Quando, ormai quattro anni fa, misi piede per la prima volta in Spagna – con l’idea di restarci nove mesi, che poi divennero quasi due anni – non sapevo quasi nulla di quel paese, nemmeno la lingua. Non so bene perché scelsi proprio la Spagna, forse fu un caso, o forse qualche inconscio motivo che non ho mai analizzato a fondo.

Quando si vive in un paese straniero, soprattutto se questo paese vi affascina come la Spagna ha affascinato me, è impossibile non provare un forte desiderio di integrazione, che ti porta a volerne prima di tutto padroneggiare la lingua, per poi cercare di conoscere gli usi, i costumi, le tradizioni, le preferenze e la cultura di quelli che diventano un po’ i tuoi compaesani d’adozione.

Gli strumenti da utilizzare per raggiungere questi obiettivi sono sicuramente molteplici, ma è impossibile trascurarne uno molto particolare: la musica. All’inizio, da studente Erasmus nemmeno troppo votato alla vita Erasmus propriamente detta, mi riusciva piuttosto difficile fare progressi in questo senso, e tutto quel che ascoltavo era un po’ di Manu Chao (1), Juanes (2) e poco altro. Poi il ragazzo con cui stavo all’epoca mi consigliò di ascoltare qualche cantante spagnolo propriamente detto e, tra le altre cose, mi fece conoscere Joaquín Sabina. Proprio di questo cantautore/poeta vorrei parlarvi questa sera e per farlo utilizzerò un paragone che probabilmente risulterà azzardato a molti di voi.

Vedete, ogni volta che veniamo a contatto con qualcosa che non conoscevamo, scatta in noi un tentativo di identificare il nuovo fenomeno paragonandolo con qualcosa che conosciamo bene. Una specie di tentativo di etichettare il nuovo sulla base del vecchio, un tentare di descriverlo con un vocabolario del cuore che già siamo in grado di sillabare.

Nel caso di Joaquín Sabina, ho a lungo tentato di paragonarlo con uno o più cantautori italiani, per poter dire "Sabina è il XXX spagnolo", dove XXX era il nome del cantante italiano di turno. Quasi tre anni mi ci sono voluti, per elaborare il pensiero, ma oggi posso dire che, secondo me, Sabina è il De André spagnolo.

Prima di essere preso a fucilate da tutti coloro che pensano che De André sia unico ed inimitabile e non solo insuperabile, ma anche ineguagliabile, mi affretterò a dire che anch’io sono assolutamente convinto di tutto questo. Lasciatemi però elaborare il paragone e giustificare la mia affermazione.

La prima coincidenza tra i due sta nel fatto che entrambi sono nati nel mese di febbraio, a nove anni pressoché esatti di distanza l’uno dall’altro: 18 febbraio 1940 De André 12 febbraio 1949 Sabina. Nove anni sono molti, è vero; per di più, in quei nove anni c’è stata una guerra mondiale, una crisi economica, un inizio di ricostruzione. Ma non dimentichiamo che, nel 1949, la Spagna in cui nacque Sabina non era molto diversa dall’Italia in cui era nato De André: si trattava di un paese ancora governato da un regime totalitarista, il franchismo, che nulla aveva da invidiare al fascismo italiano. L’unico vero motivo per cui la Spagna non era entrata in guerra nel 1940 era il fatto che il paese si stesse ancora riprendendo dalla sanguinosissima guerra civile che l’aveva insanguinata tra il 1936 e il 1939.

Se è vero che Fabrizio fu appena toccato dal fascismo, di cui ricorda soprattutto il periodo vissuto da sfollato nella campagna astigiana, Sabina visse il franchismo come una vera e propria maledizione, che lo porterà addirittura all’esilio volontario a Londra, ma di questo parleremo più avanti.

Andando con ordine, la seconda coincidenza che troviamo riguarda il fatto che sia il piccolo Fabrizio che il piccolo Joaquín frequenteranno le scuole in istituti religiosi: De André sarà dapprima inviato ad una scuola privata gestita da suore, poi sarà trasferito presso i Gesuiti dell’Arecco; Sabina frequenterà prima le suore Carmelitane, poi un collegio di Salesiani. Entrambi gli artisti parlano di questo fatto come di un’esperienza che li ha segnati profondamente e ne ha sancito l’allontanamento dalla religione cattolica, sebbene le conclusioni raggiunte dall’uno e dall’altro siano, come vedremo, sostanzialmente differenti.

