La settimana scorsa sono stato abilitato ad uscire con la Collecchio 30, la nostra automedica.
E questa settimana, conseguentemente, sono già al terzo turno sul mezzo di soccorso avanzato.
Per fortuna non mi sono ancora capitate cose troppo terribili, ma mercoledì pomeriggio abbiamo vissuto qualche attimo di puro terrore.
L’automedica è dotata di un “frontalino”, di cui presto saranno dotate anche le ambulanze, collegato via radio con la Centrale Operativa 118 di Parma. Quindi, tutte le volte che la Collecchio 30 esce per un servizio, la Centrale Operativa ci invia sul frontalino, attraverso i normali canali radio, un messaggio di testo contenente l’indirizzo a cui dobbiamo recarci, il codice d’invio, e talte altre informazioni utili. Inoltre, attraverso un ricevitore GPS, la Centrale è in grado di visualizzare su un grande schermo con una cartina del territorio, come nei film americani, la nostra posizione aggiornata in tempo reale.
Mercoledì pomeriggio è stato un turno sonnacchioso fino alle cinque del pomeriggio; poi siamo usciti per fare rifornimento. Terminato il rifornimento, appena il nostro autista s’è seduto e ha chiuso la portiera, il frontalino ha cominciato a suonare come un dannato: servizio in arrivo!
Codice giallo, a Sala Baganza, negozio tal de’tali. Un malore. Procedi senza sirene. Interviene con te la Collecchio 1 [l’ambulanza, NdInsj].
Arriviamo sul posto, scendiamo ed entriamo nel negozio. Ci troviamo davanti a un ragazzo di diciott’anni, di bell’aspetto, molto pallido, seduto su una sedia. La madre ci riferisce che il ragazzo ha avuto uno svenimento pochi minuti prima. La nostra dottoressa gli prova la pressione: è molto bassa. Di massima ha meno di 100. Al che la dottoressa si rivolge a me e fa: “dai, mettigli su il monitor, che vediamo come va”. Il monitor, per chi non lo sapesse, è un defibrillatore automatico. Una sorta di valigetta gialla in grado di fare un elettrocardiogramma (anhe se usa solo tre derivazioni, mentre l’elettrocardiogramma fatto come dio comanda ne richiede ben sette!), di misurare la frequenza cardiaca e, eventualmente, di erogare scariche elettriche atte a defibrillare un cuore in fibrillazione (per quello in arresto non c’è altro da fare che massaggiare).
Appoggio il monitor sul bancone del negozio e comincio ad applicare gli elettrodi sul torace del paziente (intanto che penso: “però, mica male!”). Accendo il monitor. Bip…. bip…. bip…. Frequenza cardiaca a 50 battiti al minuto. Come forse saprete, normalmente un cuore a riposo batte dalle 60-70 alle 90-100 volte al minuto. Sotto tale limite si dice che il paziente è in bradicardia. Dopo pochi secondi la frequenza cala a 38 battiti. Poi si arresta per una decina di secondi. Riprende, con una frequenza di 15 battiti al minuto. Poi si arresta per una ventina di secondi. Si vede il ragazzo che sbianca ancora di più, e perde i sensi, cadendo a terra dalla sedia su cui era seduto.
Io ho pensato: “merda!”. La dottoressa ha pensato: “merda!”. L’autista ha pensato: “merda!”.
La dottoressa si gira verso di me e fa: “presto, tirami un’atropina! [prepara una siringa contenente l’atropina allungata con un po’ di soluzione fisiologica, NdInsj] Dammi da prendere una vena!”.
Io mi guardo in torno in preda al panico: cerco aiuto. Non posso fare due cose in una volta. O tiro il farmaco, o aiuto a prendere la vena, cioè a posizionare un vasofix, un catetere venoso. Ma ovviamente non c’era nessuno in grado di darmi una mano. Il mio collega che era sull’ambulanza era un perfetto incapace, e così mi sono ritrovato a far tutto da solo. Porgo disinfettante, laccio emostatico, vasofix e garzina alla dottoressa, poi mi butto sullo zaino appendice per estrarre il set dei curari. Con le mani che tremano, apro lo zaino, apro la sacca interna contenente il ghiaccio, estraggo l’astuccio dei farmaci. Prendo un’atropina. Apro l’altro zaino, apro l’astuccio delle siringhe, tiro fuori una siringa di dimensioni appropriate, la scarto. Scuoto l’atropina, rompo la fiala di vetro e tiro l’atropina nella siringa, con le mani che ballano il tip-tap. Rischio pure di infilarmi l’ago in una mano. Quindi infilo ancora la mano nell’astuccio delle siringhe e ne cavo fuori una fialetta di soluzione fisiologica, con la quale riempio il resto della siringa per diluire il farmaco, quindi porgo il tutto alla dottoressa, che inietta il farmaco in vena.
Bip bip bip bip bip… La frequenza cardiaca, che intanto aveva ripreso in modo molto irregolare, e sempre molto bradicardico, si stabilizza a 110 battiti al minuto.
Grosso sospiro di sollievo da parte di tutti i presenti, quindi carichiamo il paziente sull’ambulanza e lo portiamo al pronto soccorso.
Ma vi giuro che il minuto scarso passato tra il momento in cui il ragazzo è svenuto per la seconda volta e il momento in cui la dottoressa gli ha iniettato l’atropina è stato un minuto scarso di puro terrore… Non sarebbe stato piacevole dover effettuare una rianimazione cardio polmonare su un ragazzo di diciott’anni, intubarlo e ventilarlo con un pallone ambu, come si vede in E. R., correre in pronto soccorso a sirene spiegate, mollarlo giù agli infermieri e poi non sapere mai più nulla di lui.
Anche così probabilmente non ne sentirò mai più parlare, ma per lo meno posso supporre che stia più o meno bene, o quanto meno glielo auguro…

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