Ogni trasloco è una pugnalata. Non tanto e non solo perché si deve abbandonare un luogo che magari si è sentito come proprio da quando si è nati: non è il mio caso. Il mio trasloco è avvenuto già un paio di anni fa, ed ora a seguirci in questa nostra migrazione verso i monti parmensi è mia nonna, che attualmente vive ancora nella casa in cui fino a poco tempo fa abitavo io. Dal momento che, quando abbiamo traslocato noi, sapevamo che lei sarebbe rimasta a vivere lì ancora per qualche anno, non ci siamo portati dietro proprio tutto. Anzi, direi che abbiamo preso solo l’indispensabile e poco più, lasciando la vecchia casa letteralmente invasa da cianfrusaglie ed anticaglie varie.
Ora, ovviamente, dal momento che la cosa sarà definitiva, e che tra pochi mesi quella casa sarà data in affitto, lo sgomberò dovrà essere totale.
Quintali di carte, documenti, fotocopie si sono fatti avanti dalla loro tomba di polvere per portare alla memoria passi delle nostre vite che credevamo ormai morti per sempre, o dimenticati sotto strati di detriti considerati impenetrabili.
In una carpetta contenente materiale scolastico del mio terzo anno delle superiori ho trovato veramente di tutto.
Centinaia di fotocopie di Inglese – e chi ha avuto la mia stessa professoressa sa che non è un modo di dire: in cinque anni abbiamo adottato qualcosa come otto libri di testo ufficiali (più svariati libri di letteratura) e n abbiamo utilizzato sì e no uno: per il resto ci pensava lei a fornirci svariate decine di fotocopie a settimana.
I rimasugli del mio quaderno delle versioni dal greco, qualche foglio di versioni dal latino.
Un compito in classe di Storia dell’Arte per il quale la professoressa – la famosa Renata Pellegrino che è stata campionessa a Passaparola – mi aveva fatto diversi elogi.
Qualche bigliettino che avevo scambiato con i miei compagni di banco: ce ne sono diversi che parlano dei nostri progetti per il sito internet della scuola, del quale ci occupavamo noi; e ce n’è addirittura uno in cui chiedevo consiglio al mio allora migliore amico riguardo all’acquisto del mio primo cellulare: pensate un po’, una volta ero io a chiedere consigli su queste cose!
Un disegno di un carro armato di qualche videogioco di guerra (probabilmente Command & Conquer – Red Alert II) che il mio moroso mi aveva stampato e regalato. Romantico, vero? lui era fatto così…
Qualche libro di latino che fu, davvero, per noi galeotto: lui fingeva ogni volta di scordarsi a casa il suo libro, in modo da poter seguire assieme a me sul mio, e da poter stare più vicini. Non potrò mai descrivere la sensazione di benessere e di sicurezza, di innocente amore, che ci comunicava il contatto dei nostri gomiti posti l’uno di fianco all’altro, o delle nostre ginocchia che si toccavano sotto il banco, o delle dita che si intrecciavano dietro lo schermo che l’altro braccio formava appoggiando il gomito sul banco… E su quei libri si leggono ancora le frasi che ci scrivevamo, facendo finta di prendere appunti. Eravamo così ingenui, così giovani, così innamorati… ma cosa capivamo, allora, dell’amore?
Ma la cosa che mi ha commosso più di tutte è stata una lettera.
Nella mia classe all’epoca c’erano due ragazze che, alle sette e pochi minuti, prendevano il mio stesso autobus per raggiungere la scuola, e all’una e qualche minuto, dopo il suono della campanella, prendevano il mio stesso autobus per tornare a casa. Una di loro, in particolare, era una ragazza alla quale ero affezionatissimo. Era veramente stupenda, tutti i ragazzi della classe, e anche delle classi vicine, le morivano letteralmente dietro. Si chiamava Laura, aveva dei capelli biondi e ricci, bellissimi, cangianti come l’acqua di una cascata sulla quale il sole si diverta a giocare. Aveva un corpo molto bello, con solo un piccolo difetto: un lieve accenno di rachitismo dato forse dal fatto di non essere di costituzione particolarmente robusta. Se non era robusta di fisico, non lo era in effetti nemmeno di carattere. Era anzi piuttosto delicata, fragile, insicura. Aveva un’affettuosità talmente gratuita e talmente sincera che finiva per amare tutti, per affezionarsi a tutti. E regolarmente veniva ferita, accoltellata, lacerata dal comportamento che la gente le riservava: spesso le persone alle quali si rivolgeva la gettavano via come una bambola di pezza troppo usata, lasciandola nello sconforto più totale. E sull’autobus, al ritorno da scuola, o mentre andavamo in là, si sfogava con me, mi parlava dei suoi timori, delle sue paure, delle sue speranze, delle sue esperienze. Mi chiedeva consiglio, ragionava con me, e poi era lei ad ascoltarmi, a raccogliere le mie confessioni. Sapeva ascoltare davvero, e diceva che anch’io possedevo lo stesso dono. Era un rapporto bellissimo, il nostro. Ci fidavamo l’uno dell’altra, eravamo due confessori…
A scuola non era brava, anzi, spesso nelle interrogazioni faceva scena muta, e consegnava in bianco i compiti in classe. Ma studiava. Studiava tantissimo, anche più di me. Le cose le sapeva, le capiva. Ma, quando arrivava al momento di doverle tirare fuori, aveva un blocco totale, profondissimo, e non si riusciva più a cavarle una sola parola di bocca: aveva troppa paura di sbagliare, di essere derisa, e preferiva tacere e subire piuttosto che aprirsi e dimostrare il proprio valore. Il pomeriggio si spezzava la schiena sui libri, fino alla sera tardi, e di giorno prendeva le bastonate di coloro che non sapevano capirla. Nessuno dei professori s’è mai preso la responsabilità di ascoltarla, di comprenderla, di aiutarla. Tutti si fermavano al suo mutismo, e lo scambiavano per inettitudine. Poi, un anno, l’hanno bocciata.
