Ultimamente mi è capitato di fare “coming out” con un ragazzo con il quale, prima – malgrado lo “conoscessi” da parecchio tempo – non avevo mai parlato per più di cinque minuti di fila. Si tratta di un mio collega di Ufficio Comando, in pubblica.
Io sono tremendamente timido, e lui forse è anche più timido di me: il risultato è che ognuno era sempre stato sulle sue, e non eravamo quasi mai andati oltre il “ciao”.
Poi, invece, un mesetto fa, ci siamo ritrovati a fare la notte assieme, in pubblica, in un periodo in cui c’era parecchia carenza di personale. Chiaramente era, per entrambi, il quarto o quinto turno, quella settimana, e così, per “addolcire un po’ la pillola”, abbiamo deciso di preparare qualcosa di buono per cena, e ci siamo ritirati in cucina ad armeggiare tra i fornelli. E, per la prima volta, abbiamo iniziato a chiacchierare del più e del meno. All’inizio gli argomenti sono stati i più disparati, poi ci siamo messi a parlare di cose un po’ più personali. Lui mi ha parlato della sua storia con una ragazza della quale si era molto innamorato, e del dolore che ha provato quando lei ha deciso di mollarlo, confidandomi anche cose che non aveva detto praticamente a nessun altro; sorpreso da questa apertura inaspettata, ho deciso di aprirmi anch’io, e gli ho raccontato di me, della mia esperienza di un anno e mezzo con un mio compagno di classe, alle superiori, e di tutti i tormenti passati da quando ci siamo mollati; di tutte le cotte che mi sono preso per ragazzi sempre immancabilmente etero, e infine del gruppo che frequento.
Perché vi ho raccontato tutto questo? No, state tranquilli, non è una storia di sesso, niente di particolare. La cosa di cui vorrei parlare qui, perché mi ha colpito molto, è la sua reazione.
L’ha presa bene, non c’è che dire, anzi, sembra avere apprezzato molto il fatto che ne abbia parlato con lui. Tant’è che, alla fine, quando abbiamo finito di preparare la cena, anziché portarla giù agli altri, l’abbiamo infilata nel microonde in modo da poter continuare a parlare senza far raffreddare tutto. E ogni tanto qualcuno veniva su a vedere a che punto eravamo…
Quello che mi ha dato da pensare è stata una sua frase. Mentre io parlavo e riassumevo in poche frasi la mia situazione, lui mi guardava piuttosto meravigliato ed incredulo, e le sue prime parole sono state: “sono stupito, non sembrava… voglio dire, non si direbbe…”.
In effetti è vero. Io sono un ragazzo gay, non ho praticamente più dubbi in questo senso; ma non sono assolutamente effeminato. Qualche volta mi piace assumere atteggiamenti infantili, fanciulleschi, ma mai effeminati. Anzi, spesso i ragazzi molto effeminati mi danno persino un po’ fastidio. Insomma, una persona che non mi conosce, raramente pensa: “quello è gay”.
E quando faccio coming out, tutti si stupiscono.
Perché? Perché gay, per la gente comune, vuol dire frocio, vuol dire persona assalita da turbe psichiche che cerca in tutti i modi di apparire donna, pur non essendola. Perché per la maggior parte della gente il gay va in giro con la maglietta attillata, di colori improponibili, con i lustrini, e i jeans attillati per mettere in mostra il culo; e si pettina come una donna, e si mette il mascara e il rimmel, e si lacca le unghie, e soprattutto ci prova con qualunque scarrafone gli capiti per le mani, per la sola e sufficiente ragione che ha un cazzo.
Ma scherziamo?
Essere gay, per quanto mi riguarda, significa semplicemente provare attrazione sessuale ed amore per individui del proprio stesso sesso. Ma, scusate tanto, se devo andare con un uomo che si crede una donna, e fa di tutto per apparire una donna, non sarebbe più semplice e meno traumatico per me mettermi direttamente con una donna? Se voglio stare con un uomo, lo voglio davvero uomo. E voglio essere uomo anch’io. Alla faccia degli stereotipi. Poi, quello che ci faccio a letto è una cosa che deve riguardare solo me e lui.

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