Ma la cosa che probabilmente accomuna di più i due cantautori arriva con la maturità: durante gli anni di studio all’università (Giurisprudenza per l’italiano, Filosofia per lo spagnolo), entrambi vivono un periodo completamente sregolato, frequentando persone d’ogni estrazione sociale, prostitute, diseredati, e sbarcando il lunario con lavoretti saltuari. Entrambi hanno però la fortuna di crescere in ambienti culturalmente intensissimi: nella Genova degli Sessanta, Fabrizio frequenterà Luigi Tenco, Umberto Bindi, Gino Paoli, Paolo Villaggio e tanti altri, mentre per Sabina la città della svolta sarà Londra, in cui è costretto a vivere come esule dopo aver tirato una bomba molotov contro una filiale del Banco de Bilbao, a Granada, come protesta contro il processo di Burgos (3). Non so a voi, ma a me questo fatto ricorda molto la "Storia di un impiegato". In seguito di questo atto vandalico Joaquín Sabina, ricercato dalla polizia e sprovvisto di passaporto, non sa come fare ad espatriare, ma il colpo di fortuna di cui è protagonista a questo punto ha dell’incredibile: in un bar conoscerà infatti un certo Mariano Zugasti, perfetto sconosciuto che, dopo appena un’ora di conversazione, gli regalerà il proprio passaporto. A Londra Sabina frequenterà numerosi esiliati spagnoli, tra i quali i cantautori Paco Ibáñez, Lluís Llach, Francesc Pi de la Serra ed Elisa Serna.

Fabrizio De AndréLa gioventù sregolata di questi cantanti, assieme alle loro "cattive frequentazioni", ci porta quindi a toccare un altro punto in comune tra i due: le dipendenze. Se Faber esagerava con l’alcool, Sabina ai superalcoolici aggiungeva spesso e volentieri la cocaina. Entrambi, tuttavia, riescono improvvisamente ad affrancarsi da questi vizi, l’italiano a causa della promessa fatta al padre sul letto di morte, lo spagnolo a causa della buona dose di spavento presasi in seguito ad un ictus causato dalla droga. Con il senno di poi, entrambi i cantautori descrivono la propria dipendenza come una vera e propria catabasi, un viaggio all’inferno e ritorno, da cui trarre preziosi insegnamenti. Per Sabina, però, all’ictus e alla scoperta della propria vulnerabilità segue un lungo periodo di profonda depressione durante il quale interrompe la propria produzione musicale, dedicandosi principalmente alla scrittura di poesie. Per Faber, invece, l’affrancamento dalla dipendenza non causa alcuna soluzione di continuità nella sua tanto prolifica vena artistica, che continua anzi a manifestarsi con rinnovato vigore.

Anche per quanto riguarda le convinzioni politiche, poi, De André e Sabina sono molto simili: entrambi infatti appartengono all’area dell’estrema sinistra, anche se Faber appartiene in realtà all’area anarchica, mentre Sabina è in bilico tra l’anarchia e il comunismo. In entrambi, tuttavia, le idee politiche sono intimamente legate all’interesse per le problematiche sociali e, in particolare, per le sorti degli umili, dei respinti.

Su un piano prettamente artistico, poi, è impossibile non notare un altro elemento comune tra i due artisti, che condividono almeno due punti di riferimento fondamentali: Bob Dylan e Georges Brassens, dei quali entrambi reinterpretano numerose canzoni. L’esempio più lampante è forse la bellissima canzone di Brassens Le Gorille, tradotta e cantata sia da De André che da Sabina.

Potremmo poi parlare di molti altri punti in comune, come lo smisurato amore per le donne o la straordinaria timidezza ma, al di là di tutte queste somiglianze, i percorsi artistici dei due cantautori-poeti sono estremamente diversi, così come diversi sono i loro stili. Pur essendo entrambi intimamente influenzati dalla cultura e dalla musica latino-americana così come da quella mediterranea, ciascuno dei due interpreta in modo molto personale queste basi comuni. Così, le sonorità di De André saranno sempre legate principalmente alla musica popolare, nel senso più elitario e ricercato del termine (mi si passi l’ossimoro), mentre Sabina ha un’anima decisamente più rock, pur conservando temi e sonorità della canzone tradizionale spagnola e, più in particolare, della sua terra natale, l’Andalusia.

