In questi giorni si fa un gran parlare di un caso che sta sconvolgendo parecchie coscienze, in america come da noi: si tratta della malattia di Terri Schiavo, in coma vigile da quindici anni, e della sua eutanasia. Un bel riassunto del caso si può trovare sul blog del buon Phemt. Bel riassunto, bella analisi, ma c’è un errore di fondo. Un particolare che può sembrare stupido, ma invece fa la differenza.
Terri Schiavo non vive grazie ad un respiratore: la sua respirazione è indipendente ed autonoma. Quello che la mantiene in vita è un tubicino inserito all’altezza dell’ombelico, che immette direttamente il cibo nel suo stomaco.
Staccare quel tubicino non è come staccare un respiratore. Una persona che non sia in grado di mantenere una respirazione autonoma muore nel giro di pochi minuti: dopo cinque minuti il danno cerebrale è irreversibile, e comunque stiamo parlando di persone in coma profondo, o addirittura con morte cerebrale.
Terri invece non è in nessuno di questi due stati: il suo è un cosiddetto "coma vigile". E’ un vegetale, non è in grado di rendersi conto di quello che le accade intorno; ma ha gli occhi aperti, li muove, anche se probabilmente non vede nulla, o comunque non è cosciente di quello che vede. Anche a Collecchio, nella casa di cura, ci sono due persone in coma vigile, e una di queste m’è capitato di assisterla una volta, durante un trasporto interospedaliero.
La scena che ti si presta davanti, purtroppo, è pietosa. Quello che hai davanti è un vegetale a tutti gli effetti. Risponde sì e no agli stimoli dolorosi. Ti guarda ma non ti vede. Non sa nemmeno di esistere, di stare al mondo. Ma è in grado di sopravvivere autonomamente, a patto che sia nutrito in modo artificiale.
E qui viene il punto: staccare il tubicino a Terri non vorrebbe dire ucciderla in pochi minuti, alleviando le sue sofferenze. Vorrebbe invece dire farla morire di fame e di sete! I medici intervistati al telegiornale hanno stimato che una persona come lei, che brucia pochissime calorie, ci metterebbe una decina di giorni a morire. Vi rendete conto dell’agonia alla quale andrebbe incontro?
Ammesso che l’eutanasia sia la soluzione ideale (affronterò più avanti il problema), sono dell’idea che il modo per attuarla sia del tutto sbagliato. Se lo scopo deve essere quello di porre fine alle sue sofferenze, allora almeno facciamo in modo che non soffra nel trapasso. Iniezioni di calmanti o tranquillanti, non morte d’inedia!
Veniamo quindi al problema dell’eutanasia di per sè: giusta o sbagliata? Io, personalmente, una volta ero del tutto contrario. Ora la penso in maniera molto diversa, e penso anche che una persona, nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali, possa avere il diritto di togliersi la vita. Ma deve essere una scelta consapevole e voluta: Terri non è cosciente. Probabilmente sente il dolore, forse ha anche degli stimoli sensoriali (provate a fare una breve ricerca su google, e troverete link come questo, che vi consiglio di visitare), ma non è in grado di decidere, perché non è in grado di pensare, di ragionare. Quindi della sua vita o della sua morte dovrebbe decidere qualcun altro: il marito o i genitori. Uno dice una cosa, gli altri dicono l’esatto opposto. Chi ha il diritto di prendere una decisione così delicata? In mancanza di testimonianze scritte precise da parte di Terri, io sarei propenso a seguire il parere dei genitori. Purtroppo la morte è una cosa irrevocabile, e se c’è qualcuno che vuole tenerla in vita, temo che si debba ascoltare la sua voce. Chi siamo noi per decidere che un’altra persona vuole morire? Chi dice che sia vera pietà quella che ci spinge a desiderare la sua morte per alleviare le sue sofferenze?
Purtroppo il problema è enorme, e probabilmente una soluzione non esiste nemmeno.

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