Signore e signori, sono vivo.
Qualcuno iniziava a dubitarlo, lo so, ma la pellaccia la vendo cara, e non ho nessuna intenzione di accettare contrattazioni ora.
Sono tornato da una settimana in Italia, ma non mi tratterrò a lungo: agli inizi di ottobre ripartirò per la mia amata Valencia, dove trascorrerò altri sei mesi minimo, per fare la tesi.

Che dire? Ora sono completamente sommerso dagli esami, ma ho ancora il tempo – e qualche neurone rimasto – per riflettere un po’ su alcune cose.

L’altro giorno ho incontrato all’università un ragazzo che non vedevo da anni, o con il quale comunque non parlavo da anni. È il figlio di amici di famiglia, e abbiamo fatto diverse vacanze insieme (in un gruppo di 10 bambini minimo) un po’ ovunque in giro per l’Europa. Lui ha l’età di mio fratello (tre anni in meno di me) e da bambino ha sempre avuto un carattere un tantino impossibile. Diciamo che era una peste.
Rivederlo dopo tanti anni mi ha fatto un effetto molto strano, soprattutto perché la piccola peste ha lasciato il posto a un ragazzo molto intelligente, che studia architettura, cita De André dichiarandolo il suo mito indiscusso, passa il suo tempo leggendo libri di filosofia, e sogna di trasferirsi in una città più aperta e culturale di Parma. Inutile dire che è tutt’altro che un "nerd": è invece un ragazzo carino e da l’impressione di essere uomo di mondo, anche se non lo posso dire con certezza, dal momento che non lo frequento da anni.

Già durante l’Erasmus, avevo compiuto un interessante esperimento su me stesso: ho sempre detto della mia omosessualità a tutti quelli che ho conosciuto. Diciamo che era una sorta di sondaggio: vedere come gli altri la prendevano. Solo uno – un perfetto cretino, ed è pure di Parma – ha avuto dapprima qualche problema ad afferrare il concetto (non sapevo più come farglielo capire, visto che dirglielo non bastava), e ha iniziato poi ad evitarmi da quando si è reso conto di aver fatto una fila immensa di figure di merda con me e i miei amici: ogni volta che ci incontrava, riusciva sempre a fare battute cattive sugli omosessuali, tanto che, dopo un po’, mi ero anche stancato di smontarlo.

Perché vi dicevo di questo esperimento? Semplice, perché ho continuato a farlo anche qui a Parma, e l’ho detto anche a questo mio amico. Il quale non solo l’ha presa benissimo, ma ha pure deciso di interrompere lo studio per venirsi a fumare una sigaretta fuori (no, fumava lui, io non fumo) e far due chiacchiere con calma. Tranquilli, lui è etero, non vi sto raccontando una storia sconcia. Ma, da quel momento, l’argomento della conversazione è stato quasi tutto incentrato sull’omosessualità.

