In questi ultimi giorni purtroppo la voglia di scrivere m’è sempre mancata, così come – in effetti – pure gli argomenti. Questa settimana tocca a me (e a Eka, fresca di nomina) organizzare i turni in Pubblica, e vi assicuro che è una cosa piuttosto stressante. Soprattutto quando, oltre alla Pubblica, hai anche gli esami che ti assillano: devo assolutamente laurearmi entro ottobre, e sul libretto mancano ancora otto firme!
Ieri sera, però, è successa una cosa decisamente degna di nota, anche perché, probabilmente, cambierà parecchio il mio modo di rapportarmi con i miei genitori, per quanto riguarda la mia sessualità.
Festa di compleanno di mia nonna paterna. A cena, oltre a me, mio fratello e i miei genitori, c’erano anche le due nonne, e una coppia di zii paterni.
Alla fine del banchetto, mentre le donne sparecchiavano, io, mio zio e mio padre siamo rimasti a parlare un po’ del più e del meno. Si parlava di famiglia; non ricordo nemmeno come sia partita la discussione – anche perché il vino di mio padre (che peraltro lui non può bere) m’aveva un po’ dato alla testa -, fatto sta che mio zio se n’è uscito con una bella pestata colossale (già, ma lui non sa di me!), affermando che, secondo lui, non è giusto che gli omosessuali possano adottare dei bambini. Le sue motivazioni erano le solite, nemmeno espresse troppo bene: quei bambini sarebbero oggetto di derisione da parte degli altri; per un bambino ci vogliono due genitori; ecc. ecc. Insomma la solita solfa. E ovviamente si aspettava che io e mio padre esprimessimo tutta la nostra solidarietà alle sue tesi. Io ero lì che ridacchiavo sotto i baffi, evitando di guardarlo, con una gran voglia di dirgli "ma grazie!". Mio padre invece ha fatto quello che non mi sarei mai aspettato: ha preso le difese degli omosessuali.
Mio padre è laureato in pedagogia, e ha insegnato in una scuola elementare per vent’anni, prima di vincere il concorso riservato, tre anni fa, e di andare ad insegnare storia e filosofia in una scuola superiore.
Quando ho rivelato ai miei di essere omosessuale, mia madre è andata in piena crisi isterica, e l’ha presa veramente malissimo. Anche mio padre non l’ha presa bene, ma suppongo che sia stato principalmente a causa di mia madre: vedendo la sua reazione, non ha fatto altro che assecondarla. Dal momento del mio coming out, per un paio di settimane, mia madre non faceva che rinfacciarmi la mia omosessualità, cercando di obbligarmi con ogni tipo di ricatto ad andare da uno psicologo e a "curarmi". Poi, una sera, dallo psicologo ci sono andati loro, e, improvvisamente, le acque si sono calmate. Mai più un accenno, negli ultimi due anni. Ci siamo sempre comportati tutti come se nulla fosse successo.
E ieri sera, invece, mio padre ha tirato fuori uno studio di uno psicologo sui bambini cresciuti nei kibbuz israeliani. Per chi non lo sapesse, dirò molto brevemente che i kibbuz erano villaggi organizzati in modo molto particolare: comunità agricole autonome create con lo scopo di sopravvivere e difendersi in un ambiente ostile come la Palestina, dall’inizio del Novecento in poi. In queste comunità non esistevano le famiglie, né i matrimoni. I bambini che nascevano venivano allevati in particolari "case dei bambini". Immaginate una sorta di collegio, ma senza la presenza di adulti che intervenissero a fornire loro una particolare educazione.
A formare la loro personalità, dunque, non concorrevano le due classiche figure materna e paterna: a sostituirle era la figura della comunità, dei pares inter pares. Non c’era nessun adulto a sgridarli se si comportavano male, ma non ce n’era bisogno, perché i "cattivi" venivano automaticamente esclusi dalla comunità di bambini, e non c’era nulla di peggio di quello. Per questo tutti "rigavano dritti" e andavano, per quanto possibile, d’amore e d’accordo. Senza l’intervento di adulti.
Lo psicologo autore di questa ricerca ha affermato che sì, effettivamente, questi bambini hanno una mentalità diversa da quella dei bambini cresciuti in una famiglia "convenzionale", ma tale mentalità non è né migliore né peggiore dell’altra. E’ solo diversa. E non incompatibile.
Mio padre ha concluso il suo ragionamento dicendo che un bambino, secondo lui, può crescere tranquillamente con una coppia di omosessuali come genitori adottivi, perché, dal punto di vista psicologico, ciò non provoca nessun tipo di trauma. Il problema, certo, è l’integrazione con la società; ma finché qualcuno non comincia, la società, da sola, non cambierà. E l’esempio lampante di tutto questo è l’Olanda, in cui le adozioni da parte di coppie gay sono già permesse da tempo, e anche queste "famiglie non convenzionali" sono perfettamente integrate nella società.
Dopo due anni di silenzio, mio padre ha espresso il suo pensiero. Su di me, non sulle adozioni. Parlando a mio zio, in realtà parlava a me, dandomi una sorta di "benedizione", e, in ogni caso, riconoscendo come legittima e del tutto normale la mia sessualità.
Ora non mi resta che cercare – o creare – l’occasione per poter approfondire con lui l’argomento, per sapere davvero cosa pensa. Ma, in ogni caso, mi sento un po’ meno solo, e sento di poter affrontare il mio futuro con più serenità.
Già, ora non mi resta che trovarmi un ragazzo… impresa, purtroppo, rivelatasi non facile!

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