Domani, 6 agosto, sarà il sessantesimo anniversario di uno degli attentati terroristici più impressionanti della storia dell’uomo: la strage di Hiroshima, rasa al suolo con una bomba atomica all’uranio (Little Boy). Tre giorni dopo, il 9 agosto 1945, fu rasa al suolo anche Nagasaki, stavolta con una bomba atomica al plutonio (Fat Man).
Basta una breve ricerca su Inernet per rendersi conto di quante persone si siano chieste il perché di tutto questo. Di particolare interesse, alcune pagine riportanti documenti dell’epoca:
– Una cronologia di documenti che hanno testimoniato lo svilupparsi della situazione.
– Una immagine del comunicato stampa che Truman rilasciò il giorno stesso del lancio della prima bomba atomica.
– Parti della trascrizione del discorso che Truman tenne alla nazione il 9 agosto, tre giorni dopo. Purtroppo non sono ancora riuscito a trovare il testo completo del discorso, ma quello che vi si legge è già abbastanza.
Che dire di tutto ciò? Iniziamo, come sempre, la nostra analisi dall’inizio: la costruzione della bomba atomica.
In America fior fiore di scienziati (tra l’altro quasi tutti stranieri, e tra loro anche il nostro Enrico Fermi), dal 1939 al 1945, hanno lavorato alacremente alla costruzione di un ordigno bellico che fosse in grado di utilizzare, a scopo distruttivo, l’energia atomica, prevalentemente proveniente dalla fissione di materiali radioattivi come l’uranio e il plutonio. La grande paura di quegli anni, che è poi anche la giustificazione che Truman e altri hanno adottato per tutti i miliardi di dollari spesi in quelle ricerche, era che anche i Tedeschi stessero lavorando allo stesso progetto, e che potessero arrivare prima degli americani ad una soluzione degli immani problemi da risolvere. In particolare, come trasportare la massa critica senza che si innescasse la reazione a catena prima del tempo; e come fare poi ad innescare tale reazione nel modo più distruttivo possibile.
Ma davvero i Tedeschi erano così vicini al successo? Molti storici hanno indagato il problema, e ad una conclusione molto affascinante è giunto un nutrito drappello di storici. Su tale idea si fonda anche il bellissimo testo teatrale di Copenaghen, scritto da Michael Frayn, spettacolo che ho avuto la fortuna di vedere anni fa al Piccolo Teatro di Milano. Ma qual era tale idea? E’ presto detto. L’opera di Michael Frayn si basa su un incontro, effettivamente avvenuto nel settembre 1941 a Copenhagen, tra Niels Bohr (grandissimo fisico danese, padre della meccanica quantistica e inventore del modello atomico cosiddetto planetario) e il suo ex alunno Werner Heisenberg (altro genio della fisica, noto soprattutto per il suo principio di indeterminazione, che ha completamente sconvolto la scienza e, soprattutto, la filosofia del Novecento). Di quell’incontro non si sa nulla: è fitto mistero su cosa si siano detti quei due. L’unico testimone della scena fu la moglie di Bohr. Frayn immagina che Heisenberg, Bohr e la moglie si ritrovino in un aldilà senza tempo, e riparlino di quell’incontro segreto. Gli spunti filosofici non mancano, e il testo di Frayn è davvero stupendo, ma quello che mi preme evidenziare qui è il fatto che, a detta di molti, e dello stesso Frayn (che ovviamente si basa su documenti storici molto precisi) i tedeschi fossero ben lungi dall’ottenere una bomba atomica. I loro studi non erano andati molto al di là di un prototipo di reattore per ottenere energia elettrica, e dal quale eventualmente ottenere uranio arricchito per studi ulteriori. Tale prototipo però non funzionò mai a regime, anche a causa del fatto che il luogo scelto per la sua costruzione – come del resto gran parte del territorio tedesco – era bersaglio di quotidiani bombardamenti che, ovviamente, avrebbero potuto porre in serissimo pericolo la vita di chi vi lavorava. Ma, al di là di questo, un’ipotesi avanzata da Frayn e soci sostiene che fosse stato lo stesso Heisenberg a manomettere, o sabotare, dall’interno tutti i piani del Reich. Come? Nel modo più insospettabile: sbagliando apposta i conti. Egli aveva infatti stimato che, per costruire una bomba atomica, sarebbe stata necessaria una quantità di materiale radioattivo svariate centinaia di volte maggiore di quella effettivamente necessaria, convincendo così il Fuhrer e i suoi scagnozzi che il progetto fosse irrealizzabile. Cosa abbia spinto Heisenberg a comportarsi così, effettivamente, non si sa: forse è stata la sua coscienza, forse invece le pressioni dello stesso Bohr, deciso antifascista, che potrebbe averlo convinto – o soltanto sospinto in quella direzione – in quel famoso incontro a Copenaghen. Anch’io, nel mio piccolo, sono abbastanza convinto che Heisenberg quei conti li abbia sbagliati apposta. E la cosa che me ne ha convinto è stata la constatazione che, poco tempo dopo la caduta del Reich, quando Heisenberg e i suoi colleghi tedeschi si trovavano prigionieri (più ospiti che prigionieri, per la verità) in Inghilterra, Heisenberg rifece quei conti e, stavolta, li azzeccò al centesimo di grammo. Fu un errore di distrazione, o piuttosto una manomissione? Non lo sapremo mai, probabilmente, ma quello che è ormai praticamente certo è che la Germania non sarebbe mai riuscita a costruire una bomba atomica.
