Ultimamente sto facendo un po’ troppi turni in Pubblica, me ne sto convincendo anch’io.
Devo ancora trovare il tempo di raccontarvi l’intervento di qualche giorno fa, che ha visti protagonisti – tra gli altri – me ed Ekatherine, ed ecco che ieri un altro intervento chiede a gran voce di essere descritto a sua volta.
E, dal momento che sono anche ora in turno, non escludo che se ne possa aggiungere un terzo, vista la sfiga che porto ultimamente.
Per scongiurare, dunque, la fatalità di dover raccontare tre interventi in un solo post, quindi, mi accingo ad aprire le danze.

Giovedì 16 giugno. Subito dopo pranzo, mentre ci accingiamo a lavare i piatti, sentiamo squillare, giù in centralino, il telefono della centrale. Pochi secondi ed arriva anche il suono, ben più minaccioso, della sirena delle emergenze, che il centralinista suona ogni qual volta debba uscire l’automedica, chiamando tutti ai posti di combattimento.
Ci precipitiamo giù, volando (o rotolando, non ricordo) per le scale: codice rosso, paziente non cosciente, non respira. Sul posto, a pochi metri dalla nostra sede, in abitazione, ci aspetta anche il medico di famiglia.
Dopo una corsa in sirena che sarà durata sì e no trenta secondi, l’automedica parcheggia davanti al numero N di via XXX. Io, il dottore e la mia discepola (la militessa che stavo addestrando) scendiamo come un sol uomo. Intanto che io e l’addestranda ci precipitiamo a scaricare i vari zaini e il defibrillatore, il dottore si fionda verso il cancello, lo apre e corre via. Sono pochi terribili secondi ma, mentre noi ci giriamo, il cancello si chiude irrimediabilmente, ed il medico è già lontano, già entrato in casa. Momenti di panico. Nel frattempo, tempo altri trenta secondi, arriva anche l’ambulanza, dalla quale scende la mitica Ekatherine, anche lei con il proprio discepolo personale. Proviamo a suonare tutti i campanelli, ma nessuno risponde. Allora io ed Eka decidiamo di scavalcare: per fortuna la cancellata non è alta. Ci facciamo poi passare gli zaini e corriamo verso la porta, che per fortuna non ha sbattuto, ed è ancora aperta. Per sicurezza, la blocco con un portaombrelli.
Ovviamente le cose non sono mai semplici, e la Divina Provvidenza deve aver deciso che le nostre vite sono un po’ troppo sedentarie, ed abbiamo bisogno di più allenamento. Quindi, dopo il salto ad ostacoli, ci aspetta lo step: la paziente è al quinto piano: otto rampe di scale più la scaletta della mansarda.
Arrivati su, con la lingua a penzoloni, non abbiamo nemmeno il tempo di tirare il fiato o di asciugarci la fronte (oltre tutto, c’è un caldo da crepare), perché il medico di famiglia e il nostro medico stanno già praticando alla paziente, una donna sulla settantina, un massaggio cardiaco.
Delego ad Ekatherine il compito di predisporre il pallone di Ambu (quella sorta di palloncino che usano nei film per “ventilare” un paziente che non respira da solo) e la mascherina, intanto che mi occupo di posizionare gli elettrodi del monitor defibrillatore. Sono momenti concitati: la mansardina è una minuscola cucina, occupata per metà da un tavolo in legno con relative sedie. La paziente si trova riversa per terra dietro al tavolo, sotto la finestra. Sul fornello, ancora acceso, la caffettiera bolle ormai da qualche minuto. Nella stanza, oltre alla paziente, siamo in quattro: due medici e due soccorritori. Pochi secondi dopo arrivano anche i due discepoli e i due autisti, ed è il caos.
In mezzo alla ressa, riesco per fortuna a scavalcare la paziente e ad appoggiare gli zaini per terra. Prendo la busta degli elettrodi, la strappo ed inizio la manovra di posizionamento. Intanto butto un occhio al viso della paziente, e vedo che la bocca si muove leggermente, come se stesse boccheggiando, e penso: ma non era in arresto cardiaco?
Finalmente posiziono gli elettrodi ed accendo il defibrillatore: bip bip bip bip bip… Frequenza cardiaca: 100 battiti/minuto. Guardo nostro medico, che diventa rosso come un peperone, mentre il medico di famiglia fa finta di non vedere: stavano massaggiando una persona che era ben lungi dall’essere in arresto cardiaco. Il medico di famiglia, arrivato sul posto e spaventato dalla situazione, s’è subito messo ad effettuare la rianimazione, senza fare le dovute valutazioni, ed il nostro medico, fidandosi del collega, si era precipitato ad aiutarlo, senza fare domande…
Il motivo della perdita di coscienza della paziente, certamente, c’era, ed era pure un motivo più che valido: la signora aveva infatti una saturazione di ossigeno nel sangue del 52%. Per chi non è pratico di questi valori, normalmente il corpo umano lavora sopra il 95%. Il 90% è la soglia minima di allarme: al di sotto, il paziente ha urgente bisogno di ossigeno. Sotto l’80%, solitamente, la persona è in coma, e a lungo andare manifesta danno atossico cerebrale che può causare deficit irreversibili.
A quel punto, anche grazie alle spiegazioni del medico di famiglia, siamo riusciti a capire la causa del malore: una crisi asmatica piuttosto violenta, tale da mandare la paziente in gasping (in pratica, in arresto respiratorio).
Somministrato Urbason (cortisone), per sgonfiare le vie respiratorie, e Lasix per abbassare la pressione e favorire l’eliminazione di liquidi in eccesso, abbiamo tentato – invano – di aprire la bocca della paziente per farle inalare il Broncovaleas, che è il farmaco che viene utilizzato normalmente per curare gli attacchi d’asma: la bocca era, però, chiusa ermeticamente, e tutto quello che siamo riusciti a fare è stato spruzzargliene un po’ sulla lingua, senza – ovviamente – alcun effetto.
Dopo aver posizionato una cannula di Mayo (una sorta di tubo rigido incurvato che serve per permettere al paziente di respirare evitando che la lingua ostruisca il passaggio dell’aria), abbiamo aspirato diversi centilitri di secrezioni (sangue e muco) ed abbiamo somministrato ossigeno ad alta concentrazione.
Il trasporto dall’abitazione all’ambulanza (giù per nove rampe di scale) e poi il viaggio sull’ambulanza stessa, in sirena fino al pronto soccorso, non sono stati tra i più felici, ma – per fortuna – ancora una volta la favola s’è conclusa positivamente: malgrado un’incrinatura ad una costola (dovuta probabilmente al massaggio cardiaco, ma forse anche alla caduta a terra), la paziente, dopo alcuni giorni di coma in rianimazione, è sensibilmente migliorata, ed è stata trasferita in un reparto di lunga degenza del nostro ospedale.

