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Io scendo ad Atocha

C'è una canzone di Joaquín Sabina che, fino a pochi giorni fa, non conoscevo affatto e che invece, secondo me, è una delle più belle del cantautore andaluso: "Yo me bajo en Atocha", che in spagnolo significa "Io scendo ad Atocha". La canzone è contenuta nel bellissimo disco "Enemigos íntimos", (nemici intimi), del 1998, scritto a quattro mani assieme al bravissimo cantautore argentino Fito Páez. Al disco sarebbe dovuto seguire un lungo tour mondiale (oltre 70 concerti) dei due cantautori; tour che verrà però annullato a causa di insanabili divergenze stilistiche tra Sabina e Páez. Vista la qualità del lavoro prodotto insieme dai due, devo dire che questa rottura è un vero e proprio peccato. C'è però da dire che entrambi i cantautori sono dotati di una notevole personalità e di un'altrettanto notevole cocciutaggine che, sicuramente, a lungo andare avrebbe reso comunque molto difficle la convivenza tra i due. Basti pensare che i motivi che portarono a questo divorzio artistico furono riassunti da Sabina in una lettera scritta sotto forma di poesia: questo, in effetti, la dice lunga sull'ego del nostro Joaquín.

Venendo alla canzone, "Yo me bajo en Atocha" è una vera e propria poesia d'amore in musica per quella che ormai Sabina considera la sua città: Madrid. La stessa città alla quale, diciott'anni prima (nel disco "Malas Compañías", 1980), aveva dedicato una canzone ben meno affettuosa: "Pongamos que hablo de Madrid", ma di questa parleremo forse un'altra volta.

Chi ha avuto il coraggio di leggere il primo post di questa serie, quello in cui introducevo Joaquín Sabina e il suo stile poetico e musicale, ricorderà forse che al cantautore andaluso avevo attribuito un uso assai sapiente delle figure retoriche di accumulazione ed antitesi: il testo di "Yo me bajo en Atocha" ne è una prova lampante.

La canzone si compone di sette strofe di quattro versi ciascuna, più un'ottava strofa finale composta da quattro versi più altri sei che sono in realtà altrettante variazioni del quarto verso che li precede.

La figura retorica che domina il componimento è quello dell'antitesi, quasi sempre interna ad un singolo verso: antitesi tra amore sacro e amore profano, tra destra e sinistra, tra miseria e povertà; ma il risultato non è una scissione, ma una sintesi perfetta tra gli opposti, una perfetta descrizione di una città che vive le proprie contraddizioni come normalità, senza scandali e senza patemi, tirando dritta per la sua strada senza scomporsi minimamente.

Lungo tutta la canzone, sono numerosissimi i riferimenti a cose, persone, fatti, luoghi, tradizioni che, per chi non sia madrilegno, sono davvero difficili da cogliere: cercherò pertanto di facilitare per quanto possibile la comprensione attraverso una serie di note al testo. Personalmente, non ho ancora avuto il piacere di visitare Madrid, ma dopo aver ascoltato questa canzone, penso proprio che coglierò al volo la prima occasione che mi si capiterà. Penso anche che la mia visita non potrà prescindere dal percorso emozionale che mi porterà a ripercorrere l'ideale viaggio di Sabina nel cuore della città che così tanto ama.

Yo me bajo en Atocha
Io scendo ad Atocha
Con su boina calada, con sus guantes de seda,
su sirena varada, sus fiestas de guardar,
su "vuelva usted mañana", su "sálvese quien pueda",
su partidita de mus, su fulanita de tal.
Col suo basco calato, coi suoi guanti di seta,
la sua "Sirena varada" (1), le sue feste di precetto (2),
il suo "torni domani", il suo "si salvi chi può" (3),
la sua partitina a briscola (4), la sua Tal dei Tali (5).
Con su todo es ahora, con su nada es eterno,
con su rap y su chotis, con su okupa y su skin,
aunque muera el verano y tenga prisa el invierno
la primavera sabe que la espero en Madrid.
Col suo tutto è adesso, col suo nulla è eterno,
col suo rap e il suo chotis (6), coi suoi Okupa (7) e i suoi Skin-Head,
anche se muore l'estate e ha fretta l'inverno,
la primavera sa che la aspetto a Madrid.
Con su otoño Velázquez, con su Torre Picasso,
su santo y su torero, su Atleti, su Borbón,
sus gordas de Botero, sus hoteles de paso,
su taleguito de hash, sus abuelitos al sol.
Col suo autunno Velásquez, con la sua Torre Picasso (8),
il suo santo e il suo torero, il suo Atletico (9) e il suo Borbone (10),
le sue ciccione di Botero (11), i suoi alberghi a ore,
le sue dieci carte di hashish, i suoi nonnetti al sole (12).
Con su hoguera de nieve, su verbena y su duelo,
su dieciocho de julio, su catorce de abril.
A mitad de camino entre el infierno y el cielo
yo me bajo en Atocha, yo me quedo en Madrid.
Con la sua tormenta di neve, le sue Verbenas (13) e il suo lutto (14),
il suo diciotto di luglio, il suo quattordici di aprile (15).
A metà strada tra l'inferno e il cielo,
io scendo ad Atocha (16), io rimango a Madrid.
Aunque la noche delire como un pájaro en llamas,
aunque no dé a la gloria la Puerta de Alcalá,
aunque la maja desnuda cobre quince y la cama,
aunque la maja vestida no se deje besar,
Anche se la notte delira come un uccello in fiamme,
anche se non dà sulla gloria la Porta di Alcalá (17),
anche se la Maja Desnuda (18) prende quindici più il letto,
anche se la Maja Vestida non si lascia baciare,
Pasarelas Cibeles, cárcel de Yeserías,
Puente de los Franceses, tascas de Chamberí,
ya no sueña aquel niño, que soñó que escribía,
Corazón de María, no me dejes así.
Passerelle "Cibeles" (19), carcere di Yeserías (20),
Ponte dei Francesi (21), bettole di Chamberí (22),
non sogna più quel bimbo che sognò che scriveva,
Cuore di Maria, non lasciarmi così (23).
Corte de los Milagros, Virgen de la Almudena,
chabolas de uralita, Palacio de Cristal,
con su "no pasarán" con sus "vivan las caenas",
su cementerio civil, su banda municipal.
Corte dei Miracoli (24), Vergine di Almudena (25),
baracche di eternit (26), Palazzo di Cristallo (27),
con il suo "non passeranno" (28), i suoi "viva le catene" (29),
il suo cimitero civile (30), la sua banda municipale (31).
He llorado en Venecia, me he perdido en Manhattan,
he crecido en La Habana, he sido un paria en París,
Méjco me atormenta, Buenos Aires me mata,
pero siempre hay un tren que desemboca en Madrid,
pero siempre hay un niño que envejece en Madrid,
pero siempre hay un coche que derrapa en Madrid,
pero siempre hay un fuego que se enciende en Madrid,
pero siempre hay un barco que naufraga en Madrid,
pero siempre hay un sueño que despierta en Madrid,
pero siempre hay un vuelo de regreso a Madrid…
Ho pianto a Venezia, mi sono perso a Manhattan,
sono cresciuto a La Habana, sono stato un paria a Parigi,
il Messico mi tormenta, Buenos Aires mi uccide,
ma c'è sempre un treno che sbarca a Madrid,
ma c'è sempre un bimbo che invecchia a Madrid,
ma c'è sempre un'auto che sbanda a Madrid,
ma c'è sempre un fuoco che si accende a Madrid,
ma c'è sempre una nave che naufraga a Madrid,
ma c'è sempre un sogno che si sveglia a Madrid,
ma c'è sempre un volo di ritorno a Madrid…

