Sabato notte, in turno, è stato un disastro. Ho dormito due ore scarse, col risultato che ho dormito tutto il giorno domenica. A mezzanotte circa ci hanno chiamato per un rosso a casa di dio, a S. Vitale Baganza, a circa 15-20 km da qui: paziente non cosciente, non respira.
Montiamo in ambulanza. Non abbiamo nessuna informazione, nemmeno il nome della via, solo indicazioni molto vaghe. Contatto subito la centrale via radio chiedendo se ci possono dire qualcosa in più: “Guarda, più che dirti che non è cosciente, non saprei proprio cosa dirti…” Risposta incoraggiante.
Ci precipitiamo sul posto: una casa di campagna abbastanza isolata, spersa sulle prime colline del pre-appennino parmense. Fuori, ad aspettarci, un signore anziano, probabilmente pure un po’ suonato, al quale mi rivolgo immediatamente, chiedendogli cos’è successo: la sua risposta è un laconico “non lo so…”. Poi cerca di far strada, a passo di lumaca. Poi, per fortuna, si rende conto di intralciare e si sposta, facendomi cenno di andare su. Corro per le scale, e mi ritrovo in un corridoio buio. In fondo, una camera da letto con la luce accesa. Sul letto matrimoniale una donna anziana, su un fianco, girata dall’altra parte: non la vedo in faccia. Allora mi dirigo verso di lei, chiamandola ad alta voce. Provo a scuoterla: non risponde. Sembra che in bocca abbia dei batuffoli di cotone: guardo meglio, è schiuma bianca. Le metto una mano sul collo, per sentire la carotide: è tiepida, ma non c’è battito. Mando giù uno dei due ragazzi che addestravo, perché vada a prendere l’aspiratore, e intanto chiedo all’altro di darmi una mano a spostare la paziente sul pavimento, in modo da poter praticare il massaggio cardiaco (che non si può fare sul materasso, o su un piano morbido, perché faresti sprofondare il corpo, invece di comprimere il torace). Faticadellamadonna! Non era propriamente leggera, e spostare una persona priva di sensi è un’impresa: non sai come prenderla (scivola da tutte le parti) e pesa come il piombo.
Messa per terra, e aspirata la schiuma, abbiamo cominciato la rianimazione cardio-polmonare. Alla prima insufflazione (l’immissione di aria nei polmoni del paziente tramite il famoso “pallone ambu”, che avrete senz’altro visto in qualunque telefilm su un pronto soccorso) si sente un forte rumore d’acqua: i polmoni della signora sono completamente pieni di liquido, le speranze di riuscire a rianimarla sono praticamente nulle. Tuttavia non possiamo smettere finché non arriva il medico: noi non possiamo constatare il decesso, se non in casi molto particolari (completa decapitazione, avanzato stato di decomposizione, completa carbonizzazione), quindi andiamo avanti. Quasi mezz’ora di rianimazione: alla fine eravamo a pezzi, grondanti di sudore, e non proprio su di morale. Arriva il medico, la guarda e ci fa: “ragazzi, smettete pure: ora attacchiamo l’elettrocardiogramma, giusto per vedere, poi ce ne andiamo…”
Al ritorno, in ambulanza, non ero particolarmente shockato, pensavo solo alle imperfezioni che avevamo commesso nelle varie manovre, e a come avremmo potuto risolverle. Il resto della serata poi è scorso via tranquillo: abbiamo finito di cenare all’una di notte, siamo stati davanti al Pc fino alle quattro, e poi siamo andati a letto. E lì sono cominciati i casini. Non sono riuscito a chiudere occhio. Continuavo ad avere davanti agli occhi l’immagine di quella donna, distesa per terra, completamente nuda (e non era un bello spettacolo), con la bava alla bocca, le pupille fisse, e l’odore… l’odore di quel cadavere, che sapeva di sudore, di vomito, con quell’odore di vecchie mucose che spesso gli anziani hanno addosso… Da un certo punto di vista mi sento meglio, perché sono ancora capace di provare sentimenti umani – ed ultimamente ero arrivato a dubitarne -, riesco ancora ad impressionarmi, anche se sul momento sono freddo e penso solo a come agire al meglio; ma dall’altro lato la sensibilità si paga col dolore…

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