Men che meno il Giappone, la cui unica difesa erano ormai i kamikaze, piloti pronti a sacrificare la vita pur di contribuire a salvare la patria, schiantandosi con aerei imbottiti di esplosivi sulle navi nemiche.
E sembra che tutto questo, in America, lo sapessero fin troppo bene: non dimentichiamoci che il servizio di spionaggio era efficacissimo, e sicuramente una cosa del genere non sarebbe passata inosservata.
Sta di fatto che, malgrado tutto, la bomba atomica fu pronta solo a guerra finita. Ormai la Germania era già caduta sconfitta, l’Italia era da un pezzo controllata dagli Alleati, e l’unica nazione ancora belligerante era il Giappone che – peraltro – era ad un passo dalla resa, e numerosi incontri diplomatici erano già stati fatti in questo senso.
Perché dunque le carneficine di Hiroshima e Nagasaki? Perché distruggere due intere città con un’arma di quella portata, quando ormai la cosa era inutile? A prescindere dal fatto che, a mio modesto parere, l’utilizzo di mezzi del genere su una popolazione civile inerme sarebbe stata un crimine orrendo anche se avesse avuto davvero una sua uilità per la fine di una guerra.
In quel giorno morirono circa 100.000 persone, un terzo della popolazione di Hiroshima. Entro la fine di quello stesso anno ne morirono altre 35.000. Le cifre sul numero totale di vittime da quel giorno in poi sono, purtroppo, molto contrastanti, anche perché un conto esatto sul lungo periodo è praticamente impossibile, ma c’è chi parla di oltre 230.000 decessi.
Il 9 agosto, a Nagasaki, persero la vita altre 70.000 persone, e, in mancanza di dati più precisi, vi lascio immaginare il numero di vittime sul lungo periodo.
La ragione del lancio delle bombe, dal momento che la loro utilità pratica sul fronte della guerra era inesistente, è da ricercare in numerosi altri fattori.
Sicuramente il lancio di due bombe di quella portata doveva essere un segnale chiarissimo della supremazia totale degli Stati Uniti su ogni altro Stato del mondo: una prova di forza inconfutabile che potesse spaventare i nemici e renderli rispettosi e docili come agnellini. Anche in vista del fatto che, a quell’epoca, l’URSS non aveva ancora l’atomica, ed era già vista come un possibile futuro nemico.
Inoltre, forse, c’era anche il bisogno di evitare la brutta figura di aver speso miliardi di dollari e faticato per tanti anni e poi arrivare tardi, a guerra finita, quando ormai la bomba non serviva più a nulla. E così, piuttosto che tenerla in magazzino…
Un’altra ragione per tirare quelle bombe – ed è una ragione, purtroppo, molto plausibile – poteva essere la volontà di sperimentare gli effetti di un’esplosione atomica su bersagli umani. Già alcuni test erano stati fatti sul suolo americano, in qualche deserto che ora non ricordo, tuttavia gli effetti sull’uomo erano ancora sconosciuti. E così perché perdere la possibilità di sperimentare due bombe diverse nel giro di una sola settimana? Una al plutonio, l’altra all’uranio. Quali cavie migliori dei musi gialli, che oltretutto in quei giorni sono gli unici ad avere la sfiga di essere ancora nemici ufficiali dell’America?
Il risultato? Centinaia di migliaia di vite spezzate, centinaia di migliaia di persone ammalate o storpiate. E perché? Per qualcosa che era poco più di un capriccio.
Ah, chiudo riportando una piccola citazione proveniente dal discorso radiofonico che Truman fece alla Nazione il 9 agosto 1945:
The world will note that the first atomic bomb was dropped on Hiroshima, a military base. That was because we wished in this first attack to avoid, insofar as possible, the killing of civilians. But that attack is only a warning of things to come. If Japan does not surrender, bombs will have to be dropped on her war industries and, unfortunately, thousands of civilian lives will be lost. I urge Japanese civilians to leave industrial cities immediately, and save themselves from destruction.
Traduco per chi ha problemi con l’inglese:
Il mondo noterà che la prima bomba atomica è stata sganciata su Hiroshima, una base militare. Questo perché abbiamo cercato, nel nostro primo attacco, di evitare, per quanto possibile, l’uccisione di civili. Ma questo attacco è solo un avvertimento di quello che deve ancora venire. Se il Giappone non si arrende, saremo costretti a sganciare bombe sulle sue industrie belliche e, sfortunatamente, centinaia di vite civili andranno perse. Io consiglio vivamente ai civili giapponesi di evacuare immediatamente le città industriali, e salvarsi dalla distruzione.
C’è bisogno di ricordare che le vittime delle due bombe atomiche furono quasi interamente civili?

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