Due notti prima della [sua prima] comunione, padre Antonio Isabel si chiuse con lui nella sacrestia per confessarlo, con l’aiuto di un dizionario di peccati. Fu un elenco così lungo, che il vecchio parroco, abituato ad andare a letto, alle sei, si addormentò nella poltrona prima di finire. L’interrogatorio fu per José Arcadio Secondo [bambino d’una decina d’anni, NdInsj] una rivelazione. Non lo sorprese che il padre gli chiedesse se aveva fatto cose brutte con donne, e rispose onestamente di no, ma si sconcertò quando gli chiese se, le aveva fatte con animali. Il primo venerdì di maggio si comunicò, torturato dalla curiosità. Più tardi rivolse la domanda a Petronio, il sagrestano malaticcio che viveva nel campanile e che a quanto dicevano si alimentava di pipistrelli, e Petronio gli rispose: "Ci sono dei cristiani corrotti che fanno le loro cose con le asine." José Arcadio Secondo continuò a dimostrare tanta curiosità, chiese tante spiegazioni, che Petronio perse la pazienza.
"Io vado tutti i martedì notte," confessò. "Se prometti di non dirlo a nessuno, il prossimo mar-tedì ti ci porto."
Il martedì seguente, in effetti, Petronio scese dal campanile con uno sgabello di legno che fino a quel momento nessuno aveva saputo a cosa servisse, e portò José Arcadio Secondo in un orto vicino. Il ragazzo si appassionò tanto a quelle incursioni notturne, che trascorse parecchio tempo prima che lo si vedesse nella bottega di Catarino [il bordello, NdInsj].

Gabriel Garcìa Màrquez, Cent’anni di solitudine

Pensavo a questo brano, ieri pomeriggio, parlando con Mattia.
Abbiamo trascorso un pomeriggio molto piacevole, girando per una Bologna che credevo di conoscere un po’ meglio, e invece mi sono reso conto che, probabilmente, da solo mi sarei perso. Tra un negozio di dischi e una fumetteria abbiamo trovato anche il tempo per razziare una libreria, e per emozionarci ricordandoci l’un con l’altro i passi più belli delle decine di libri che ci capitavano sotto le mani.
Più tardi, davanti a un gelato con gusti dai nomi piuttosto insoliti (Inferno, Il Signore degli Anelli, Le Due Torri, Che fatica farlo…), il discorso s’è portato [o meglio, l’ho portato: quando mi ci metto divento una radio, per mascherare la mia timidezza, e spero di non averlo stordito troppo] su ricordi di gioventù. Quando ancora facevo l’educatore in parrocchia, e ancora quando – poco dopo la prima comunione – partecipai al mio primo campo estivo, in un seminario in disuso, su per gli appennini parmensi. Un giorno il prete – un buon uomo, sulla quarantina, dall’indole mansueta – disse che dovevamo prepararci tutti per essere confessati. Solo che, essendo noi una cinquantina di ragazzini, e non riuscendo lui da solo a sacramentarci tutti, dovette chiedere aiuto a un paio di colleghi del luogo. Io, povero ragazzetto di otto o nove anni, ebbi la fortuna di capitare sotto le ali protettive del prete più anziano. Costui passò in rassegna i dieci comandamenti, chiedendomi per ciascuno se avessi molto peccato.
Hai nominato il nome di Dio invano? Hai detto delle brutte parole a tuo papà o a tua mamma? Sei sempre andato a messa? Hai mai rubato qualcosa?
Arrivato al sesto: hai mai commesso atti impuri da solo o in compagnia?
Hai mai commesso atti impuri da solo o in compagnia?
Hai mai commesso atti impuri da solo o in compagnia?
Hai mai commesso atti impuri da solo o in compagnia?
Cazzo, ma avevo otto anni!

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