Ho appena assistito ad un film che ha suscitato in me sentimenti piuttosto contrastanti. Si tratta di Mystic River. Il regista è un certo Clint Eastwood, mostro sacro del cinema americano, e tra gli interpreti troviamo Sean Penn, già indimenticabile nel ruolo del condannato a morte in Dead man walking (la citazione non è casuale, poi ne parleremo), Tim Robbins (da Top gun a The truth about Charlie passando per Mission to Mars, Cadillac Man, ecc.), Kevin Bacon (Apollo 13, Tremors…), Laurence Fishburne (Morpheus nella saga di Matrix ma anche, per chi non lo sapesse, il ragazzino di colore di Apocalypse Now) e tanti altri nomi piuttosto conosciuti.
Devo dire che il cast non delude le aspettative: il film è un thriller drammatico-psicologico che prende dal primo momento all’ultimo, e non mi è mai capitato, in tutte le sue due ore e dieci minuti, di guardare l’orologio chiedendomi quando finisse.
La storia è stupenda, narrata con maestria e delicatezza da un regista di eccezionale bravura, e interpretata con straordinaria forza da tutti gli attori.
Ma c’è un ma. Attenzione: spoiler! se non avete visto il film, non proseguite nella lettura di questo post!
Il film racconta di tre amici, un tempo inseparabili, ma ormai divenuti solo conoscenti, le cui vite tornano ad intrecciarsi a causa di un lutto che colpisce uno dei tre, la cui figlia maggiore viene uccisa da uno sconosciuto. La narrazione è lucida e scorrevole, quasi del tutto priva di flashback e di balzi temporali, e i colpi di scena (sono solo due) non sono clamorosi, ma si inseriscono con naturalezza nella composizione. Il padre della ragazza uccisa, Jimmy, giura vendetta sul cadavere della figlia, e le promette di arrivare a trovare il colpevole prima della polizia. Ma un altro dei tre amici, Sean, che lavora all’FBI, tenterà di arrivare al colpevole prima di lui, per evitare inutili spargimenti di sangue. Purtroppo però i due filoni delle indagini (quello privato e quello ufficiale), che inizialmente sembrano convergere, portano i due amici a due conclusioni opposte. Così, mentre Sean arresta i veri colpevoli, Jimmy uccide il terzo amico, Dave, credendolo responsabile di un omicidio che non ha commesso. In una delle scene finali, Sean e Jimmy si incontrano. Sean racconta del risultato positivo delle indagini, e chiede a Jimmy cosa sia successo a Dave, del quale la moglie ha denunciato la scomparsa. Jimmy si rende allora conto del proprio errore, e Sean capisce che è stato lui ad uccidere Dave. Certo, raccontare la trama di un film in poche parole è molto difficile, ma tanto dovreste già conoscerla, se siete arrivati fin qui a leggere (altrimenti siete una donna, perché è risaputo che le donne non obbediscono mai agli ordini), ed ho senz’altro trascurato milioni di particolari che rendolo la trama del film così unica e così trascinante. Nella scena successiva vediamo Jimmy in preda al rimorso per quello che ha fatto. Ha ucciso un uomo, ma ha ucciso quello sbagliato. E qui entra in gioco la moglie di Jimmy, che lo rassicura e lo consola, dicendogli che lui non ha sbagliato, perché ha fatto tutto quello che riteneva giusto per le persone che ama.
Se fossi stato al cinema, probabilmente mi avreste visto alzare la mano e urlare: "scusate, ma che cazzo vuol dire?". Purtroppo ero in camera mia, davanti al mio PC, e nessuno mi avrebbe ascoltato.
Quello che mi ha sconvolto è che quel finale, confermato poi dalla successiva scena (la parata della banda, con tutti i protagonisti sopravvissuti che si scambiano un’occhiata di intesa come se tutto fosse andato per il meglio) non condanna minimamente il gesto di Jimmy, che ha ucciso un uomo – e per di più un amico, e per di più la persona sbagliata – nel tentativo di farsi giustizia da solo. E fin qui nulla di male: non condannare significa lasciare all’intelligenza dello spettatore il giudizio. Non è un difetto, è un pregio. Ma Clint Eastwood, a mio parere, non si limita a non condannare, ma arriva a giustificare quel gesto, e lo fa nella frase della moglie: "hai fatto tutto quello che ritenevi giusto per le persone che ami". E allora io qui mi dissocio, in toto. Perché no, non è giusto. Non è la cosa giusta da dire. Non si può giustificare una cosa del genere, non si può mascherare il tutto da lieto fine. Perché penso anche all’americano medio, pro-pena di morte, pro-armi per tutti, pro-vendetta bibblica, che esce dalla sala del cinema dicendo: "che figata, dovrei fare così anch’io!". Perché ho una scarsissima fiducia nelle capacità critiche e intellettive del pubblico moderno. Perché un finale del genere può essere tranquillamente letto come giustificazione della vendetta privata, addirittura della pena di morte, e del fatto che sì, magari con la pena di morte si può sbagliare, però in fondo Dave se lo meritava anche, di morire, aveva pur sempre commesso un omicidio pure lui, anche se non era quello di cui era sospettato ed accusato. E quindi era giusto ucciderlo.
L’unico dubbio che mi rimane, che mi sorge mentre sto scrivendo queste righe, è che Clint Eastwood in realtà non giustificasse affatto quell’omicidio, quella vendetta privata, ma si limitasse a buttare lì una possibile interpretazione alla quale probabilmente non crede nemmeno lui, una metafora o una pietra di paragone, lasciando allo spettatore il compito di indignarsi e di opporsi, di capire veramente. Che è un po’ quello che sto cercando di fare, forse con un po’ troppe pretese. Ditemi se sto sbagliando!

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