Entrambi, poi, sono straordinari cantori dell’amore e del disamore, del momento in cui il sentimento nasce così come del momento in cui esso muore; cantano la conquista e l’abbandono, ma lo fanno con due stili poetici quasi opposti. Sabina, quando scrive, è interamente e propriamente barocco: in una singola strofa riesce ad accumulare una quantità impressionante di figure retoriche, riesce a dipingere una serie incredibile di immagini straordinarie che stupiscono l’ascoltatore ad ogni verso. De André, invece, fa tutto il contrario: usa le figure retoriche e le immagini con parsimonia, valorizzandole all’interno del contesto. La stessa differenza di stile si vede nell’atteggiamento dei due cantanti durante le esibizioni in pubblico: De André compare sempre seduto su una sedia o addirittura, nei momenti più drammatici (per esempio Sidùn) direttamente sulle assi di legno del palcoscenico, con in mano una chitarra acustica o il nudo microfono, mentre Sabina, da vero e proprio rocker, preferisce restare in piedi e suonare la sua immancabile chitarra (per esempio: Ganas de…). Il diverso atteggiamento nei confronti del pubblico si riflette anche nel fatto che, per esempio, in un concerto di De André sarebbe stato impossibile Faber fermarsi per lasciar cantare il pubblico, mentre al contrario Sabina utilizza spesso e volentieri questa tecnica per coinvolgere gli spettatori. Probabilmente, però, questa peculiarità deriva anche da un’altra sostanziale differenza tra le canzoni di De André e quelle di Sabina: mentre le canzoni di quest’ultimo hanno quasi sempre un ritornello, magari variato ma pur sempre un ritornello, Faber sembrava essere allergico a questo elemento, che infatti nella sua discografia non compare quasi mai. E, ovviamente, le parti che il pubblico può cantare meglio sono proprio queste!

Al di là della mancanza di ritornello, tuttavia, penso che la ragione del diverso atteggiamento dei due cantanti verso il pubblico sia da spiegare più che altro attraverso un’altra differenza sostanziale, alla quale finora abbiamo solo accennato. Se è vero che De André e Sabina frequentano entrambi i diseredati e gli ultimi, c’è un vero e proprio abisso tra i loro punti di vista. Se da un lato Sabina si sente uno di questi "respinti" e fa di questa constatazione il proprio punto di forza, sguazzandoci dentro abbondantemente, dall’altro lato De André è uno spettatore esterno di questo spettacolo. Non manca certo l’empatia, che è anzi la forza stessa che muove i passi di Faber; è innegabile che egli amasse sinceramente e profondamente tutti questi servi disobbedienti alle leggi del branco, ma è altrettanto innegabile che lui non è mai stato uno di loro. Faber è un borghese che si cala nei panni del diseredato, senza però perdere la propria superiorità. È un po’ il Gesù Cristo della situazione: si è fatto uomo e vive in mezzo agli uomini, ma è pur sempre Dio.

Questa differenza sostanziale tra Sabina e De André riesce a spiegare un altro fatto su cui mi sono trovato a riflettere: Joaquín Sabina canta sempre in prima persona, Fabrizio De André invece usa la terza anche quando finge di usare la prima. Se si eccettua forse "Hotel Supramonte" (4), tutte le canzoni scritte da Faber in prima persona raccontano in realtà storie che nulla hanno a che fare con l’autore. La prima persona diventa quindi una figura retorica con la funzione di rafforzare il pathos della narrazione: è il caso di Sidùn, ma anche di tutte le canzoni di Non al denaro, non all’amore né al cielo, di Storia di un Impiegato, de La Buona Novella e così via. La prima persona utilizzata da Sabina, invece, è sempre dannatamente realistica, se non addirittura autentica. In una lunga intervista rilasciata dal cantautore spagnolo al giornalista Javier Menéndez Florez (5), Sabina discute lungamente sul tema della bugia: bugia intesa come invenzione poetica, come sogno, come forma artistica. Il primo capitolo dell’intervista si intitola La mentira como una de las bellas artes (La bugia come una delle belle arti), mentre il secondo sviluppa ulteriormente il tema: Una estética de la impostura (Un’estetica dell’impostura). Le bugie non sono quindi fini a se stesse e completamente avulse dalla realtà, ma sono una forma d’arte realistica. Nelle canzoni, è impossibile distinguere l’io del Sabina vero e proprio dall’io del Sabina di fantasia. È il caso di Calle melancolía, di Y nos dieron las diez, di La canción más hermosa del mundo, di Con la frente marchita, e così via.