(1) La Sirena Varada è un'opera dello scultore spagnolo Eduardo Chillida (1924-2002), realizzata in cemento armato e collocata all'ingresso del Museo de Arte al Aire Libre della Castellana.
(2) Le feste di precetto, chiamate anche feste comandate, sono tutte le feste che un buon cristiano deve rispettare, secondo la dottrina cattolica.
(3) "Torni domani" è la risposta tipica degli impiegati dei vari uffici statali che hanno fretta di uscire per andare a pranzo: in questo verso, quindi, è chiaro il riferimento all'individualismo e alla mancanza di empatia, che saranno però smentite dal verso successivo.
(4) Il mus ha in realtà poco a che vedere con la briscola: si tratta di un tipico gioco di carte spagnolo, appuntamento immancabile nel pomeriggio di ogni anziano della città.
(5) "Fulanita de Tal" è il nome che si dà ad una donna qualunque che non si vuole nominare, un po' come il nostro "Tal dei Tali": in questo senso, però, potrebbe indicare anche una prostituta, riferimento non infrequente nelle canzoni di Sabina.
(6) Il Chotis è un ballo tradizionale di Madrid, qui contrapposto al rap, anch'esso molto diffuso in città in quegli anni.
(7) Il movimento Okupa è un movimento anarchico il cui scopo è quello di occupare spazi o edifici abbandonati per trasformarli in abitazioni abusive o luoghi d'incontro. In inglese questo fenomeno è chiamato Squatting.
(8) La Torre Picasso è un edificio in acciaio e vetro, costruito dallo stesso architetto che ha progettato quello che fu il World Trade Center di New York.
(9) Si tratta, naturalmente, dell'Atletico Madrid, la squadra di calcio di cui Sabina è tifoso.
(10) Il Borbone di cui si parla è, ovviamente, il re Juan Carlos I.
(11) Fernando Botero (1932) è un pittore e scultore colombiano, famoso per le sue figure grasse e coloratissime. Negli anni Novanta, quando la canzone è stata scritta, diverse sculture di Botero erano esposte nel Paseo de Recoletos.
(12) Il commercio di hashish è piuttosto diffuso a Madrid nei giardini del Retiro, nei quali gli anziani amano sedersi al sole nelle giornate di bel tempo.
(13) Le Verbenas sono feste popolari tipiche di Madrid, simili alle Fallas della mia amata Valencia.
(14) Il lutto, in questo caso, potrebbe essere quello della Settimana Santa, che a Madrid si celebra in modo piuttosto sobrio, contrariamente alle Verbenas di cui sopra.
(15) Il 14 aprile del 1931 è la data che segna l'inizio della Seconda Repubblica Spagnola, che sarebbe durata fino al 17 luglio del 1937, giorno in cui una parte dell'esercito spagnolo tentò un colpo di stato che, malgrado fosse fallito, mise fine all'avventura repubblicana. Il giorno dopo, il 18 luglio, è la data che gli storici indicano come l'inizio della guerra civile spagnola. In alcune versioni live della canzone, Sabina modifica il verso in: "il suo 18 di luglio, il mio 14 di aprile", per ribadire ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, la propria fede politica.
(16) Atocha è la stazione ferroviaria centrale di Madrid, la stessa in cui esplosero tre delle dieci bombe utilizzate durante gli attentati terroristici dell'11 marzo 2004.
(17) La Puerta de Alcalá è uno dei monumenti di maggior prestigio della città di Madrid. Fatta costruire – su una porta preesistente – tra il 1769 e il 1778 da Carlo III sotto forma di arco di trionfo, è stata per lungo tempo la via d'ingresso principale alla città.
(18) La Maja Desnuda e La Maja Vestida sono due famosissimi quadri di Francisco Goya (1746-1828). Entrambi i quadri ritraggono lo stesso soggetto, una bellissima donna sdraiata su un letto: in uno dei due quadri, però, la donna è completamente nuda, mentre nell'altro è completamente vestita. C'è chi ipotizza che i due quadri fossero parte di una sorta di gioco erotico nel quale le due tele potessero essere sostituite l'una all'altra, spogliando così la donna ritratta; è però probabile che tale ipotesi sia solo un'invenzione poetica. Dalle testimonianze documentali dell'epoca (piuttosto lacunose, peraltro, dato che il nudo era a quell'epoca un soggetto proibito dalla Chiesa cattolica e punito dalla Santa Inquisizione) pare che la Maja Desnuda sia di qualche anno più antica della Maja Vestida, che sarebbe stata realizzata da Goya solo in un secondo momento.
(19) "Pasarelas Cibeles" è il nome che viene dato ad una serie di sfilate di moda che si svolgono ogni anno a Madrid.
(20) Il carcere di Yeserías è un antico carcere femminile della città; in questo verso viene contrapposto fortemente alle sfilate di moda di cui alla nota precedente.
(21) Il Ponte dei Francesi è un ponte ferroviario costruito nella seconda metà del diciannovesimo secolo per permettere il passaggio della ferrovia del nord sul fiume Manzanares (il Manzanarre di cui parla anche Manzoni ne Il cinque maggio).
(22) Chamberí è un quartiere di Madrid particolarmente tipico, famoso per i suoi edifici modernisti, neogotici e neomudéjar.
(23) "Corazón de María" è una preghiera della dottrina cattolica, simile al nostro "Salve Regina"; "no me dejes así" ("non lasciarmi così") è invece la preghiera dell'uomo alla donna che non si lascia toccare.
(24) "La Corte dei Miracoli" è il titolo di un romanzo picaresco di Ramón María del Valle-Inclán (1866 – 1936), pubblicato nel 1927 ed ambientato a Madrid.
(25) La Vergine di Almudena è la santa patrona di Madrid.
(26) Nei quartieri periferici di Madrid sopravvivono ancora numerose baracche costruite con materiali di fortuna, uno dei quali è l'eternit.
(27) Il Palacio de Cristal è una serra del diciannovesimo secolo costruita all'interno del giardino del Retiro.
(28) "No pasarán" ("Non passeranno") era il canto di guerra dei Repubblicani durante l'assedio di Madrid negli anni della Guerra Civile Spagnola.
(29) "Vivan las caenas" ("Evviva le catene") era il canto con cui il popolo spagnolo festeggiò, nel 1814, il ritorno del re Ferdinando VII di Borbone, la restaurazione dell'assolutismo monarchico e l'annullamento della Costituzione di Cadice del 1812, prima costituzione ad essere stata votata da un sistema parlamentare, anziché concessa dall'alto da un monarca.
(30) Il Cimitero Civile è una parte del cimitero della Almudena in cui venivano sepolti i non cattolici.
(31) La banda municipale di Madrid suona gratuitamente ogni domenica nel giardino del Retiro. In una versione live di questa canzone, la banda diventa "guardia municipale", non si sa se volutamente o per errore.

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Pesci di città

La prossima meravigliosa canzone del genio di Úbeda che vorrei presentare oggi si intitola Peces de ciudad, Pesci di città. Si tratta di una canzone malinconica ed autobiografica, perfetta espressione di un genere che Joaquín Sabina padroneggia con notevole maestria.

Anche in questo testo, come in quelli già proposti su questo stesso blog, l'autore fa ricorso ad un espediente molto efficace: immagini vividissime evocate con poche parole ciascuna, pochi tratti tracciati da un abile pennello che attinge ad una infinita tavolozza di colori.

La canzone è stata interpretata da diversi altri artisti, tra cui la cantante spagnola Ana Belén, che ne ha fatto uno dei propri cavalli di battaglia.

