Oggi vi racconterò una parabola. La chiamerò – tanto per essere originale – la Parabola del Buon Samaritano.
Lunedì sera, tanto perché non sapevo cosa fare, ero in turno in Pubblica. Dopo un servizio di ordinaria amministrazione, in pronto soccorso, stavamo ripristinando l’ambulanza quando un taxi si è infilato nella corsia d’emergenza, sotto la tettoia delle ambulanze. Il taxista, un uomo grasso e brutto, con una flemma invidiabile s’è girato, ha chiesto il pagamento, ha preso i soldi, li ha contati, ha dato il resto, s’è messo in tasca il tutto, poi, improvvisamente rianimato, è corso all’accettazione del pronto soccorso gridando che c’era un uomo che stava male.
Io e la ragazza che era con me ci siamo precipitati ad aprire la portiera del taxi, e abbiamo aiutato il passeggero a scendere. Si trattava di un giovane, sui trentacinque – quaranta, con forti dolori al petto, irradiati al braccio e alla gamba: un bell’attacco di angina pectoris, tanto per gradire. Per chi non lo sapesse, l’angina è spesso il preludio di un infarto vero e proprio: diciamo che, se non trattata entro venti minuti – mezzora, può degenerare facilmente in infarto. Si tratta di un’occlusione parziale di una o più coronarie, con conseguente sofferenza per le cellule, che restano senza ossigeno. Se molto prolungata nel tempo, il danno anossico diventa irreparabile, e si ha l’infarto del miocardio.
Quindi complimenti al taxista che, prima di chiamare soccorsi, s’è fatto pagare. Se fosse stato una persona intelligente, invece di trasportare lui il paziente, avrebbe allertato il 118 e chiamato un’ambulanza: pensate un po’ se il paziente fosse andato in arresto sul taxi… Ma certo, piuttosto che perdere quei dieci euro di trasporto…

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