Fabrizio De André raccontava un mondo nel quale viveva come osservatore, come narratore esterno; Joaquín Sabina racconta invece il proprio mondo, la propria vita, o una vita che potrebbe tranquillamente essere la sua. Questa distanza dei due punti di vista si riflette anche in altri aspetti della loro musica. Entrambi, per esempio, hanno un senso dell’ironia estremamente marcato; ma mentre quella di Sabina è rivolta verso tutto e tutti, compreso se stesso, ed è spesso quasi sguaiata, quella di De André non diventa mai auto-ironia, o, se lo fa, mantiene comunque un certo livello. Soprattutto, quella di De André è molto meno diretta, ma anche molto più amara: penso, per esempio, all’asina e all’uomo di Monti di Mola, che non riescono a sposarsi perché si scoprono cugini primi.

Le differenze tra i due, ovviamente, potrebbero continuare all’infinito: ma allora, perché mi sono imbarcato in questo paragone? Molto probabilmente perché questi due artisti rappresentano, per me, ciascuno il meglio della musica del proprio paese. Altrettanto probabilmente, perché penso che ciascuno dei due sia troppo poco conosciuto nel paese dell’altro. In Spagna, è raro trovare qualcuno che sappia chi era Fabrizio De André, così come in Italia pochi hanno sentito parlare di questo Joaquín Sabina. Nel mio piccolo spero, con questo post e con qualche traduzione di testi che pubblicherò in un prossimo futuro, di invogliare qualcuno ad andarsi ad ascoltare qualche canzone di Joaquín Sabina, con l’augurio che possa piacervi quanto piace a me.

Note al testo:
(1) Peraltro, Manu Chao è francese, per la precisione parigino, pure Banlieues D.O.C.G.
(2) Juanes è quello de "La camisa negra", qualcuno se la ricorda? Manco lui è spagnolo, ma sudamericano. La canzone aveva comunque avuto un discreto successo in Italia, malgrado i pessimi ricordi che le camicie nere suscitano nel nostro paese; ma quella era nera per il lutto di un amore perso, non per motivi politici.
(3) Il processo di Burgos, iniziato il 3 dicembre 1970, vedeva sul banco degli imputati sedici membri dell’organizzazione terrorista ETA, accusati di aver partecipato all’assassinio di tre persone, uccise in momenti diversi tra il 1968 e il 1969. Tra gli imputati erano presenti due sacerdoti ed alcuni esponenti di partiti politici dell’estrema sinsitra spagnola. Il processo è ricordato a causa del giudizio estremamente sommario emesso: per sedici imputati furono emesse nove condanne a morte e cinquecentodiciannove anni di prigione. Le condanne a morte furono poi convertite in pene detentive, a causa delle numerose sollevazioni popolari seguite, in tutto il paese, all’emissione del verdetto, che si trasformò in un boomerang per la già vacillante popolarità del governo franchista.
(4) In realtà anche "Hotel Supramonte" non è una vera canzone in prima persona: è infatti stata scritta quasi interamente da Massimo Bubola come canzone d’amore; l’abilità di De André è stata quella di cambiare il minimo indispensabile per trasformarla nella storia del proprio rapimento. La storia di questa canzone è raccontata nel bellissimo libro "Doppio lungo addio", intervista di Massimo Cotto a Massimo Bubola.
(5) "Sabina en carne viva – Yo también se jugarme la boca", edizioni DeBolsillo, Barcellona, 2006. Purtroppo il libro non è stato mai tradotto in italiano, ma si tratta di una lettura estremamente interessante e non troppo impegnativa dal punto di vista della lingua.

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