Oggi è l’11 settembre.
Oggi ricordiamo le vittime della strage delle torri gemelle, il più grande e più infame attacco terroristico mai portato a termine su questo pianeta. Si parla di tremila vittime, forse più. Probabilmente il numero esatto non si saprà mai.
Ma oggi ricordiamo anche un’altro atto di terrorismo che infangherà per sempre la storia dell’Occidente: il colpo di Stato in Cile ad opera di Augusto Pinochet, voluto e perpetrato dai governanti di quello stesso popolo che, trent’anni dopo, è stato colpito a sua volta, in modo tanto diverso, e tanto ugualmente ingiusto. L’omicidio del presidente Allende, eletto democraticamente, e a stragrande maggioranza, dal popolo Cileno, fu deciso dagli Americani per paura di quel comunismo che, con un fenomeno che non si è mai ripetuto in nessun altro paese del mondo, tanto bene stava portando al Cile: le terre incolte erano state ripartite tra i contadini, che avevano iniziato a farle fruttare; le fabbriche erano state statalizzate e i proventi erano distribuiti tra tutti i lavoratori in ugual modo. Se sentite parlare qualcuno che quegli anni li ha vissuti, li ricorderà come un periodo prospero e fiorente, di giustizia ed eguaglianza.
Ma poi… La dittatura di Pinochet ha portato a oltre trentamila morti, tantissimi desaparecidos, e un numero imprecisato (diverse decine di migliaia) di persone che sono state torturate, arrestate, violentate, massacrate, esiliate. Tutto perché qualcuno ha deciso che ai soldi e ai privilegi del capitalismo americano non si poteva rinunciare. Perché il Cile dovesse rappresentare una minaccia per gli Stati Uniti, poi, Dio solo lo sa. Ma è andata così. Trentamila morti innocenti, in nome di che cosa? In nome del capitalismo.
Mi viene il vomito.

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