Arruolati anche tu nella sfavillante e arancionissima Assistenza Volontaria di Collecchio, Sala Baganza e Felino, e ne vedrai veramente di ogni!
Anche venerdì (dopo lunedì: mattina + pomeriggio) ho fatto il doppio turno: pomeriggio + notte.
Non abbiam fatto quasi nulla, ma quei tre interventi son stati, ciascuno a suo modo, memorabili. Mi limiterò a raccontare la prima, per questa volta, perché temo che sarà già un racconto abbastanza lungo. Ma andiamo con ordine.
Dopo una mattina all’università, ad addormentarsi con la lezione di Comunicazioni Elettriche, mi reco, alle ore 13:00, in sede, per montare in turno. Per chi ancora non lo sapesse, l’Assistenza Volontaria è fornita di un ottimo impianto di cucina, e di un altrettanto ottimo cuoco (detto tra noi, magari si limitasse a fare il cuoco! Spero che non mi legga ), del quale io sono un misero aiutante. Comunque, venerdì Mauro aveva preparato una squisita pastasciutta al sugo piccante. Felici come pasque, ci siamo seduti davanti ai nostri piattoni fumanti, abbiamo affondato la forchetta nella pasta e… BEEEEEEEEEEEEEEEEEEP squilla la sirena delle emergenze!
Quel che non abbiamo tirato giù (tra santi e madonne) ce lo siam scordati, ma tant’è, siam lì per quello… Ci tuffiamo al centralino per capire di cosa si trattava: un verde con l’automedica. Ora, il codice verde è il codice meno grave di tutti, e solitamente l’automedica esce in codice rosso (quando si usano le sirene, per intenderci), o al massimo in codice giallo, quando il paziente è cosciente e respira da solo, ma ha qualche problema un po’ grave. Comunque in verde non esce proprio mai.
E invece… Invece ci chiamano alla caserma dei carabinieri di Collecchio (e ti pareva!) per un tizio arrestato che dava in escandescenze: volevano che il medico lo sedasse in qualche modo.
Imprecando più di prima, e meditando con quale oggetto contundente (o come direbbe qualcuno, contrundente) sedare il simpaticone, ci avviamo verso la meta. Arrivati là, smontiamo dall’automedica ed entriamo in caserma: un carabiniere ci viene incontro sulle scale e, senza dire una parola, ci fa strada, in punta di piedi, guidandoci verso lo scantinato. Si avvicina alla porta, la apre con cautela e sbircia dentro, poi ci fa segno di procedere. Entriamo e ci troviamo davanti a una scena quantomeno insolita. Siamo in un corridoio un po’ buio, sul quale si affacciano tre celle [spaventose! stanze spoglie con un materasso buttato per terra: per fortuna non hanno l’aspetto di venir usate spesso], un archivio pieno di carpette portadocumenti, e una stanza che ha l’aria di essere una vecchia camera da letto per carabinieri di leva, ora usata come magazzino per componenti di PC preistorici. In corridoio, un ragazzo di colore, piuttosto carino anche se un po’ basso, di età indefinibile (poi scopriremo che, dai documenti, dovrebbe avere 16 anni, ma ne dimostra almeno una ventina o più), scalzo, con addosso un paio di pantaloncini corti usati a mo’ di boxer, e un maglione un po’ sporco. Per terra un paio di jeans e le scarpe: evidentemente glieli avevano fatti togliere per perquisirlo.
Stava discutendo animatamente con il maresciallo – in borghese – ma con un piccolo inconveniente: il ragazzo parlava solo ed esclusivamente inglese – un buon inglese, tra l’altro – mentre il maresciallo non ne capiva un’acca. Al che, l’arrestato si rivolge verso di noi e ci chiede: “Do you speak English?”. L’unico che ci capiva qualcosa ero io, e così ho dovuto fare da interprete. Il ragazzo ha cercato di spiegarmi che lui faceva la questua dicendo “Tu aiuta me, io povero studente, io fame”, e così facendo è entrato in un negozio. La padrona del negozio era al telefono, e ha cercato di scacciarlo. Ma lui ha visto per terra dei soldi (settecento euro, come ha detto il maresciallo), li ha raccolti e li ha restituiti alla padrona, la quale però, pensando che li avesse rubati, ha voluto chiamare la polizia. Questa la sua versione. La versione del maresciallo era abbastanza diversa: lui sarebbe entrato nel negozio e, mentre la padrona era al telefono, lui si sarebbe impadronito dei soldi, cercando di andarsene. Temo che la verità non si saprà mai, anche se io sono più propenso a dar ragione a lui: non sembrava uno straccione, era vestito male ma non puzzava, e sapeva leggere, scrivere e parlare in perfetto inglese… Ma a parte questo, il maresciallo è stato molto gentile con lui, ha cercato di capire cosa volesse, e insieme abbiamo cercato di farci spiegare cosa gli facesse male: continuava a tenersi la pancia, lamentandosi. Diceva di avere qualcosa nello stomaco, qualcosa chiamato “oxa” o qualcosa di simile. Inutile dire che non ci siamo proprio saltati fuori. Abbiamo cercato di spiegargli che dovevamo fargli una flebo, ma lui s’è spaventato, pensando che volessimo somministrargli chissà quale farmaco, e ci ha pregato di non farlo. Ho cercato di spiegargli che era solo un po’ d’acqua con sali minerali, nulla di strano, nessuna medicina, ma lui non ne ha voluto sapere. S’è sfilato il maglione, buttandolo per terra. Poi ha fatto qualche passo indietro, è entrato nell’archivio e s’è sfilato i pantaloncini, rimanendo completamente nudo [Zar, puoi dirmi quello che vuoi, ma questo particolare conferma le MIE teorie, non le TUE ]. Io, il maresciallo e l’infermiera che era con me sull’automedica abbiamo cercato di riacchiapparlo, per convincerlo a rivestirsi e a farsi visitare dalla nostra dottoressa, ma lui ha continuato a sfuggirci, girando attorno ai tavoli ingombri di carte, e tra gli scaffali. Poi s’è acquattato contro un muro, in un angolo, e rideva in modo un po’ isterico. Con dolcezza l’abbiamo raggiunto e convinto a rivestirsi, poi il maresciallo ha cercato di farlo entrare in una delle celle, per farlo coricare da qualche parte e far sì che la dottoressa potesse dargli un’occhiata. Ovviamente non ne ha voluto sapere, nemmeno dopo che gli abbiamo giurato di lasciare la porta aperta, e di non volerlo chiudere dentro. Allora il maresciallo ci ha condotti nella camera/magazzino, e ha tolto qualche scatolone di rantumaglie dal letto a castello. Lo abbiamo fatto coricare lì, la dottoressa gli ha dato un occhio, ma devo dire che lui non ha collaborato molto, e non siamo riusciti a capire cosa cavolo avesse… Forse era tutta una montatura per intenerire i carabinieri, o forse aveva qualche forma di colica, non so, comunque non aveva problemi gravi, e siamo stati costretti a lasciarlo lì, non prima di aver tentato di somministrargli un po’ di valium via bocca…
Poveretto, m’ha fatto una pena infinita. Diceva di essere in Italia solo da due mesi. A sedici anni, immigrato regolarissimo, con tanto di documenti validi, lontano migliaia di chilometri da casa sua (la Liberia), senza nessun riferimento, nessun amico, nulla di nulla. Forse li avrà anche rubati, quei soldi… Ma lasciatemi citare De André, ancora una volta:

Ci hanno insegnato la meraviglia
verso la gente che ruba il pane
ma ora sappiamo che è un delitto
il non rubare quando si ha fame!

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