Oggi ho poca voglia di scrivere, sono pure un po’ inverso e una serie un po’ troppo lunga di cose – iniziata ieri notte a mezzanotte circa – mi ha fatto dormire poco e ragionare molto, ma non mi va di scriverne ora.
Ieri sera, invece, ho visto un film che ho trovato molto interessante: Le ali della libertà, di Frank Darabont (autore, tra l’altro, de Il miglio verde e Mission: Impossible 3). Gli attori protagonisti sono Tim Robbins e Morgan Freeman, entrambi a dir poco superlativi.
La vicenda si svolge quasi tutta all’interno di un carcere, dove i due protagonisti sono detenuti, entrambi per omicidio. Dopo un periodo iniziale di diffidenza, tra i due galeotti scatta l’amicizia, che li porterà ad attraversare una serie piuttosto lunga di vicende all’interno del carcere stesso. Di più non voglio dire, per non guastare la visione a chi ancora non lo conoscesse, tuttavia posso assicurare che si tratta di un film che vale la pena di essere visto. A tratti commovente, a tratti esilarante, essa tratta della catarsi di un uomo (che si ostina, malgrado le evidenze, a proclamarsi innocente) nell’inferno del carcere, e della corruzione che dilaga tra chi il carcere dovrebbe gestirlo. Il titolo originale dell’opera, del resto (The Shawshank Redemption), gioca proprio sul fatto che il carcere di Shawshank dovrebbe servire per redimere i carcerati, e non per alienarli, "istituzionalizzarli", renderli schiavi e incapaci anche solo di sognare una vita lontana da lì, costringerli a desiderare la morte.
Un bel film. Storia interessante – anche se c’è qualche lungaggine – e, davvero, interpreti superlativi. La voce di Morgan Freeman, che fa da narratore nei momenti di stacco dell’azione, ci prende per mano e ci racconta una storia che, davvero, val la pena di essere sentita.

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