Il paese che si arroga il diritto di esportare (a suon di bombe) la propria (sedicente) democrazia (di brogli elettorali) e il proprio (altrettanto sedicente) rispetto dei diritti umani, ha appena dato un’altra dimostrazione della propria coerenza.
A San Quentin, California, un uomo è stato ucciso, assassinato per mano di criminali della peggior specie. Chi avrebbe potuto salvarlo non ha mosso un dito.
Stanley "Tookie" Williams è stato giustiziato (ma vi rendete conto di quale sia il livello di ipocrisia a cui può arrivare l’essere umano?) con un’iniezione letale. Il governatore della California, Arnold Schwarzenegger, ha rifiutato di concedere la grazia. E la Corte Suprema ha respinto l’ultimo appello.
L’America, nazione tanto Cristiana che, nel proprio inno, ha tanti di quei riferimenti a Dio da far accapponare la pelle, ha dimostrato ancora una volta di non essersi schiodata di un millimetro dalla posizione raggiunta dai mormoni e dai manichei un paio di secoli fa: se non sei con noi, devi morire. Se sbagli non c’è redenzione, ma sterminio. Insomma, Cristo era un coglione, e i Vangeli sono buffonate. Però loro sono Cristiani, anzi Cristianissimi.
Tookie Williams, nero, 51 anni, è stato condannato a morte per quattro omicidi, avvenuti nel 1979. Dopo ventisei anni di carcere è arrivata l’esecuzione capitale. Il condannato si era sempre dichiarato innocente. Non solo: Williams, ex capo della temibile banda di strada dei Crips, in prigione aveva rinnegato il proprio passato violento, aveva scritto libri per bambini, ed era stato addirittura candidato al Nobel per la Pace. Ultimamente era diventato un’icona per una bellissima campagna contro la violenza giovanile.
Ma, al di là della possibile condanna di un innocente, e per di più pentitosi dei suoi errori, io continuo a riproporre l’interrogativo: è giusta la morte come pena? È ammissibile che uno Stato che si proclama civile calpesti il diritto umano fondamentale – quello alla Vita – in nome di non si sa bene quale interesse? È possibile che si voglia ancora negare la possibilità di redenzione per i criminali? È giusto comminare una pena irreversibile come la morte, quando si sa benissimo che a pronunciare quella sentenza e ad eseguire quella condanna sono uomini il cui giudizio e le cui azioni sono naturalmente soggette ad errori? Errori che non potranno mai più essere corretti? Ma soprattutto, è possibile che, per impedire un omicidio, sia lo stato a macchiarsi le mani di sangue? Anche quando tutte le statistiche dimostrano che la pena di morte non è un deterrente efficace, e che anzi, psicologicamente, in alcuni casi, l’idea che anche lo Stato possa uccidere agisce come giustificazione alla violenza nella mente dei cittadini?

[…] Il settimo dice "non ammazzare"
se del cielo vuoi essere degno.
Guardatela oggi, questa legge di Dio,
tre volte inchiodata nel legno.
Guardate la fine di quel nazareno,
e un ladro non muore di meno.
Guardate la fine di quel nazareno,
e un ladro non muore di meno. […]

(F. De André – Il Testamento di Tito)

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