Penso che tutti, nella propria mente, abbiano un ricordo di gioventù, uno spauracchio, qualcosa che torna a galla per spaventarci ancora.
Nel mio caso, si tratta della mia professoressa di Italiano, Storia e Geografia delle medie. La signora Rosetta Pellicari, così si chiamava, era una signora all’antica. Meridionale, sui quarantacinque-cinquant’anni, con un fortissimo accento calabrese (era originaria di Tropea), aveva una vera passione per il passato remoto, come la maggior parte dei meridionali. Aveva capelli corvini lunghi fino alle spalle, rinchiusi in una pettinatura ordinaria e immutabili: dalle tempie e dalla fronte, li raccoglieva in una coda che lasciava fuori quelli della nuca, che erano liberi di ricadere austeramente sul collo, ricoprendolo interamente. Portava sempre scarpe nere, con la punta, ed il tacco alto, che facevano pendant con una borsetta di pelle nera a sbuffo, un po’ logora e fuori moda. Forse a causa dei tacchi, o forse a causa di una qualche forma di cifosi, o forse ancora per entrambe le cause, la sua andatura era sempre lenta e misurata, un piede dopo l’altro, quasi marziale, resa però quasi grottesca dal grosso fondo schiena, che sembrava voler strappare ad ogni passo la gonna, sempre dello stesso modello, aderente e lunga fin sotto il ginocchio, e sempre dello stesso colore: un grigio scuro, con qualche rara variazione sulla tonalità. In inverno indossava maglioni di lana piuttosto ordinari, sempre di una misura troppo piccoli, sul rosa, o sul verde, o, quand’era di cattivo umore, di colori più scuri, marroni, grigi o neri; d’estate invece portava camicette leggere, di cotone, sempre abbottonate fino in alto, con una scollatura minimale, forse per nascondere, in un senso istintivo di pudicizia, il prorompente seno. Solo quando aveva molto caldo, con uno sbuffo e un gesto della mano destra a ventaglio, arrivava ad aprire il primo bottone, sempre però abbassando la testa per controllare la scollatura, che non fosse troppo sconveniente, e riaggiustandosi le spalline, in un gesto che ormai ci era diventato familiare.
Il primo giorno di scuola ci accolse con un sorriso a trentadue denti, ostentando una simpatia ed una disponibilità che, purtroppo, si dimostrarono ben presto fittizie: non tardò infatti a rivelarsi per quella che era.
I suoi metodi di insegnamento erano antiquati, inefficaci, e non tardarono a renderci odiosa ogni cosa che lei cercava di impartirci. Per insegnarci l’Italiano pretendeva che mandassimo a memoria ogni tipo di testo, dalla poesia alla pagina di prosa: e così ancora oggi saprei recitare a memoria poesie come La cavallina storna di Pascoli, Il cinque Maggio di Manzoni, I fiumi di Ungaretti, La pioggia nel pineto di D’Annunzio, ampi brani della Commedia di Dante, e pagine e pagine dei Promessi Sposi, come il famosissimo Addio monti sorgenti dall’acque ed elevati al cielo, cime ineguali… Ricordo che ogni settimana ci imponeva di impararci un nuovo brano a memoria; poi, in classe, ci faceva alzare uno alla volta, ed eravamo costretti a recitarle tutto. Uno alla volta, nessuno escluso, per tutta l’ora. E se qualcuno sbagliava, o dimostrava di non aver studiato, erano dolori! Andava su tutte le furie, cominciava ad urlare che non eravamo capaci di fare nulla, che non potevamo venire a scuola per scaldare il banco, e ci dettava note tremende da scrivere sul diario e far firmare ai genitori: “Oggi fui negligente, in quanto non studiai la lezione assegnata dalla Professoressa Pellicari, la quale, per punizione della mia cattiva condotta, mi assegnò un compito doppio da portare per la prossima settimana. La Professoressa Pellicari, inoltre, desidera parlare personalmente con i miei genitori per informarli del mio comportamento“.
Quell’anno ci tenne, per fortuna, solo il corso di Italiano: quelli di Storia e Geografia erano portati avanti dalla professoressa Isi, più anziana di lei (sarebbe andata in pensione l’anno dopo) e molto più simpatica di lei: passava ore ed ore a raccontarci delle sue avventure con la macchina, con il marito e con la figlia, con un’autoironia e una simpatia realmente fuori dal comune. Ma di lei parlerò, se mi verrà voglia, in un altro post.