E quella è stata la sua fortuna.
Ha cambiato scuola, è passata al liceo socio-pedagogico. L’ambiente era più sereno, i professori pretendevano meno e gratificavano di più, e tra i compagni non c’era la spietata lotta al voto più alto che c’era invece nella mia classe. A pensarci ora, noi eravamo tante piccole serpi pronte a morderci a vicenda pur di arrivare più in alto degli altri. Tant’è che, di tutti i miei compagni, ho mantenuto contatti con due o tre persone, mentre tutti gli altri sono per me ora, malgrado i cinque anni passati sotto lo stesso tetto, dei perfetti sconosciuti.
Sentite cosa mi scrive Laura della sua nuova situazione:
Ciao Pietro, come vedi non mi sono dimenticata né di te, né delle tue tante lettere, e dell’ultima in particolare… come avrai potuto immaginare, però, sto dedicando molto del mio tempo alla scuola che, per il momento, è il mio impegno principale e quello che, finalmente lo posso dire, mi sta dando più soddisfazione nella vita. Ed è proprio di questo che vorrei iniziare a raccontarti, vedi, ne vado così fiera che quadi non sto nella pelle dalla voglia di dirti tutto! Come hai visto anche tu quella volta che sono venuta a trovarvi nell’ora di […], il mio umore da quando ho lasciato il Romagnosi è migliorato notevolmente, ora posso veramente dimostrare le mie capacità e la mia intelligenza. Sono molto apprezzata, sia dai miei compagni che quasi mi venerano, sia dai professori che mi tengono in alta considerazione in tutte le occasioni. Anche se la scuola è innegabilmente molto più facile e meno rigorosa, sono contenta perché la serietà e il metodo che mi porto dentro dall’esperienza fatta al classico mi sta giovando notevolmente. Anche se potrei essere meno esigente con me stessa preferisco lavorare il più duramente possibile per dare il massimo, oltre alle aspettative di tutti. Certo esistono ritmi più leggeri dato che comunque non sono molto esigenti, ma è proprio questo che voglio: essre sempre la migliore, non una delle tante bravine, la più brava in assoluto, e voglio che tutti lo riconoscano. Ti sembrerò forse esageratamente ambiziosa, ma non voglio rischiare di abbassarmi al livello generale della classe, e poi è così bello lavorare per ottenere buoni risultati, è così gratificante che ultimamente passerei tutto il mio tempo sui libri!
La lettera prosegue, Laura mi racconta tante altre cose: il suo lavoro nel weekend, e i soldini che le permettono di sentirsi meno dipendente dai suoi genitori, con i quali ha un pessimo rapporto; il suo nuovo ragazzo, dopo l’esperienza di due anni con un ragazzo di almeno quindici anni più vecchio. Poi, dopo i saluti, un post scriptum:
Nella mia prossima lettera ho intenzione di riprendere un certo argomento che tu conosci bene, mi hai scritto delle cose sui ragazzi della nostra classe molto strane e al tempo stesso molto normali… poi ti spiegherò meglio quello che penso in proposito.
Già, con lei parlavo di tutto, e le avevo parlato anche della mia sessualità, della mia cotta per quella spece di sgorbio idiota di Francesco, e della mia storia con Michele. E in lei avevo trovato davvero una amica e una alleata. Anzi, è stata lei, più di tanti altri, a tirar fuori certi lati del mio carattere che avevo paura di mostrare, e ad aiutarmi ad accettarmi per quello che sono, senza vergognarmi della mia affettività.
Purtroppo il tempo che si è depositato, assieme agli strati di polvere, su questa lettera, ha cancellato il ricordo di quei tempi, e non so cosa contenesse la promessa lettera successiva. Ma spero davvero di ritrovarla, da qualche parte, e di nutrire il mio cuore di qualche altro ricordo come questo. Anche di Laura non so più nulla. L’ho rivista qualche volta, sull’autobus, anni e anni fa: aveva i capelli cortissimi, tinti di verde, ma era sempre bella come una volta. Tra di noi, però, la distanza di troppo tempo passato senza sentirci, senza sapere più nulla l’uno dell’altra…

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