Si parlava, ovviamente, di accettazione da parte della società. Lui, dimostrando di avere una certa qual cultura, mi cita l’esempio dell’antica Grecia, e del rapporto amoroso tra uomini. Certo, era vero, a quell’epoca si pensava che il vero Amore, intellettuale prima che fisico, ma anche e sicuramente fisico, fosse riservato a rapporti omosessuali. Quello che, purtroppo, il mio amico non sapeva è che tali rapporti erano riservati esclusivamente a persone di estremamente diversa età, ed avevano rituali e ruoli molto ben precisi. L’amante, il maestro, era colui che corteggiava il fanciullo, l’amato, e anche a letto i loro ruoli erano molto ben precisi: il maestro doveva essere attivo, e passivo il fanciullo. Non si scampava, quella era l’etichetta. E un’altra regola era: tutto ciò era giusto, sacrosanto e bello, ma soltanto finché al giovane non spuntavano i primi peli della barba. A quel punto, il rapporto fisico doveva cessare per lasciare il posto ad una relazione di amicizia profonda, propria di due persone adulte. Un ragazzo che continuasse a fare il passivo anche dopo l’età stabilita era visto come un effeminato, ed esisteva anche un termine dispregiativo, in greco, per indicare tale situazione: "malaka", mollaccione. Un po’ come il nostro "finocchio".
Gli antichi greci, in sostanza, non erano omosessuali: erano pederasti.
Ma attenzione! Qui ci sono molte precisazioni da fare. Prima di tutto, certamente si trattava di rapporti omosessuali, ma tale omosessualità era del tutto culturale, e non aveva nessuna componente ereditaria/cromosomica/genetica. Gli adulti giacevano con i bambini perché, per la società del tempo, era normale fare così. Quindi, uomini e donne di oggi, riflettete su una cosa: il vostro storcere il naso di fronte al pensiero di poter avere un rapporto omosessuale è frutto solo e soltanto dell’educazione che vi è stata impartita (leggi: Chiesa Cattolica, ma non solo). Voi stessi, se foste nati in altre epoche e in altri contesti, voi con il vostro corredo genetico e tutto quanto, non avreste avuto nulla da ridire di fronte a un rapporto omosessuale.
Seconda precisazione: la pederastia greca non ha nulla a che vedere con la pedofilia (o pederastia) contemporanea, che è a tutti gli effetti un crimine. E sapete perché? Guarda caso, ancora una volta si parla della società, e della cultura.
Per un bambino greco non era solo normale, ma era anche bello e desiderabile avere un amante e maestro. Il bambino veniva educato a lasciarsi corteggiare, e gli veniva spiegato dai suoi stessi genitori che non solo non c’era nulla di male, ma era anzi cosa buona e giusta. L’intera società approvava e incoraggiava tali rapporti, e quindi non v’era segno di violenza alcuna, né fisica né psicologica.
Ma oggi, guardiamo cosa succede oggi: un bambino viene educato fin dalla prima infanzia a sapere che il sesso è una cosa da adulti, e che è peccato, e che è qualcosa di sporco e brutto che forse un giorno capirà, ma per il momento è meglio se gioca coi lego. Nessun adulto normale e sano di mente vorrebbe mai avere un rapporto con un bambino, né un bambino potrebbe desiderarlo. Soltanto adulti patologicamente spostati si lasciano andare ad atti di libidine spesso violenta, e il trauma subíto dal bambino è frutto di tante cose assieme: il senso di colpa del pedofilo stesso, che un bambino non può non avvertire; la clandestinità dell’atto; la condanna di tutti coloro che gli stanno attorno; il senso di colpa legato al sesso, ed imposto dalla cultura imperante. Tutto ciò fa sì che, oggi come oggi, un rapporto discepolo-maestro come quello che si profilava nell’antica Grecia è non solo del tutto impossibile, ma anche assolutamente lontano da ogni nostro modo di agire e di pensare. Oggi come oggi, un pedofilo traumatizza il bambino sempre e comunque, anche se lo fa pensando di fargli del bene, e di amarlo. Perché oggi alcuni pedofili uccidono? Per eliminare le prove del loro reato, e per evitare di essere additati come mostri da tutto il resto della società. Il fatto che poi vengano regolarmente beccati, processati e condannati non fa che dimostrare quanto la loro psiche sia danneggiata: tanto da non rendersi conto che, così facendo, sono davvero dei mostri.

Cosa voglio dimostrare con questo mio discorso? Spero che vi siate resi conto che non sto affatto difendendo i pedofili, né sto accusando la società di impedire la pedofilia: personalmente, io credo che l’Amore vero si manifesti solo tra persone adulte e consenzienti, e soprattutto capaci di intendere e di volere, e capaci di amare. Allora, cosa voglio dire? Semplicemente questo: non si può mai, e sottolineo mai, astrarre un comportamento dal suo contesto. La pederastia greca era possibile (e non solo era possibile, ma era anche buona e giusta) proprio perché era la società ad incoraggiarla, e non veniva avvertita da nessuno come violenza. La pedofilia oggi è non solo impossibile, ma anche sbagliata ed obrobriosa, perché ferisce profondamente il bambino, gli rovina la vita, lo colpevolizza, lo rende una vittima e spesso lo rende incapace di vivere, da adulto, un vero rapporto amoroso, perché ha perso tutta la capacità di fidarsi del prossimo e di donarsi. Cosa che, se manca, impedisce all’amore di crescere.

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