Peces de ciudad
Pesci di città
Se peinaba a lo garçon
la viajera que quiso enseñarme a besar
en la Gare d'Austerlitz.
Si pettinava da garçon
la viaggiatrice che volle insegnarmi a baciare
nella Gare d'Austerlitz.
Primavera de un amor
Amarillo y frugal como el sol
del veranillo de San Martín.
Primavera di un amore
giallo e frugale come il sole
dell'estate di San Martino.
Hay quien dice que fui yo
el primero en olvidar
cuando en un si bemol de Jacques Brel
conocí a mademoiselle Amsterdam.
C'è chi dice che fui io
il primo a dimenticare
quando in un si bemolle di Jacques Brel (1)
conobbi mademoiselle Amsterdam.
En la fatua Nueva York
da más sombra que los limoneros
la estatua de la libertad,
Nella fatua Nuova York
fa più ombra degli alberi di limone
la statua della libertà,
pero en desolation row
las sirenas de los petroleros
no dejan sonreír ni volar
però in desolation row (2)
le sirene delle petroliere
non lasciano sorridere né volare
y, en el coro de Babel,
desafina un español.
No hay más ley que la ley del tesoro
en las minas del rey Salomón.
e, nel coro di Babele,
stona uno spagnolo.
Non c'è altra legge della legge del tesoro
nelle miniere di re Salomone.
Y desafiando el oleaje
sin timón ni timonel,
por mis sueños va, ligero de equipaje,
sobre un cascarón de nuez,
mi corazón de viaje,
luciendo los tatuajes
de un pasado bucanero,
de un velero al abordaje
de un no te quiero querer.
E sfidando le onde
senza timone né timoniere,
per i miei sogni va, con un bagaglio leggero,
su un guscio di noce,
il mio cuore in viaggio,
lucenti i tatuaggi
di un passato bucaniere,
di un veliero all'arrembaggio
di un non ti voglio amare.
Y cómo huir
cuando no quedan
islas para naufragar
al país
donde los sabios se retiran
del agravio de buscar
labios que sacan de quicio,
mentiras que ganano juicios
tan sumarios que envilecen
el cristal de los acuarios
de los peces de ciudad
E come fuggire
quando non restano
isole per naufragare
al paese
dove i saggi si ritirano
dall'onere di cercare
labbra che fanno uscire di senno,
menzogne che vincono giudizi
tanto sommari che avviliscono
il cristallo degli acquari
dei pesci di città
que mordieron el anzuelo,
que bucean a ras del suelo,
que no merecen nadar.
che morsero l'amo,
che boccheggiano a raso terra,
che non meritano di nuotare.
El Dorado era un champú,
la virtud unos brazos en cruz,
el pecado una página web.
Eldorado era uno sciampo,
la virtù delle braccia incrociate,
il peccato una pagina web.
En Comala comprendí
que al lugar donde has sido feliz
no debieras tratar de volver.
A Comala (3) capii
che al luogo dove sei stato felice
non dovresti cercare di tornare.
Cuando en vuelo regular
pisé el cielo de Madrid
me esperaba una recién casada
que no se acordaba de mí.
Quando in volo regolare
calcai il cielo di Madrid
mi aspettava una appena sposata
che non si ricordava di me.
Y desafiando el oleaje
sin timón ni timonel,
por mis venas va, ligero de equipaje,
sobre un cascarón de nuez,
mi corazón de viaje,
luciendo los tatuajes
de un pasado bucanero,
de un velero al abordaje
de un liguero de mujer.
E sfidando le onde
senza timone né timoniere,
per le mie vene va, con un bagaglio leggero,
su un guscio di noce,
il mio cuore in viaggio,
lucenti i tatuaggi
di un passato bucaniere,
di un veliero all'arrembaggio
di un reggicalze da donna.
Y cómo huir
cuando no quedan
islas para naufragar
al país
donde los sabios se retiran
del agravio de buscar
labios que sacan de quicio,
mentiras que ganan juicios
tan sumarios que envilecen
el cristal de los acuarios
de los peces de cuidad
E come fuggire
quando non restano
isole per naufragare
al paese
dove i saggi si ritirano
dall'onere di cercare
labbra che fanno uscire di senno,
menzogne che vincono giudizi
tanto sommari che avviliscono
il cristallo degli acquari
dei pesci di città
que perdieron las agallas
en un banco de morralla,
en una playa sin mar.
che perdettero le branchie
in un banco di spazzatura,
in una spiaggia senza mare.

(1) Jacques Brel (1929 -1978), cantautore e compositore belga di lingua francese.
(2) Desolation Row è una famosa canzone di Bob Dylan, tradotta in italiano da De André in Via della Povertà.
(3) Comala, località dello stato messicano di Colima.

Chavela VargasUn'altra bellissima canzone di Joaquín Sabina che vorrei provare a presentare oggi è Por el bulevar de los sueños rotos. La canzone è un commosso omaggio a un vero e proprio mito vivente della cultura sudamericana in generale e messicana in particolare: Chavela Vargas, che vedete ritratta nella foto qui a fianco.
Che dire di Chavela Vargas? Nata nel 1919, in Costa Rica, si trasferì a 14 anni in Messico, dove vive tutt'ora. Donna di straordinaria bellezza e di incredibile fascino, iniziò come cantante di strada, esperienza che la portò a girare tutto il paese. Il suo genere musicale è la canción ranchera, un tipo di canzone popolare messicana molto maschile e sensuale: Chavela cantava queste canzoni normalmente cantate da uomini, senza nascondere minimamente il proprio struggente desiderio per le donne. Del resto, i cronisti dell'epoca ci raccontano di questa bellissima donna dai capelli corvini e dalla carnagione scura, vestita da uomo, che fumava continuamente sigari, beveva moltissimo, portava la pistola alla cintura ed era riconosciuta dal suo inseparabile poncho rosso.
Attorno ai trent'anni, Chavela viene scoperta dal cantautore messicano José Alfredo Jiménez, che la lancerà sul mercato internazionale e da allora scriverà quasi tutti i suoi maggiori successi. Il successo, arrivato attorno agli anni cinquanta, permetterà a Chavela di conoscere e frequentare personaggi come il pittore Diego Rivera e sua moglie Frida Kahlo, di cui sarà anche amante.
Il suo primo album fu pubblicato nel 1961 e da allora Chavela ne ha pubblicati più di ottanta. La sua voce, arrochita dal fumo e dall'alcool, possiede un'espressività straordinaria ed è in grado di suscitare emozioni fortissime in chi la ascolta. Non a caso il suo amico Pedro Almodóvar ha scelto numerose canzoni di Chavela come colonne sonore per i propri film; anche in Frida di Julie Taymor la Vargas compare sul grande schermo interpretando il ruolo della Morte, cantando alcuni successi come La llorona e Paloma negra. L'attrice Salma Hayek, che oltre a interpretare il ruolo di Frida ha anche prodotto il film, di lei ha detto: "Chavela non è una cantante messicana, Chavela è il Messico".
È quindi comprensibile che anche Joaquín Sabina sia rimasto folgorato da Chavela Vargas e abbia deciso di dedicarle una delle sue canzoni più belle e meglio riuscite.

