZO!
CAZZO!
CAZZO!
Ma vi rendete conto?
Il SOVRANO? Ah, allora lo ammetti, brutto porco! Siamo sotto un REGIME!
Fare IL BENE? E Berlusconi farebbe il nostro BENE??? O il PROPRIO?
Le CALUNNIE? MA QUALI CALUNNIE, PORCO DIODO!
Sono senza parole.