Il mio lavoro in pubblica è ricchissimo di soddisfazioni. Quando senti una persona che ti ringrazia per quello che fai, e ti fa sentire importante, capisci che forse la tua vita un senso ce lo può avere. Ma giornate come quella di mercoledì ti cancellano tutto in un istante.
Il mio paesello, Felino, è stato teatro di uno dei fatti di cronaca nera più efferati degli ultimi anni. Una ragazza di diciassette anni è stata strangolata e trucidata con centotre coltellate da un ragazzo di pochi anni più vecchio, che poche ore dopo, a qualche decina di chilometri di distanza, ha ucciso anche un taxista, sparandogli alla tempia.
Purtroppo ho avuto la sventura di essere in turno la mattina dopo la tragedia, e mi sono dovuto subire entrambi i recuperi salma.
La gente che mi ferma per strada mi dice: "ti ho visto, sai, sulla gazzetta e in TV…". Io rispondo che avrei fatto volentieri a meno. Vedere quella povera ragazza, nuda e letteralmente ricoperta di coltellate, quasi come se fossero macchie di leopardo, il suo bel volto contorto in un’espressione di stupito orrore, immaginare cosa debba aver provato intanto che quell’animale infieriva su di lei in quel modo… E poi, quando non hai ancora finito di riprenderti dallo chock, arriva la seconda telefonata: hanno trovato anche un altro cadavere, con il cranio passato da parte a parte da un colpo di pistola, abbandonato in un fosso…
Difficilmente riuscirò a togliermi dalla memoria quelle scene. Per esorcizzare le mie sensazioni, sto provando a scrivere un racconto il più possibile dettagliato, ma non credo di aver voglia di pubblicarlo. Ho disprezzato profondamente i numerosi giornalisti presenti sulla scena, che gongolavano all’idea di poter fare uno scoop, completamente indifferenti al dolore di tre famiglie distrutte, di due vite stroncate in modo tanto indegno. Se pubblicassi la mia testimonianza mi abbasserei al loro livello, e mancherei di rispetto a due persone che hanno già subìto il torto peggiore possibile.

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