Por el bulevar de los sueños rotos
Sul boulevard dei sogni interrotti
En el bulevar de los sueños rotos
vive una dama de poncho rojo,
pelo de plata y carne morena.
Mestiza ardiente de lengua libre,
gata valiente de piel de tigre
con voz de rayo de luna llena.
Sul boulevard dei sogni interrotti
vive una dama dal poncho rosso,
capelli d'argento e carne scura.
Meticcia ardente dalla lingua libera,
gatta coraggiosa con pelle di tigre
con voce di raggio di luna piena
Por el bulevar de los sueños rotos
pasan de largo los terremotos
y hay un tequila por cada duda.
Cuando Agustín se sienta al piano
Diego Rivera, lápiz en mano,
dibuja a Frida Kahlo desnuda.
Sul boulevard dei sogni interrotti
si tengono lontani i terremoti
e c'è una tequila per ogni dubbio.
Quando Agustín (1) si siede al piano
Diego Rivera (2), matita in mano,
disegna Frida Kahlo (3) nuda.
Se escapó de una cárcel de amor,
de un delirio de alcohol,
de mil noches en vela.
Se dejó el corazón en Madrid,
¡quién supiera reír
como llora Chavela!
Scappò da una carcere d'amore,
da un delirio d'alcool,
da mille notti di veglia.
Lasciò il cuore a Madrid,
ah, chi sapesse ridere
come piange Chavela!
Por el bulevar de los sueños rotos
desconsolados van los devotos
de San Antonio pidiendo besos.
"Ponme la mano aquí Macorina"
rezan tus fieles por las cantinas,
Paloma Negra de los excesos.
Sul boulevard dei sogni interrotti
sconsolati vanno i devoti
di Sant'Antonio chiedendo baci.
"Mettimi la mano qui Macorina" (4)
pregano i tuoi fedeli nelle cantine,
Colomba Nera (5) degli eccessi.
Por el bulevar de los sueños rotos
moja una lágrima antiguas fotos
y una canción se burla del miedo.
Las amarguras no son amargas
cuando las canta Chavela Vargas
y las escribe un tal José Alfredo.
Sul boulevard dei sogni interrotti
bagna una lacrima antiche foto
e una canzone si fa beffe della paura.
Le amarezze non sono amare
quando le canta Chavela Vargas
e le scrive un tal José Alfredo (6).
Se escapó de una cárcel de amor,
de un delirio de alcohol,
de mil noches en vela.
Se dejó el corazón en Madrid,
¡quién supiera reír
como llora Chavela!

Scappò da una carcere d'amore,
da un delirio d'alcool,
da mille notti di veglia.
Lasciò il cuore a Madrid,
ah, chi sapesse ridere
come piange Chavela!
Las amarguras no son amargas
cuando las canta Chavela Vargas
y las escribe un tal José Alfredo.
Le amarezze non sono amare
quando le canta Chavela Vargas
e le scrive un tal José Alfredo.

Por el boulevar de los sueños rotos…
Sul boulevard dei sogni interrotti…

(1) Agustin Lara, famoso pianista, compositore e cantante messicano.
(2) Diego Rivera (1886 – 1957), pittore e muralista messicano.
(3) Frida Kahlo (1907 – 1954)), pittrice messicana.
(4) verso di una delle più famose canzoni di Chavela: Macorina, che potete ascoltare qui nella versione originale.
(5) Paloma Negra è un'altra famosissima canzone di Chavela Vargas. Potete ascoltarla qui nella versione originale.
(6) José Alfredo Jiménez, compositore e cantautore messicano, ha scoperto e lanciato Chavela Vargas e scritto la maggior parte dei suoi successi.

E comunque

Tornando a parlare di Joaquín Sabina, che in questo periodo continua a monopolizzare ogni mio momento musicale (ce l’ho sempre in testa anche quando non lo ascolto), vorrei suggerire a chiunque fosse interessato alle canzoni del cantautore spagnolo un bel libro, "Con buena letra", edito da Booket. Il libro, che si trova in giro a meno di dieci euro, è un bellissimo canzoniere impreziosito da alcune fotografie davvero interessanti e, soprattutto, da un’imperdibile serie di appunti manoscritti che Sabina ha scarabocchiato qua e là su quasi tutti i testi, facilitandone la comprensione ed arricchendone il significato.

Un’altra delle canzoni più belle di Sabina, di cui vorrei parlare oggi, si intitola Y sin embargo. L’espressione "sin embargo" è l’equivalente del nostro "comunque", "ciò non ostante". Nel libro appena citato scopro che Sabina ha scarabocchiato sotto questo titolo un sottotitolo non ufficiale che non lascia dubbi sul significato della canzone: E comunque ti amo. Assieme al sottotitolo compare una lapidaria dedica: "Per Isabel, vedendo piovere a Relatores", forse parafrasando il titolo di un brano del suo amico Gabriel García Márquez, "Monologo di Isabel vedendo piovere a Macondo".

Lo stesso Joaquín Sabina afferma che questa è la sua canzone d’amore preferita, e a quanto pare non è il solo a pensarla così, visto il successo che riscuote ad ogni concerto. La mia traduzione, purtroppo, non riesce a rendere la musicalità del testo originale, ma spero possa aiutare almeno un po’ chi lo spagnolo non lo parla; il video qui sotto, comunque (appunto!), vale più di mille parole.

Y sin embargo (te quiero)
E comunque (ti amo)
De sobras sabes que eres la primera,
que no miento si juro que daría
por ti la vida entera,
por ti la vida entera;
y, sin embargo, un rato, cada día,
ya ves, te engañaría
con cualquiera,
te cambiaría por cualquiera.
Sai fin troppo bene che sei la prima,
che non mento se giuro che darei
per te la vita intera,
per te la vita intera;
e comunque, per un po’, ogni giorno,
vedi, ti ingannerei
con chiunque,
ti cambierei con chiunque.
Ni tan arrepentido ni encantado
de haberme conocido, lo confieso.
Tú que tanto has besado
tú que me has enseñado,
sabes mejor que yo que hasta los huesos
sólo calan los besos
que no has dado,
los labios del pecado.
Né tanto pentito né felice
di avermi conosciuto, lo confesso.
Tu che tanto hai baciato
tu che mi hai insegnato,
sai meglio di me che fino alle ossa
calano soltanto i baci
che non hai dato,
labbra del peccato.
Porque una casa sin ti es una emboscada,
el pasillo de un tren de madrugada,
un laberinto
sin luz ni vino tinto,
un velo de alquitrán en la mirada.
Perché una casa senza te è un’imboscata,
il corridoio di un treno di prima mattina
un labirinto
senza luce né vino rosso,
un velo di catrame davanti agli occhi.
Y me envenenan los besos que voy dando
y, sin embargo, cuando
duermo sin ti contigo sueño,
y con todas si duermes a mi lado,
y si te vas me voy por los tejados
como un gato sin dueño
perdido en el pañuelo de amargura
que empaña sin mancharla tu hermosura.
E mi avvelenano i baci che vado dando
e comunque, quando
dormo senza te, ti sogno
e tutte le altre se dormi al mio fianco,
e se te ne vai me ne vado per i tetti
come un gatto senza padrone
perso nel fazzoletto d’amarezza
che imbeve, senza macchiarla, la tua bellezza.
No debería contarlo y, sin embargo,
cuando pido la llave de un hotel
y a media noche encargo
un buen champán francés
y cena con velitas para dos,
siempre es con otra, amor,
nunca contigo,
bien sabes lo que digo.
Non dovrei raccontarlo, e comunque
ogni volta che chiedo la chiave di un hotel
e a mezzanotte ordino
un buon champagne francese
e cena a lume di candela per due,
sempre è con un’altra, amore,
mai con te,
sai bene che è così.
Porque una casa sin ti es una oficina,
un teléfono ardiendo en la cabina,
una palmera
en el museo de cera,
un éxodo de oscuras golondrinas.
Perché una casa senza te è un ufficio,
un telefono che brucia nella cabina,
una palma
nel museo delle cere,
un esodo di oscure rondini.
Y me envenenan los besos que voy dando
y, sin embargo, cuando
duermo sin ti contigo sueño,
y con todas si duermes a mi lado,
y si te vas me voy por los tejados
como un gato sin dueño
perdido en el pañuelo de amargura
que empaña sin mancharla tu hermosura.
E mi avvelenano i baci che vado dando
e comunque, quando
dormo senza te, ti sogno
e tutte le altre se dormi al mio fianco,
e se te ne vai me ne vado per i tetti
come un gatto senza padrone
perso nel fazzoletto d’amarezza
che imbeve, senza macchiarla, la tua bellezza.
Y cuando vuelves hay fiesta
en la cocina
y bailes sin orquesta
y ramos de rosas con espinas,
pero dos no es igual que uno más uno
y el lunes al café del desayuno
vuelve la guerra fría
y al cielo de tu boca el purgatorio
y al dormitorio
el pan de cada día.
E quando torni c’è festa
in cucina
e balli senza orchestra
e rami di rosa con le spine,
però due non è uguale a uno più uno
e il lunedì al caffè della colazione
torna la guerra fredda
e al cielo della tua bocca il purgatorio
e alla camera da letto
il pane di ogni giorno.

