Qualche sera fa – l’unica sera, in tutta la settimana, in cui sono rimasto a casa – non sapendo che fare, ho deciso di guardarmi un bel film.
E di bel film si è trattato, in effetti, almeno fino al finale, che mi ha un po’ rovinato tutta la visione.
Sto parlando di Identità, di James Mangold, con John Cusack, Ray Liotta, Amanda Peet, Alfred Molina, Clea DuVall, Rebecca De Mornay.
Il film in sè mi è piaciuto molto, l’ìidea è originale, la realizzazione molto buona. Poche volte si scade nel banale, e c’è anche qualche tocco spettacolare.
Il grosso problema è il finale, che lascia veramente con le palle cascanti, più che altro per il messaggio implicito che contiene.
Il film si apre con la confessione di un criminale, che ha ucciso molte persone, e che sta parlando con un medico psichiatra che cerca di venire a capo della sua complessa mentalità. Poi, improvvisamente, la scena si sposta su una strada. Pioggia battente. Quella che sembra una normale famiglia impegnata in un viaggio di piacere, improvvisamente, buca una gomma. Quindi una serie di coincidenze fortuite e di colpi di scena, sottolineati con abili flashback, porta dieci persone senza – apparentemente – nulla in comune tra loro, a ritrovarsi in un motel di periferia, dove, uno alla volta, saranno eliminati in modo misterioso. La storia prosegue in parallelo con quella dello psicopatico che si era visto all’inizio del film, fino al colpo di scena finale. Che ovviamente non posso raccontarvi. E che non è neanche finale, perché se la storia finisse con quel colpo di scena, si meriterebbe un bel 10+, come i polli di Francesco Amadori. Ma invece… invece il regista ha pensato bene di far proseguire la trama. Con risultati, a mio avviso, catastrofici. Nel mio catalogo personale di film, invece del 10 che ero convinto di potergli dare fino agli ultimi dieci minuti scarsi, il film s’è beccato un bel 7. Tanto per farvi capire.
Beh, vedere per credere!

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