Meno male che non devo parlare, ma solo scrivere: non ho più voce, dopo il concerto dei Nomadi di ieri sera. E non solum perché ho cantato a squarciagola, sed etiam magisque perché ho preso un freddo dell’ostia.
Ah, i Nomadi! Non son proprio più quelli di una volta. Quando c’era ancora Augusto, era tutta un’altra cosa. Più carisma, più magia. Ora le nuove canzoni non sono quasi mai impegnate, e la voce del nuovo cantante, Danilo, non ha nulla a che fare con quella del suo mitico predecessore.
Le canzoni più belle, e le più cantate dal pubblico, a parte Io voglio vivere e Ti lascio una parola, sono tutte quelle della vecchia guardia, dei tempi della collaborazione con Guccini (Auschwitz, Dio è morto, Ophelia, Canzone per un’amica, Il vecchio e il bambino) e alcuni successi intramontabili come Il paese delle favole, Ricordati di Cico, Gli aironi neri, Un pugno di sabbia, Un giorno insieme, Il fiore nero, Un uomo come noi. Poi La settima onda, altre canzoni che non conoscevo, e un lungo brano strumentale per esaltare le indubbie qualità di un violinista con palle e contropalle, ma di dubbia efficacia (troppo lungo, e abbastanza noioso).
Il bilancio della serata è sicuramente positivo – e se avessi avuto con me il pesante giaccone della divisa, lo sarebbe stato ancora di più – ma resta l’amarezza di sapere che le emozioni di Augusto non ce le ridarà più nessuno.

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