La canzone più bella del mondo

Il titolo di questo post non è un giudizio di merito, ma la traduzione letterale del titolo di una canzone che vorrei presentarvi. Può darsi, infatti, che i pochi sfortunati che avranno avuto il coraggio di arrivare in fondo al mio post precedente, si stiano ancora chiedendo: ma chi cavolo è questo Joaquín Sabina?

Per questo, ho voluto giocare ancora una volta a fare il traduttore e ho scelto una canzone tratta dall’album Dímelo en la calle (Dimmelo in strada), la cui copertina potete ammirare qui di fianco.

La canzone, a dispetto del titolo, non è la più bella del mondo e non è nemmeno la più bella di Sabina; tuttavia, oltre ad essere una delle mie preferite, fornisce anche un ottimo esempio di quello stile barocco che, nel mio post precedente, ho attribuito al cantautore spagnolo. La canción más hermosa del mundo è infatti composta utilizzando una macro-figura retorica: un’accumulazione formata da una miriade di immagini altamente evocative. Per continuare il paragone con De André, si tratta di un procedimento simile a quello che Faber ha utilizzato nella composizione di Quello che non ho, anche se in quel caso l’effetto ottenuto è l’esatto opposto di questo. Sabina utilizza infatti l’accumulazione per evocare immagini piacevoli e provocare nell’ascoltatore un sentimento di empatia e simpatia; De André, invece, esprime un’ironica ma amara denuncia.

Al di là dei paragoni con Faber, comunque, vi lascio ora al testo della canzone, che potete ascoltare nel video che trovate in fondo al post. Ho aggiunto qualche nota qua e là per facilitare la comprensione del testo, dato che, in molti punti, la traduzione fa perdere il senso della canzone.

La canción más hermosa del mundo La canzone più bella del mondo
Yo tenía un botón sin ojal, un gusano de seda,
medio par de zapatos de clown y un alma en almoneda,
una hispano-olivetti con caries, un tren con retraso,
un carné del Atleti, una cara de culo de vaso,
Io avevo un bottone senza asola, un baco da seta,
mezzo paio di scarpe da clown e un’anima all’asta,
una ispano-olivetti con carie, un treno in ritardo,
un abbonamento dell’Atletico (1), una faccia di culo di bicchiere,
un colegio de pago, un compás, una mesa camilla,
una nuez, o bocado de Adán, menos una costilla,
una bici diabética, un cúmulo, un cirro, una strato,
un camello del rey Baltasar, una gata sin gato,
una scuola a pagamento, una bussola, una tavola rotonda (2),
una noce, o pomo d’adamo, meno una costola,
una bici diabetica, un cumulo, una nuvola, una Strato (3),
un cammello del re Baldassarre, una gatta senza gatto,
mi Annie Hall, mi Gioconda, mi Wendy, las damas primero,
mi Cantinflas, mi Bola de Nieve, mis tres Mosqueteros,
mi Tintín, mi yo-yo, mi azulete, mi siete de copas,
el zaguán donde te desnudé sin quitarte la ropa.
la mia Annie Hall (4), la mia Gioconda, la mia Wendy, le signore per prime,
il mio Cantinflas (5), il mio Bola de Nieve (6), i miei tre moschettieri,
il mio Tintín, il mio yo-yo, il mio azzurrino (7), il mio sette di coppe,
il corridoio dove ti ho spogliata senza toglierti i vestiti.
Mi escondite, mi clave de sol, mi reloj de pulsera,
una lámpara de Alí Babá dentro de una chistera,
no sabía que la primavera duraba un segundo,
yo quería escribir la canción más hermosa del mundo.
Il mio nascondino, la mia chiave di violino, il mio orologio da polso,
una lampada di Alì Babà in un cappello a cilindro,
non sapevo che la primavera durasse un secondo,
io volevo scrivere la canzone più bella del mondo.
Les presento a mi abuelo bastardo, a mi esposa soltera,
al padrino que me apadrinó en la legión extranjera,
a mi hermano gemelo, patrón de la merca ambulante,
a Simbad el marino que tuvo un sobrino cantante,
Vi presento il mio nonno bastardo, la mia sposa nubile,
il padrino che mi ha fatto da padrino nella legione straniera,
mio fratello gemello padrone del mercato ambulante,
Simbad il marinaio che ha avuto un nipote cantante,
al putón de mi prima Carlota y su perro salchicha,
a mi chupa de cota de mallas contra la desdicha,
mariposas que cazan en sueños los niños con granos
cuando sueñan que abrazan a Venus de Milo sin manos.
quel puttanone di mia cugina Carlotta e il suo cane bassotto,
la mia giacca di cotta di maglia contro la sfortuna,
farfalle che cacciano nei sogni i bambini brufolosi,
quando sognano che abbracciano la Venere di Milo senza mani.
Me libré de los tontos por ciento, del cuento del bisnes,
dando clases en una academia de cantos de cisne,
con Simón de Cirene hice un tour por el monte Calvario,
¿qué harías tú si Adelita se fuera con un comisario?
Mi sono liberato degli scemi a centinaia, della favola del business (8),
dando lezioni in una accademia di canti del cigno,
con Simone di Cirene (9) ho fatto il giro del monte Calvario,
cosa faresti tu se Adelita scappasse con un commissario (10)?
Frente al cabo de poca esperanza arrié mi bandera,
si me pierdo de vista esperadme en la lista de espera,
heredé una botella de ron de un clochard moribundo,
olvidé la lección a la vuelta de un coma profundo.
Davanti al capo di poca speranza ho issato la mia bandiera,
se mi perdo di vista aspettatemi nella lista d’attesa,
ho ereditato una bottiglia di rum da un clochard moribondo,
ho dimenticato la lezione al ritorno da un coma profondo.
Nunca pude cantar de un tirón
la canción de las babas del mar, del relámpago en vena,
de las lágrimas para llorar cuando valga la pena,
de la página encinta en el vientre de un bloc trotamundos,
de la gota de tinta en el himno de los iracundos.
Non ho mai potuto cantare tutto d’un fiato
la canzone delle bave del mare, del fulmine in vena,
delle lacrime per piangere quando valga la pena,
della pagina incinta nel ventre di un blocco note giramondo,
della goccia d’inchiostro nell’inno degli iracondi.
Yo quería escribir la canción más hermosa del mundo. Io volevo scrivere la canzone più bella del mondo

