Ieri mattina un uomo si è ucciso. Un signore di ottantasette anni ha deciso di farla finita, si è legato una corda al collo e ha scavalcato la ringhiera del balcone del primo piano, al quale aveva legato l’altra estremità della corda.
La scena che si è presentata ai miei colleghi – chiamati per soccorrerlo – è stata davvero triste: il cadavere penzolava dal balcone, affacciato sulla strada più trafficata del paese, e non è stato possibile rimuoverlo da lì se non un paio d’ore dopo, all’arrivo dell’autorizzazione del prefetto. E’ per questo che, almeno in parte, mi astengo dal mantenere il segreto professionale, che, in questi casi, mi imporrebbe il silenzio: non ho intenzione di fornire elementi utili all’identificazione di quella persona, ma, al tempo stesso, ieri chiunque passasse per quella via – e non sono stati in pochi – ha potuto vedere con i propri occhi tutta la scena, e purtroppo si sa bene che certe voci corrono molto veloci.
Tuttavia non è mia intenzione dilungarmi nella descrizione di particolari che io stesso non ho visto (il tutto mi è stato riferito); piuttosto, vorrei riflettere su un altro aspetto della vicenda.
Questo non è certo il primo suicidio di cui vengo a conoscenza, in tre anni e mezzo di servizio presso l’Assistenza, e di tutti questi eventi mi ha colpito un aspetto molto particolare: chi sceglie di farla finita non è, normalmente, una persona giovane e disagiata: non sono ragazzi, non sono adolescenti, e non sono nemmeno persone di mezz’età: solitamente sono tutti anziani. E’ una statistica allucinante.
L’ultimo, quello di ieri, era un signore di ottantasette anni, e si è impiccato al balcone. Il penultimo, qualche mese fa, era un signore di un’ottantina d’anni che si era impiccato alla ringhiera delle scale. Un’altra di cui ricordo era una signora sulla sessantina, con diversi problemi di depressione, impiccatasi al termosifone della camera da letto, con il cordone di un accappatoio.
Perché una persona anziana, con probabilmente poco tempo da vivere, con poche pene ancora da sopportare, deve arrivare a un gesto così estremo come il suicidio? Oltretutto, un suicidio così "spettacolare" come quello dell’impiccagione? Forse a quest’ultima domanda posso rispondere subito: io ho parlato solo di suicidi riusciti: numerose altre volte ci siamo trovati a salvare persone che il suicidio l’avevano tentato, nei modi più disparati: dal taglio delle vene all’intossicazione da farmaci; dai gas di scarico della macchina fino all’ingestione di acido. In tutti questi casi, siamo riusciti ad arrivare in tempo e a scongiurare il peggio. Ma con qualcuno che decide di impiccarsi non c’è mai nulla da fare: se il suicidio è stato architettato bene, la caduta del corpo porta il collo a spezzarsi, e a quel punto non c’è più nulla da fare. Una morte rapida e sicura.
Ma perché gli anziani? La società italiana, o in generale la società occidentale moderna, è una società in cui l’aspettativa di vita si è allungata tremendamente. Oggi una persona sa che potrebbe campare tranquillamente fino oltre gli ottant’anni, salvo casi sfortunati. Si sente parlare ogni giorno di invecchiamento della popolazione, e spesso si tende a dimenticare che questo fenomeno porta con sè strascichi piuttosto pesanti: lasciando da parte il problema sociale delle pensioni, parliamo di un altro problema, altrettanto sociale, che è quello della posizione che una persona di ottant’anni riveste nella nostra società.
Una volta, si sa, gli anziani erano rispettati e temuti, ed era il nonno il capo famiglia, ed era lui che prendeva tutte le decisioni all’interno della famiglia allargata, la famiglia contadina. Oggi, con le città e con i lavori moderni, gli anziani, che non possono più lavorare, sono sempre più abbandonati a se stessi, lasciati a marcire nel loro appartamento, con una badante filippina o senegalese, oppure rinchiusi in una casa di riposo, dove vengono tenuti a letto per venti ore al giorno, e su una sedia a rotelle per le restanti quattro ore.
Se aggiungiamo il fatto che l’età avanzata è sempre collegata ad acciacchi e malattie di ogni genere, e che un anziano diventa automaticamente dipendente da diverse scatole di medicinali al giorno, è ormai davvero semplice capire, da questa frettolosa analisi (che oltretutto, me ne rendo conto, è piena di luoghi comuni), come possa un anziano cadere in depressione, e decidere di farla finita.
Forse possiamo chiamarla eutanasia, piuttosto che suicidio. Tuttavia il suicido per impiccagione è una cosa talmente diversa dall’immagine dell’eutanasia che i media ci forniscono in continuazione, che mi vengono numerosi dubbi in proposito. Perché qualcuno dovrebbe scegliere, come "dolce morte", di buttarsi da un balcone con una corda al collo? Mi sembra più un gesto dovuto alla disperazione, piuttosto che una scelta consapevole per far cessare il proprio dolore. Anche perché, solitamente, una persona che sceglie l’eutanasia se ne va dal mondo in pace con esso, cercando di coinvolgere nel suo gesto le persone che gli stanno accanto, in modo che non gli serbino rancore: è difficile che un malato terminale che sceglie di morire lo faccia di nascosto dalla moglie, o dai figli, o comunque che non lasci nulla. Alla moglie del signore di ieri, invece, i famigliari hanno detto che è caduto dal balcone mentre annaffiava i fiori…
In conclusione, siamo proprio sicuri che la possibilità di arrivare ai novant’anni sia un vero vantaggio della nostra società? Io penso davvero di no. O, per lo meno, la cosa non mi alletta per nulla.

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