Ma dal secondo anno la professoressa Pellicari iniziò a farci imparare a memoria anche città e capitali, densità di popolazione, montagne, fiumi, mari, laghi, passi, valichi e trafori di mezzo mondo. E se sbagliavi, non c’era scampo, ecco un’altra nota! Inoltre, di tanto in tanto, almeno una volta al mese, ci assegnava l’onere di ricalcare dall’atlante una specifica cartina geografica, riportante tutti i mari, monti, fiumi, città e villaggi, ovviamente con le rispettive curve di livello colorate con colori diversi, e i confini rimarcati a trattopen. Era difficile riuscire a consegnare in tempo quelle cartine: avevamo molte materie da studiare, e ricalcare una cartina fisica, con tutti i particolari, era un’impresa che richiedeva diverse ore. Ricordo che spesso mi facevo aiutare dai miei genitori, a volte anche da mio fratello, e ci mettevamo in tre o quattro attorno al foglio, ognuno con una diversa matita colorata in mano, e lavoravamo ciascuno su un angolo diverso del disegno.
L’insegnamento della Storia non era migliore. Non aggiungeva nulla di suo a ciò che stava scritto sul libro di testo, non raccontava aneddoti, non cercava di interessarci. Durante le lezioni ci faceva tirare fuori il libro, ci diceva la pagina da aprire, e ci faceva leggere a turno ad alta voce, interrompendoci solo per indicarci i passi o i paragrafi da saltare. Poi pretendeva che mandassimo a memoria (ovviamente!) date e nomi, nomi e date. Le cause per le quali avvenivano i fatti non le interessavano proprio, non credo che si sia mai interrogata in merito, e senz’altro a noi non ha trasmesso nulla di personale od originale.
Nei suoi metodi antiquati ed ottusi v’era spazio anche per qualcosa di leggermente più “avanzato”: i Quadernoni. Ci faceva raccogliere articoli di giornale riguardanti la guerra che, in quel periodo, insanguinava la Jugoslavia; oppure su altre guerre e tragedie che devastavano il pianeta, inondazioni, disboscamento, effetto serra, catastrofi… Dovevamo ritagliarli e incollarli sui quadernoni, commentandoli e completando la raccolta con impressioni personali e riflessioni. In questo modo, però, riuscì a farci odiare anche i quotidiani. Costringere un ragazzo a fare qualcosa, magari anche utile e piacevole, porta sempre all’effetto opposto, soprattutto quando la costrizione è perpetrata attraverso vendette e punizioni esemplari, delle quali la professoressa Pellicari non era mai sazia.
Io mi salvavo spesso, perché ero uno dei suoi cocchi, e molto raramente venivo investito dai suoi scatti d’ira; anzi, più spesso ero citato a modello a tutti i miei compagni di classe, il che, ovviamente, fece ben presto in modo che tutti covassero nei miei confronti varie forme di risentimento.
C’erano alcuni ragazzi, poi, particolarmente svogliati, che erano le sue vittime preferite. Sapeva benissimo che non studiavano, e li interrogava molto più spesso di tutti gli altri. E non è che li mandasse al posto dopo la prima domanda, nossignore! Prima doveva umiliarli facendo far loro scena muta per una mezz’ora buona, spesso facendoli piangere di vergogna, e solo allora, urlando e maledicendoli, li rispediva al posto a scrivere una delle sue famose note sul diario.
Dopo i tre anni di scuole medie, a Collecchio, speravo di essermi liberato di lei per sempre, ma mi sbagliavo: mi ero iscritto al Liceo Classico Romagnosi, sul lungoparma; e proprio quell’anno lei fu trasferita alle scuole medie Parmigianino, all’interno dello stesso edificio che ospitava il mio liceo. E così, ancora per molti anni, incrociai quella trista figura all’uscita di scuola, o sull’autobus, al ritorno da scuola, ed era sempre un’impresa riuscire a nascondersi tra la folla, per evitare i suoi schifosi baci, e i suoi raccapriccianti buffetti sulle guance…

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