(1) Si riferisce, ovviamente, all’Atletico Madrid, la squadra di calcio.
(2) La mesa camilla è un mobile tipico spagnolo che non ha un corrispettivo in italiano: si tratta infatti di una piccola tavola rotonda, coperta da una lunga tovaglia che arrivava al pavimento, sotto la quale veniva sistemato un braciere o un altro sistema di riscaldamento. Attorno a questa tavola, quindi, si riuniva la famiglia nelle giornate più fredde.
(3) Fender Stratocaster, famosa chitarra elettrica.
(4) Personaggio del film di Woody Allen Io e Annie.
(5) Famoso comico messicano (1911-1995).
(6) Cantante e compositore cubano (1911-1971). Letteralmente "Bola de nieve" significa "Palla di neve"; il nome era tuttavia ironico: il cantante era nero come il carbone, in quanto di origini africane.
(7) Azulete, in spagnolo, indica sia il colorante azzurro utilizzato per tingere gli abiti, venduto sotto forma di palline azzurre, sia una serie di fiori e piante da cui si ricava appunto questo colore.
(8) Vi prego di notare come si scrive business in spagnolo…
(9) Simone di Cirene, detto il Cireneo, fu colui che fu obbligato dai Romani a trasportare la croce di Cristo durante la salita al calvario; per estensione, indica chiunque, volente o nolente, si accolli il peso di eseguire un compito che spetterebbe a qualcun altro.
(10) La madre di Joaquín Sabina si chiamava Adela (di cui Adelita è il diminutivo) e suo padre era poliziotto.

Quando, ormai quattro anni fa, misi piede per la prima volta in Spagna – con l’idea di restarci nove mesi, che poi divennero quasi due anni – non sapevo quasi nulla di quel paese, nemmeno la lingua. Non so bene perché scelsi proprio la Spagna, forse fu un caso, o forse qualche inconscio motivo che non ho mai analizzato a fondo.

Quando si vive in un paese straniero, soprattutto se questo paese vi affascina come la Spagna ha affascinato me, è impossibile non provare un forte desiderio di integrazione, che ti porta a volerne prima di tutto padroneggiare la lingua, per poi cercare di conoscere gli usi, i costumi, le tradizioni, le preferenze e la cultura di quelli che diventano un po’ i tuoi compaesani d’adozione.

Gli strumenti da utilizzare per raggiungere questi obiettivi sono sicuramente molteplici, ma è impossibile trascurarne uno molto particolare: la musica. All’inizio, da studente Erasmus nemmeno troppo votato alla vita Erasmus propriamente detta, mi riusciva piuttosto difficile fare progressi in questo senso, e tutto quel che ascoltavo era un po’ di Manu Chao (1), Juanes (2) e poco altro. Poi il ragazzo con cui stavo all’epoca mi consigliò di ascoltare qualche cantante spagnolo propriamente detto e, tra le altre cose, mi fece conoscere Joaquín Sabina. Proprio di questo cantautore/poeta vorrei parlarvi questa sera e per farlo utilizzerò un paragone che probabilmente risulterà azzardato a molti di voi.

Vedete, ogni volta che veniamo a contatto con qualcosa che non conoscevamo, scatta in noi un tentativo di identificare il nuovo fenomeno paragonandolo con qualcosa che conosciamo bene. Una specie di tentativo di etichettare il nuovo sulla base del vecchio, un tentare di descriverlo con un vocabolario del cuore che già siamo in grado di sillabare.

Nel caso di Joaquín Sabina, ho a lungo tentato di paragonarlo con uno o più cantautori italiani, per poter dire "Sabina è il XXX spagnolo", dove XXX era il nome del cantante italiano di turno. Quasi tre anni mi ci sono voluti, per elaborare il pensiero, ma oggi posso dire che, secondo me, Sabina è il De André spagnolo.

Prima di essere preso a fucilate da tutti coloro che pensano che De André sia unico ed inimitabile e non solo insuperabile, ma anche ineguagliabile, mi affretterò a dire che anch’io sono assolutamente convinto di tutto questo. Lasciatemi però elaborare il paragone e giustificare la mia affermazione.

La prima coincidenza tra i due sta nel fatto che entrambi sono nati nel mese di febbraio, a nove anni pressoché esatti di distanza l’uno dall’altro: 18 febbraio 1940 De André 12 febbraio 1949 Sabina. Nove anni sono molti, è vero; per di più, in quei nove anni c’è stata una guerra mondiale, una crisi economica, un inizio di ricostruzione. Ma non dimentichiamo che, nel 1949, la Spagna in cui nacque Sabina non era molto diversa dall’Italia in cui era nato De André: si trattava di un paese ancora governato da un regime totalitarista, il franchismo, che nulla aveva da invidiare al fascismo italiano. L’unico vero motivo per cui la Spagna non era entrata in guerra nel 1940 era il fatto che il paese si stesse ancora riprendendo dalla sanguinosissima guerra civile che l’aveva insanguinata tra il 1936 e il 1939.

Se è vero che Fabrizio fu appena toccato dal fascismo, di cui ricorda soprattutto il periodo vissuto da sfollato nella campagna astigiana, Sabina visse il franchismo come una vera e propria maledizione, che lo porterà addirittura all’esilio volontario a Londra, ma di questo parleremo più avanti.

Andando con ordine, la seconda coincidenza che troviamo riguarda il fatto che sia il piccolo Fabrizio che il piccolo Joaquín frequenteranno le scuole in istituti religiosi: De André sarà dapprima inviato ad una scuola privata gestita da suore, poi sarà trasferito presso i Gesuiti dell’Arecco; Sabina frequenterà prima le suore Carmelitane, poi un collegio di Salesiani. Entrambi gli artisti parlano di questo fatto come di un’esperienza che li ha segnati profondamente e ne ha sancito l’allontanamento dalla religione cattolica, sebbene le conclusioni raggiunte dall’uno e dall’altro siano, come vedremo, sostanzialmente differenti.

Ma la cosa che probabilmente accomuna di più i due cantautori arriva con la maturità: durante gli anni di studio all’università (Giurisprudenza per l’italiano, Filosofia per lo spagnolo), entrambi vivono un periodo completamente sregolato, frequentando persone d’ogni estrazione sociale, prostitute, diseredati, e sbarcando il lunario con lavoretti saltuari. Entrambi hanno però la fortuna di crescere in ambienti culturalmente intensissimi: nella Genova degli Sessanta, Fabrizio frequenterà Luigi Tenco, Umberto Bindi, Gino Paoli, Paolo Villaggio e tanti altri, mentre per Sabina la città della svolta sarà Londra, in cui è costretto a vivere come esule dopo aver tirato una bomba molotov contro una filiale del Banco de Bilbao, a Granada, come protesta contro il processo di Burgos (3). Non so a voi, ma a me questo fatto ricorda molto la "Storia di un impiegato". In seguito di questo atto vandalico Joaquín Sabina, ricercato dalla polizia e sprovvisto di passaporto, non sa come fare ad espatriare, ma il colpo di fortuna di cui è protagonista a questo punto ha dell’incredibile: in un bar conoscerà infatti un certo Mariano Zugasti, perfetto sconosciuto che, dopo appena un’ora di conversazione, gli regalerà il proprio passaporto. A Londra Sabina frequenterà numerosi esiliati spagnoli, tra i quali i cantautori Paco Ibáñez, Lluís Llach, Francesc Pi de la Serra ed Elisa Serna.