Mercoledì 22 giugno. Sono le cinque di sera, e stiamo già cominciando a rilassarci pensando alla cena (abbiamo già svolto due servizi piuttosto impegnativi: sarebbero da raccontare anche quelli, ma non ne ho la forza) ed ormai speriamo di aver finito.
Poveri illusi! Alla fine del turno mancano ancora tre ore, e in più – per me – tutto il turno di notte!
E così, mentre tento di appisolarmi sugli appunti di Elettronica dei Sistemi Digitali, sento – ancora una volta – il telefono della centrale che squilla, giù, in lontananza. Dopo pochi secondi, ancora, la sirena.
Dopo un nuovo volo dalle scale, il centralinista ci assegna la destinazione: YYY, davanti alle scuole medie. Ciclista sbalzato, si riferisce violento sanguinamento.
Per la terza volta in un pomeriggio voliamo sull’ambulanza (l’automedica, purtroppo, era dal carrozziere per essere riverniciata) ed accendiamo le sirene. Dopo una decina di minuti di corsa, vediamo, in strada, la bicicletta: le ruote sono completamente deformate, ma il telaio è ancora integro, quindi non ci può essere passata sopra una macchina. In qualche modo, quel ciclista deve essere caduto da solo. Ci avviciniamo ancora, ed ecco che – dietro un folto capannello di gente – intravediamo il ferito: è un ragazzino di diciassette anni, il volto ridotto ad una maschera di sangue. Sangue che ha già creato una bella pozzanghera sotto il suo corpo, in particolare sotto la testa, ed impregna l’aria con il suo odore dolciastro. Ma è solo il volto ad essere rovinato: il resto del corpo sembra essere stato risparmiato dall’impatto con l’asfalto.
Il labbro superiore, dalla base del naso in giù, è completamente aperto in due, e lo spacco prosegue anche nel labbro inferiore, fino alla fossetta del mento. Sotto la ferita, si vedono direttamente i denti e le gengive. Il naso stesso è visibilmente deformato.
Il ragazzino fa molta fatica a respirare, non riesce a parlare, riesce solo a piagnucolare qualcosa che assomiglia a un “non riesco a respirare”. Cerca continuamente di toccarsi il volto, e noi cerchiamo di evitare che si procuri altro danno. Aspiriamo tutto il sangue che riusciamo a vedere, in bocca, per permettergli di respirare meglio, e somministriamo ossigeno ad alta concentrazione. Intanto che io e il soccorritore dell’ambulanza posizioniamo un collare cervicale, il medico – aiutato dall’autista – posiziona un catetere venoso e provvede a ripristinare i liquidi persi con un paio di sacche di soluzione fisiologica. Quindi somministriamo una morfina per diminuire il dolore, e un Plasil per evitare i conati di vomito indotti dall’ingestione del sangue.
Anche stavolta, purtroppo, il trasporto non è stato per nulla semplice: in ambulanza il ragazzo, con lo stato di coscienza piuttosto alterato a causa del forte trauma cranico, cercava di strapparsi di dosso la mascherina dell’ossigeno, e cercava di impedirci di utilizzare la cannula dell’aspiratore per rimuovere il sangue che lo stava soffocando. All’arrivo in pronto soccorso l’ambulanza sembrava un campo di battaglia: sangue ovunque, e, sparsi per terra, ogni tipo di presidi e sacchetti e confezioni di plastica e garze sporche…
Le notizie che ci sono arrivate oggi dall’ospedale sono, per fortuna, anche qui, rassicuranti: il ragazzo è sì finito in rianimazione, ma – a quanto sembra – solo allo scopo di poter essere tenuto artificialmente in stato di coma, per potergli fare tutti gli esami del caso senza farlo soffrire inutilmente, anche per decidere in merito all’intervento ricostruttivo.

Qualcuno dice che noi soccorritori siamo, a volte, un po’ cinici, e ci nutriamo delle disgrazie altrui. Per quello che mi riguarda, a darmi la forza di andare avanti non sono le disgrazie, ma il sapere che la mia opera è servita a far stare meglio qualcuno, o a salvargli la vita, o anche solo a farlo sorridere un po’ durante il trasporto in ambulanza. Sono queste le cose che ti fanno sentire davvero vivo.

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