Qualcuno mi ha fatto giustamente notare che è dal mese scorso che non scrivo qualcosa. Pertanto cercherò di rimediare al ritardo.
Oggi, in macchina, al ritorno dall’università, mi è capitato di ascoltare, tra i tanti mp3 che la mia autoradio mi randomizza ogni giorno, una canzone di De André che, malgrado sia stata scritta nel lontano 1973, è ancora tremendamente attuale, come un pugno nello stomaco, pronta a ricordarci in che mondo viviamo, e cosa ci aspetta se continueremo su questa strada.
Del resto tutto l’album da cui è tratto questo brano (Storia di un impiegato) è carico di significati e di sottintesi che ancora oggi, nella società odierna, trovano il loro perfetto equivalente.
E così, faccio una cosa che non facevo da tempo: lascio la parola al testo. Per facilitare la comprensione a chi non conoscesse De André, questo album – uno dei più controversi dell’autore, scritto negli anni di piombo del terrorismo in Italia – parla di un impiegato che, per ragioni personali e politiche, decide di diventare bombarolo. Cerca di piazzare una bomba al parlamento, ma si sbaglia e fa esplodere solo un chiosco di giornali. L’album ripercorre tutta la storia di questa decisione, del processo e della successiva carcerazione, attraverso canti di protesta, sogni, progetti, visioni.


Fabrizio De André – Sogno numero due

Imputato ascolta,
noi ti abbiamo ascoltato.
Tu non sapevi di avere una coscienza al fosforo
piantata tra l’aorta e l’intenzione,
noi ti abbiamo osservato
dal primo battere del cuore
fino ai ritmi più brevi
dell’ultima emozione
quando uccidevi,
favorendo il potere
i soci vitalizi del potere
ammucchiati in discesa
a difesa
della loro celebrazione.

E se tu la credevi vendetta
il fosforo di guardia
segnalava la tua urgenza di potere
mentre ti emozionavi nel ruolo più eccitante della legge
quello che non protegge
la parte del boia.

Imputato,
il dito più lungo della tua mano
è il medio
quello della mia
è l’indice,
eppure anche tu hai giudicato.
Hai assolto e hai condannato
al di sopra di me,
ma al di sopra di me,
per quello che hai fatto,
per come lo hai rinnovato
il potere ti è grato.

Ascolta
una volta un giudice come me
giudicò chi gli aveva dettato la legge:
prima cambiarono il giudice
e subito dopo
la legge.

Oggi, un giudice come me,
lo chiede al potere se può giudicare.
Tu sei il potere.
Vuoi essere giudicato?
Vuoi essere assolto o condannato?

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