Fabrizio De AndréLa gioventù sregolata di questi cantanti, assieme alle loro "cattive frequentazioni", ci porta quindi a toccare un altro punto in comune tra i due: le dipendenze. Se Faber esagerava con l’alcool, Sabina ai superalcoolici aggiungeva spesso e volentieri la cocaina. Entrambi, tuttavia, riescono improvvisamente ad affrancarsi da questi vizi, l’italiano a causa della promessa fatta al padre sul letto di morte, lo spagnolo a causa della buona dose di spavento presasi in seguito ad un ictus causato dalla droga. Con il senno di poi, entrambi i cantautori descrivono la propria dipendenza come una vera e propria catabasi, un viaggio all’inferno e ritorno, da cui trarre preziosi insegnamenti. Per Sabina, però, all’ictus e alla scoperta della propria vulnerabilità segue un lungo periodo di profonda depressione durante il quale interrompe la propria produzione musicale, dedicandosi principalmente alla scrittura di poesie. Per Faber, invece, l’affrancamento dalla dipendenza non causa alcuna soluzione di continuità nella sua tanto prolifica vena artistica, che continua anzi a manifestarsi con rinnovato vigore.

Anche per quanto riguarda le convinzioni politiche, poi, De André e Sabina sono molto simili: entrambi infatti appartengono all’area dell’estrema sinistra, anche se Faber appartiene in realtà all’area anarchica, mentre Sabina è in bilico tra l’anarchia e il comunismo. In entrambi, tuttavia, le idee politiche sono intimamente legate all’interesse per le problematiche sociali e, in particolare, per le sorti degli umili, dei respinti.

Su un piano prettamente artistico, poi, è impossibile non notare un altro elemento comune tra i due artisti, che condividono almeno due punti di riferimento fondamentali: Bob Dylan e Georges Brassens, dei quali entrambi reinterpretano numerose canzoni. L’esempio più lampante è forse la bellissima canzone di Brassens Le Gorille, tradotta e cantata sia da De André che da Sabina.

Potremmo poi parlare di molti altri punti in comune, come lo smisurato amore per le donne o la straordinaria timidezza ma, al di là di tutte queste somiglianze, i percorsi artistici dei due cantautori-poeti sono estremamente diversi, così come diversi sono i loro stili. Pur essendo entrambi intimamente influenzati dalla cultura e dalla musica latino-americana così come da quella mediterranea, ciascuno dei due interpreta in modo molto personale queste basi comuni. Così, le sonorità di De André saranno sempre legate principalmente alla musica popolare, nel senso più elitario e ricercato del termine (mi si passi l’ossimoro), mentre Sabina ha un’anima decisamente più rock, pur conservando temi e sonorità della canzone tradizionale spagnola e, più in particolare, della sua terra natale, l’Andalusia.

Entrambi, poi, sono straordinari cantori dell’amore e del disamore, del momento in cui il sentimento nasce così come del momento in cui esso muore; cantano la conquista e l’abbandono, ma lo fanno con due stili poetici quasi opposti. Sabina, quando scrive, è interamente e propriamente barocco: in una singola strofa riesce ad accumulare una quantità impressionante di figure retoriche, riesce a dipingere una serie incredibile di immagini straordinarie che stupiscono l’ascoltatore ad ogni verso. De André, invece, fa tutto il contrario: usa le figure retoriche e le immagini con parsimonia, valorizzandole all’interno del contesto. La stessa differenza di stile si vede nell’atteggiamento dei due cantanti durante le esibizioni in pubblico: De André compare sempre seduto su una sedia o addirittura, nei momenti più drammatici (per esempio Sidùn) direttamente sulle assi di legno del palcoscenico, con in mano una chitarra acustica o il nudo microfono, mentre Sabina, da vero e proprio rocker, preferisce restare in piedi e suonare la sua immancabile chitarra (per esempio: Ganas de…). Il diverso atteggiamento nei confronti del pubblico si riflette anche nel fatto che, per esempio, in un concerto di De André sarebbe stato impossibile Faber fermarsi per lasciar cantare il pubblico, mentre al contrario Sabina utilizza spesso e volentieri questa tecnica per coinvolgere gli spettatori. Probabilmente, però, questa peculiarità deriva anche da un’altra sostanziale differenza tra le canzoni di De André e quelle di Sabina: mentre le canzoni di quest’ultimo hanno quasi sempre un ritornello, magari variato ma pur sempre un ritornello, Faber sembrava essere allergico a questo elemento, che infatti nella sua discografia non compare quasi mai. E, ovviamente, le parti che il pubblico può cantare meglio sono proprio queste!

Al di là della mancanza di ritornello, tuttavia, penso che la ragione del diverso atteggiamento dei due cantanti verso il pubblico sia da spiegare più che altro attraverso un’altra differenza sostanziale, alla quale finora abbiamo solo accennato. Se è vero che De André e Sabina frequentano entrambi i diseredati e gli ultimi, c’è un vero e proprio abisso tra i loro punti di vista. Se da un lato Sabina si sente uno di questi "respinti" e fa di questa constatazione il proprio punto di forza, sguazzandoci dentro abbondantemente, dall’altro lato De André è uno spettatore esterno di questo spettacolo. Non manca certo l’empatia, che è anzi la forza stessa che muove i passi di Faber; è innegabile che egli amasse sinceramente e profondamente tutti questi servi disobbedienti alle leggi del branco, ma è altrettanto innegabile che lui non è mai stato uno di loro. Faber è un borghese che si cala nei panni del diseredato, senza però perdere la propria superiorità. È un po’ il Gesù Cristo della situazione: si è fatto uomo e vive in mezzo agli uomini, ma è pur sempre Dio.

Questa differenza sostanziale tra Sabina e De André riesce a spiegare un altro fatto su cui mi sono trovato a riflettere: Joaquín Sabina canta sempre in prima persona, Fabrizio De André invece usa la terza anche quando finge di usare la prima. Se si eccettua forse "Hotel Supramonte" (4), tutte le canzoni scritte da Faber in prima persona raccontano in realtà storie che nulla hanno a che fare con l’autore. La prima persona diventa quindi una figura retorica con la funzione di rafforzare il pathos della narrazione: è il caso di Sidùn, ma anche di tutte le canzoni di Non al denaro, non all’amore né al cielo, di Storia di un Impiegato, de La Buona Novella e così via. La prima persona utilizzata da Sabina, invece, è sempre dannatamente realistica, se non addirittura autentica. In una lunga intervista rilasciata dal cantautore spagnolo al giornalista Javier Menéndez Florez (5), Sabina discute lungamente sul tema della bugia: bugia intesa come invenzione poetica, come sogno, come forma artistica. Il primo capitolo dell’intervista si intitola La mentira como una de las bellas artes (La bugia come una delle belle arti), mentre il secondo sviluppa ulteriormente il tema: Una estética de la impostura (Un’estetica dell’impostura). Le bugie non sono quindi fini a se stesse e completamente avulse dalla realtà, ma sono una forma d’arte realistica. Nelle canzoni, è impossibile distinguere l’io del Sabina vero e proprio dall’io del Sabina di fantasia. È il caso di Calle melancolía, di Y nos dieron las diez, di La canción más hermosa del mundo, di Con la frente marchita, e così via.

Fabrizio De André raccontava un mondo nel quale viveva come osservatore, come narratore esterno; Joaquín Sabina racconta invece il proprio mondo, la propria vita, o una vita che potrebbe tranquillamente essere la sua. Questa distanza dei due punti di vista si riflette anche in altri aspetti della loro musica. Entrambi, per esempio, hanno un senso dell’ironia estremamente marcato; ma mentre quella di Sabina è rivolta verso tutto e tutti, compreso se stesso, ed è spesso quasi sguaiata, quella di De André non diventa mai auto-ironia, o, se lo fa, mantiene comunque un certo livello. Soprattutto, quella di De André è molto meno diretta, ma anche molto più amara: penso, per esempio, all’asina e all’uomo di Monti di Mola, che non riescono a sposarsi perché si scoprono cugini primi.

