Ieri sera penultima lezione del Corso Base in Pubblica. Se Dio vuole, sta per finire. Anche perché, a parte le tre-quattro lezioni in cui ho fatto da relatore, sto iniziando ad averne un po’ le palle piene di avere tre sere a settimana impegnate così. Anche perché questo è il quarto corso che seguo, tra quelli in cui ho fatto da discepolo e quelli in cui ho fatto da maestro.
L’argomento di ieri sera erano le patologie ginecologiche, ostetriche e neonatali. Tutte cose che, di solito, non si vedono mai. Purtroppo non capita mai di vedere donne che partoriscono in ambulanza, ma per fortuna non capita mai nemmeno di vedere neonati in fin di vita o donne con minacce d’aborto.
O meglio, quasi mai.
Già, perché ieri pomeriggio, poche ore prima della lezione del corso, siamo usciti per quello che si è rivelato il servizio più brutto della mia carriera di soccorritore.
Bambina piccola, di meno di un anno, con febbre alta e convulsioni.
L’ambulanza era in pronto soccorso che sbarellava un altro paziente, quindi noi, con l’automedica, siamo arrivati sul posto quasi dieci minuti prima di loro. La bimba era in strada, in spalla al padre: ci aspettavano giù per farsi vedere immediatamente. Le condizioni della piccola erano abbastanza brutte: la prima crisi convulsiva era già passata, e ora lei si trovava in fase post-critica, di perdita totale di coscienza. Visto che l’ambulanza non arrivava, l’abbiamo portata in casa, appoggiandola sul tavolo della cucina per poter lavorare al meglio. Intanto che il dottore la portava in casa, in braccio, la piccola ha iniziato la seconda crisi convulsiva, che è durata tantissimo, attorno ai cinque minuti. Anche mentre era sul tavolo continuava ad agitare le gambe e le braccia ritmicamente, con la bocca serrata e gli occhietti spenti. Uno degli spettacoli più brutti che si possano vedere.
Intanto che il medico cercava di liberarle la bocca per farla respirare meglio, aspirando l’abbondante muco che la ostruiva, io ho preparato una fiala di Valium, che abbiamo dovuto somministrare per via rettale, ma anche quella ha fatto effetto solo dopo qualche minuto. Abbiamo provato a monitorare i parametri vitali: frequenza cardiaca altissima, sui duecento battiti al minuto, e saturazione di ossigeno piuttosto bassa, attorno al 90%. Appena è arrivata l’ambulanza abbiamo fatto portare in casa una bombola d’ossigeno portatile, ma ci siamo trovati di fronte al problema di come farle arrivare l’ossigeno senza utilizzare la mascherina che, essendo un modello per adulti, le avrebbe coperto l’intera testa. La solzione trovata è stata quella di tagliare il tubicino di raccordo e porlo vicino alla sua bocca.
Per fortuna la saturazione è salita subito a livelli accettabili (sopra il 98%).
Il dottore, intanto che noi ci affaccendavamo con l’ossigeno, ha tentato di mettere alla piccola un catetere venoso, per avere un accesso diretto in caso di bisogno, per somministrare farmaci in modo rapido e sicuro. Purtroppo però, data la crisi convulsiva ancora in corso, e data la difficoltà di prendere una vena in bambini così piccoli, ha dovuto rinunciare, non prima di aver praticato cinque o sei punture. Comunque al medico va tutta la mia stima perché, in una situazione tanto delicata, ha saputo mantenere la calma e ha gestito tutte le manovre di soccorso in modo impeccabile, malgrado si vedesse chiaramente che era piuttosto scosso. Probabilmente anche per il fatto che lui stesso ha due bambine piccole, in casa…
Appena la crisi è cessata, per effetto del Valium, abbiamo provveduto a caricare la piccola sull’ambulanza e a volare verso il pronto soccorso neonatale con tutta la velocità possibile. Ma vi assicuro che quei dieci minuti scarsi di viaggio dalla casa all’ospedale sono stati i più lunghi della mia vita.
Abbiamo posizionato subito sul torace della bimba gli elettrodi del monitor per l’elettrocardiogramma, e vi assicuro che anche quello non è stato un elemento di tranquillità. Provate ad immaginarvi una corsa in sirena verso il pronto soccorso nel retro di un’ambulanza. Siete in tre: due soccorritori e un medico. Vi state affaccendando su una bimba che, della barella, occupa solo il cuscino superiore. Dal suo corpo si snodano una mezza dozzina di cavi e tubi, tra l’ossigeno e gli strumenti di monitorizzazione, e nel frattempo il monitor defibrillatore vi spara duecendo "bip" al minuto, che si vanno a sommare al suono della sirena. Voi non doveve predere la concentrazione, non dovete pensare a quanto siate scomodi in quella posizione, con una mano che regge il tubo dell’ossigeno e l’altra che cerca di aspirare il catarro dalla bocca della piccola, intanto che il dottore cerca ancora di piazzare quel dannato catetere venoso, e l’altro soccorritore cerca di raffreddare la piccola con un po’ di ghiaccio, continuando nel frattempo a cercare di riposizionare la molletta del pulsossimetro che costantemente scivola via dalla manina della bimba.
La classica situazione nella quale non vorreste mai trovarvi.
Eppure ci siete dentro fino al collo, e vi assicuro che in quei momenti avete tanta di quell’adrenalina in corpo che l’unica cosa alla quale pensate è cosa fare per farla stare meglio.
Poi, a servizio finito, quando la piccola è nelle mani dei sanitari dell’ospedale, allora potete pensare tranquillamente a svenire sul sedile dell’automedica, perché il vostro compito l’avete già effettuato al meglio. E la soddisfazione di essere riusciti a fare tutto senza errori, e a portare la bambina viva a destinazione, è talmente tanta che solo chi la prova può capire cosa spinga una persona come me a imbarcarsi in un impegno come quello del soccorritore.

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