Dovrei parlare di elezioni, dovrei festeggiare per la vittoria del centrosinistra, dovrei gioire per la disfatta di Berlusconi, ma preferisco lasciar perdere l’argomento, perché ciò che ho visto in questi due giorni fa solo venire voglia di piangere. Troppe parole ho già speso in proposito, con troppa gente, per avere voglia di parlarne ancora, anche qui.
Tra le varie notizie, alcune leggermente confortanti, altre raggelanti, che arrivavano in continuazione, ieri c’è stato anche un sms di TheZar che mi ha annunciato la cattura di Bernardo Provenzano, il boss dei boss, il Padrino di Cosa Nostra. Dopo quasi quarantatre anni di latitanza.
Vedere quell’omino trascinato finalmente in galera, nonostante l’età, nonostante i capelli bianchi e l’aspetto sottomesso, è una gioia, è una letizia. Bernardo Provenzano è un mafioso e un assassino. Ha ordinato la morte di decine di servitori dello Stato, e Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono soltanto gli ultimi. Ha organizzato lo sterminio di centinaia di rivali: cinquanta, dicono, li ha uccisi con le sue mani. Quel senso di soddisfazione diventa, quindi, subito un grazie ai cocciuti poliziotti che lo hanno stanato e ai tanti che, prima di loro, ci hanno provato senza fortuna; al ministero che li ha sostenuti tutti. Ma, dopo la privata soddisfazione di ciascuno e il pubblico grazie, è giusto (e più serio) tenere sotto controllo la retorica del "successo straordinario dello Stato", una formula che fiorisce oggi sulla bocca di troppi. Non può essere un successo straordinario, per un Paese occidentale, festeggiare senza un’ombra di imbarazzo l’arresto di un criminale sfuggito all’arresto per 42 anni e sette mesi. Soprattutto, se dopo quattro decenni, lo acchiappano a due chilometri da Corleone, a un tiro di schioppo da casa sua, dalla sua famiglia di sangue mentre la moglie gli invia – come probabilmente ha fatto sempre in questi anni – camicie ben lavate e odorose.
Una latitanza, come quella di Bernardo Provenzano, per durare nel tempo ha bisogno, come un uomo d’aria, di un ambiente sociale colluso e di istituzioni complici o colpevolmente pigre o politicamente distratte. Non si può far festa se, nel nostro Paese, sono esistite ed esistono ancora una società tollerante con gli assassini e governi "deboli" o incapaci.
Sono l’una e gli altri che hanno reso introvabile quell’omino dimesso, invisibili i luoghi frequentati, vincente la sua volontà di dominio; ne hanno nascosto la rete di relazioni, protetto gli affari. Addirittura reso indecifrabile la sua biografia.
[fonte: www.Repubblica.it]
Bernardo Provenzano ha vissuto quarantatre anni nascosto a un tiro di sputo da casa propria. In barba alle istituzioni? Ovviamente no: proprio grazie alle istituzioni. Il Procuratore Antimafia Pietro Grasso ha già dichiarato di escludere che Zu Binnu possa collaborare con la giustizia. Se lo facesse sarebbe una bomba atomica: tutti hanno collaborato con lui, lo hanno aiutato e nascosto, e tutti hanno fatto affari con lui. Se parlasse sarebbe la fine di tutta la classe politica e della classe imprenditoriale italiana. Sopratutto di quella politica e imprenditoriale.
Aggiungo: se lo facesse, se parlasse, sarebbe un uomo morto. In meno di cinque minuti si ritroverebbe una pallottola nel cranio. Troppa gente ha troppa paura, troppa gente ha troppo da nascondere.
Tutto sommato, di cosa dovremmo essere contenti? Del fatto di averci messo quarantatre anni a decapitare Cosa Nostra? Davvero vogliamo essere così ingenui da pensare che non ci sia già qualcuno, più giovane e magari ancora più forte, che in questo momento avrà già preso il posto del capo catturato? Morto un papa, se ne fa un altro. Catturato un boss, di solito si scatena la guerra per la sua successione. Cosa Nostra non morirà per questo: continuerà a vivere all’interno delle istituzioni dello stato, al nord come al sud, succhiando il sangue al suo ospite come una tenia, come un cancro. E sappiamo tutti fin troppo bene cosa succede all’organismo che ospita un cancro.

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