Le differenze tra i due, ovviamente, potrebbero continuare all’infinito: ma allora, perché mi sono imbarcato in questo paragone? Molto probabilmente perché questi due artisti rappresentano, per me, ciascuno il meglio della musica del proprio paese. Altrettanto probabilmente, perché penso che ciascuno dei due sia troppo poco conosciuto nel paese dell’altro. In Spagna, è raro trovare qualcuno che sappia chi era Fabrizio De André, così come in Italia pochi hanno sentito parlare di questo Joaquín Sabina. Nel mio piccolo spero, con questo post e con qualche traduzione di testi che pubblicherò in un prossimo futuro, di invogliare qualcuno ad andarsi ad ascoltare qualche canzone di Joaquín Sabina, con l’augurio che possa piacervi quanto piace a me.

Note al testo:
(1) Peraltro, Manu Chao è francese, per la precisione parigino, pure Banlieues D.O.C.G.
(2) Juanes è quello de "La camisa negra", qualcuno se la ricorda? Manco lui è spagnolo, ma sudamericano. La canzone aveva comunque avuto un discreto successo in Italia, malgrado i pessimi ricordi che le camicie nere suscitano nel nostro paese; ma quella era nera per il lutto di un amore perso, non per motivi politici.
(3) Il processo di Burgos, iniziato il 3 dicembre 1970, vedeva sul banco degli imputati sedici membri dell’organizzazione terrorista ETA, accusati di aver partecipato all’assassinio di tre persone, uccise in momenti diversi tra il 1968 e il 1969. Tra gli imputati erano presenti due sacerdoti ed alcuni esponenti di partiti politici dell’estrema sinsitra spagnola. Il processo è ricordato a causa del giudizio estremamente sommario emesso: per sedici imputati furono emesse nove condanne a morte e cinquecentodiciannove anni di prigione. Le condanne a morte furono poi convertite in pene detentive, a causa delle numerose sollevazioni popolari seguite, in tutto il paese, all’emissione del verdetto, che si trasformò in un boomerang per la già vacillante popolarità del governo franchista.
(4) In realtà anche "Hotel Supramonte" non è una vera canzone in prima persona: è infatti stata scritta quasi interamente da Massimo Bubola come canzone d’amore; l’abilità di De André è stata quella di cambiare il minimo indispensabile per trasformarla nella storia del proprio rapimento. La storia di questa canzone è raccontata nel bellissimo libro "Doppio lungo addio", intervista di Massimo Cotto a Massimo Bubola.
(5) "Sabina en carne viva – Yo también se jugarme la boca", edizioni DeBolsillo, Barcellona, 2006. Purtroppo il libro non è stato mai tradotto in italiano, ma si tratta di una lettura estremamente interessante e non troppo impegnativa dal punto di vista della lingua.

Vergogna!

Forse non tutti se ne saranno accorti, ma da qualche anno a questa parte – casualmente, da quando è salito nuovamente al governo il nostro caro Silvio – nei dibattiti politici, nelle prese di posizione sulla carta stampata, nei talk show, nei comizi, la parola che si sente più spesso è "vergogna". Non come sostantivo singolare femminile, ma come imperativo: "Vergogna!" nel senso di "Vergognati!" o "Vergognatevi!".
Amara ironia della sorte: a usare questa parola è quasi sempre non chi dovrebbe, a ben vedere, farne uso, ma semmai chi dovrebbe sentirselo dire dagli altri.

Così, per esempio, dopo che Silvio ha sparato una delle sue solite poco piacevoli battute ai danni della povera Rosy Bindi, capita di sentire Bondi, Cicchitto e Capezzone che affermano che la Bindi dovrebbe vergognarsi. Di cosa, non è dato sapere. Forse, di esser nata tanto brutta da offrire così facilmente il fianco alle spadate del Cavaliere.

Ma, lasciando da parte i siparietti tragicomici, proprio quest’oggi mi è saltato all’occhio un altro bell’esempio dell’uso distorto del termine "Vergogna!". Forse ormai tutti saprete che, circa un anno fa, la Toscana ha approvato una legge regionale che sancisce, tra le altre cose, l’uguaglianza di diritti tra i cittadini italiani e gli immigrati regolari, e stabilisce inoltre che anche gli immigrati irregolari abbiano diritto all’assistenza sanitaria gratuita. Il Governo ha subito fatto ricorso contro questa legge regionale, sostenendone l’incostituzionalità. Già solo questo basterebbe a dimostrare che Silvio e compari non si sono mai nemmeno presi la briga di leggere il testo della nostra Costituzione, nemmeno i Principi Fondamentali che tutti dovremmo conoscere a memoria: basterebbe l’art. 2, che recita che "la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale". Non si parla di "diritti inviolabili dei cittadini italiani", ma di "diritti inviolabili dell’uomo", di ogni uomo. Com’era quindi da aspettarsi, la Corte Costituzionale ha bocciato su tutta la linea la presa di posizione dell’esecutivo, dichiarando inammissibile e non fondato il ricorso.

La risposta della Lega Nord non si è fatta attendere. Indovinate cosa hanno detto? "Vergogna!". Proprio così: "Vergogna!". Secondo il Governo, la Regione Toscana si dovrebbe vergognare per aver promulgato una legge che garantisce i diritti umani inviolabili a tutti gli esseri umani presenti sul proprio territorio, siano essi cittadini italiani o stranieri, regolari o irregolari. Sono addirittura riusciti a dire che questa legge "è disciminante e razzista nei confronti dei cittadini italiani". Mi ricorda quando la Chiesa affermava che legalizzare le unioni omosessuali, o anche solo i PACS, era discriminante nei confronti delle coppie eterosessuali sposate.

Già, perché viviamo in un mondo in cui garantire uguaglianza di diritti a tutti gli uomini significa compiere un atto di discriminazione nei confronti di coloro che quei diritti li hanno sempre avuti e continueranno sempre ad averli. Un atto di cui vergognarsi, insomma.

"Tutti gli animali sono uguali. Ma alcuni sono più uguali degli altri".

Sapete, sto iniziando a chiedermi se la mafia, la camorra, cosa nostra e compagnia bella non siano per caso un problema fittizio. Al sud la gente sembra non volersene liberare affatto, e allora forse potrebbe anche aver senso tagliare fuori alcune regioni (Sicilia, Campania, Calabria) dallo stato Italia e lasciarli fare da soli per qualche annetto. Poi, quando si saranno resi conto di esser diventati come gli stati del Sud America ai tempi delle grandi dittature dei narcotrafficanti, magari si renderanno conto che la scelta non era quella migliore.

Perché dico questo? Beh, ho appena finito di vedere questo video. Guardate e giudicate voi stessi.

Qualcuno di voi forse si sarà chiesto perché sono scomparso. La verità è che faccio fatica a parlare di certe cose come facevo prima. Perché? Beh, basta leggere articoli come questo. Berlusconi al massimo del gradimento subito dopo il casino che ha fatto con Alitalia (per dirne solo uno)? Vuol solo dire che gli italiani sono un popolo di decerebrati.
E questo, onestamente, mi toglie la voglia di scrivere.

Facciamo schifo? Mai abbastanza

Oggi un ragazzino di diciott’anni, lavoratore stagionale a Gardaland, è morto sul lavoro. Schiacciato da un vagone della monorotaia che porta milioni di turisti in giro per il parco.

Gardaland non è stata chiusa, anzi, ha continuato imperterrita il lavoro.

"Mi vergogno quasi a dirlo, davanti a questa tragedia c’è stata gente che ci ha chiesto il rimborso del biglietto d’ingresso perché l’attrazione era chiusa, anche dopo avere saputo il motivo" – ha riferito sconsolato Aldo Vigevani, ad di Gardaland.

Diogene cercava l’Uomo con il lanternino. Spero che l’abbia trovato lui, perché io vedo solo bestie.