Ieri sera ho partecipato ad una cena in compagnia di alcuni dei miei amici più cari.
A tavola, la conversazione si è soffermata a lungo su un argomento molto interessante e complesso: i figli.
Tra i presenti, io, con i miei quasi ventitrè anni, ero il più vecchio; il più giovane ne aveva una ventina. Oggi come oggi alla nostra età ci sentiamo ancora talmente immaturi ed impreparati verso l’idea di formare una famiglia – ancora peggio di allevare un figlio – che il solo parlarne ci provoca brividi freddi.
Eppure sento che qualcosa in me sta cambiando, e purtroppo non riesco a valutarne i lati positivi. Quando mi sono reso conto di essere gay, e, più in là, durante la mia prima – e finora unica – storia vera, mi sono sempre detto che quella di non poter fare figli era una limitazione che non mi sarebbe mai pesata più di tanto. Non perché non mi piacciono i bambini: tutt’altro. Quando facevo l’animatore in parrocchia (sì, pure io ho frequentato una parrocchia), ero uno dei più amati (anche perché ero uno dei più buoni e gentili). Avevo costantemente attorno una decina di marmocchi urlanti e festanti, e la cosa non mi dispiaceva affatto. Tuttavia l’idea di poter diventare padre, un giorno, e di dover allevare figli miei mi aveva sempre un po’ spaventato, e mi ero sempre nascosto dietro la rassicurante idea che tanto non sarebbe mai potuto succedere, perché i gay non possono avere figli.
A distanza di cinque anni, sento che le cose stanno prendendo una piega diversa. Ho smesso di fare l’animatore, non mi capita più da tempi immemorabili di avere a che fare con bambini – a parte, occasionalmente, con qualche paziente in pubblica – eppure l’idea di non poterne avere di miei sta cominciando a cambiare forma, nella mia mente.
Non posso predire il futuro, non so nemmeno prevedere cosa mi capiterà domani, quindi può darsi che questo sia soltanto un pensiero fugace, eppure sento che questa cosa potrebbe mancarmi. Si vive una volta sola, non avrò altre occasioni. Ed è per questo che sto cominciando a interrogarmi sempre più frequentemente sull’etica delle adozioni da parte di famiglie omosessuali. Oggi come oggi non me la sentirei assolutamente, e la cosa continua ad avere ai miei occhi molti lati negativi, soprattutto dal punto di vista del bambino (più che altro per le discriminazioni che potrebbe subire), ma sull’altro piatto della bilancia c’è il solito interrogativo: è meglio che il bimbo resti in qualche orfanotrofio per il resto della sua vita, oppure è meno peggio affrontare i possibili rischi legati all’adozione da parte di una coppia omosessuale? Per questo non escludo che, con l’età, cadano convinzioni che, per ora, in me sono piuttosto radicate. Staremo a vedere.

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