In questi giorni sono stato un po’ assorbito dalla pubblica, e in effetti tutti, attorno a me, si lamentano che non ci sono mai: i miei amici, i miei genitori…
Eppure sento di avere fatto la scelta giusta. Fare volontariato non solo mi piace tantissimo, ma sento che mi aiuta anche molto a livello di crescita personale, ed è per questo che spero, l’anno prossimo, di essere preso nel progetto di Servizio Civile Volontario.
Oggi ragionavo sul fatto che la posizione di volontario del soccorso garantisca un campo d’osservazione praticamente sterminato a chi abbia anche solo la curiosità di cercare di investigare l’animo umano, nella sua molteplicità e complessità di forme.
Ultimamente di pazienti strambi me ne sono capitati a iosa.
Ieri sera, per esempio, siamo andati a prendere, alle otto di sera, una signora caduta per terra al mattino alle undici e mezza, intanto che riordinava la stanza. Ma, ovviamente, la signora ha pensato bene, visto che era a casa da sola, di non chiamare aiuto, ma di mettersi a letto ed aspettare che la figlia tornasse dal mare. Così, alla sera alle otto, ha chiamato il 118 per farsi ricoverare.
I cancheri che le abbiamo tirato li sa solo lei. A cominciare dal fatto che non era per nulla leggera (un centinaio di kg li sarà stati), ed aveva un dolore di schiena tale da non riuscire nemmeno a muoversi. Abbiamo dovuto caricarla su una speciale barella (chiamata "barella a cucchiaio", perché di solito viene utilizzata per raccogliere da terra i politraumatizzati) e trasportarla a braccia fino all’ambulanza. Ovviamente non abitava al piano terra, nossignore, e le scale non erano nemmeno troppo larghe, perché sennò sarebbe stato tutto troppo facile. E così, in tre (io, Eka e il mitico Pagnotta) abbiamo fatto una fatica immane per riuscire a caricarla. Per fortuna non l’hanno dimessa subito, altrimenti ci saremmo anche dovuti alzare nel cuore della notte per rifare la trafila e ripotrarla a casa… non oso pensarci!
Lunedì mattina, invece, siamo stati chiamati per un codice rosso (paziente con problemi respiratori) in un posto piuttosto distante dalla sede (venti minuti buoni di viaggio in sirena, anche perché l’autista non era dei più scantati…). Arrivati sul posto, abbiamo trovato la figlia che, dal cancello di casa, ci faceva segno. Smonto dall’ambulanza e mi precipito dentro. Lei non dice niente, mi fa solo un cenno generico verso l’interno del cortile. Io corro avanti, giro dietro la casa e mi trovo davanti a tre grossi cani da caccia dall’aria poco socievole. Meno male che ho sempre avuto cani pure io, e quindi non ho paura. Torno comunque indietro per chiedere informazioni, perché ci sono due porte, entrambe chiuse a chiave… La signora me ne indica una terza, che ha tutta l’aria di condurre in uno scantinato. Ignoro i cani e apro la porta: mi ritrovo in una sorta di ripostiglio, in cui due uomini piuttosto anziani sono intenti a cambiarsi l’abito da lavoro. Mi guardano un po’ imbarazzati, poi mi indicano l’altra stanza. Corro dentro, e lo spettacolo che mi si para davanti è abbastanza tragico. Nella terra degli insaccati, secondo voi, i malati che dobbiamo soccorrere potranno essere inferiori ai cento chili di peso? Ma ovviamente no! La malata ne sarà stati almeno cento trenta. Una pancia enorme, come una mongolfiera, dalla quale spuntavano quattro arti tozzi e gonfi, dalla pelle tesa e durissima, e una protuberanza che poteva anche assomigliare vagamente a una testa.
La signora respirava malissimo, la saturazione era sul 50% (calcolate che la saturazione è il livello di ossigeno nel sangue, espresso in percentuale sulla quantità di emoglobina presente in circolo. Normalmente deve essere superiore al 95%. Sotto il 90% il paziente diventa blu, e può andare in coma…). Caricarla in ambulanza è stata una vera impresa: stavolta eravamo in quattro: autista e milite dell’automedica, autista e milite dell’ambulanza, ma vi assicuro che il trasporto dalla poltrona all’ambulanza è stato qualcosa di sconvolgente.
Somministrando ossigeno ad elevate concentrazioni le condizioni della paziente sono migliorate notevolmente, ma sono peggiorate decisamente le nostre: la signora infatti puzzava di sudore, di urina, di vomito e di vecchiaia, e, oltre tutto, la sua massima preoccupazione era: "ma all’ospedale mi daranno da mangiare?". E tu devi rassicurarla, dirle che senz’altro le daranno qualcosa, anche se pensi: "tu nella tua vita hai già mangiato anche troppo, ora puoi anche smettere che campi benissimo lo stesso!"…
C’è persino stato un paziente, qualche giorno fa, che ha preso a pugni il nostro medico. Ma, purtroppo, non vi posso raccontare la scena, perché non ne sono stato testimone diretto. Però, conoscendo quel medico, mi sarebbe piaciuto vederla

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