Sabato sera. Festa del trentennale di fondazione dell’Assistenza Volontaria. Dopo un pomeriggio passato tra i festeggiamenti, torno in sede per cambiarmi, indossare la divisa, montare sull’ambulanza e tornare alla festa per fare presidio sanitario.
Io e Pagnotta (mitico autista) sull’ambulanza, Angelo e Giovanni sull’automedica, con l’Angela come medico (secoli che non si faceva più vedere, l’Angela! Ora lavora a Roma, ed è venuta su apposta per la festa, per rivederci dopo tanto tempo: ci ha commossi tutti).
Ovviamente eravamo tutti piuttosto preoccupati, perché – come forse avrò già avuto modo di scrivere – Angelo porta una sfiga da far paura. Quando telefona in sede succede un cataclisma; quando passa di lì è anche peggio; figuratevi quando c’è lui in turno!
Ieri, come dicevo, siamo montati in turno alle 8. Avevo un po’ fretta di tornare su alla festa perché TheZar e Eka mi stavano aspettando per cenare tutti assieme, e avevo promesso loro che sarei tornato subito, giusto il tempo di indossare la divisa e partire. E così abbiamo fatto. Alle 20:00 Angelo, Giovanni e l’Angela si sono avviati con l’Automedica. Alle 20:05 io e Pagnotta siamo saliti sulla Collecchio 1 e siamo partiti. Sennonché, giunti a metà dello stradello di accesso, ci siamo ricordati di aver lasciato in sede la radio portatile e la scheda per la valutazione del paziente. Marcia indietro! Smonto e corro verso la finestra del centralino, per farmi allungare il tutto senza dover fare il giro dalla porta. Ma mi blocco subito: Ivo (il centralinista) è al telefono. Guardo meglio: è il telefono bianco! Merda! E’ la Centrale!
Rosso a Lemignano, ovviamente andiamo io e Pagnotta, e l’automedica (Collecchio 30) viene avvisata, e riparte dal Centro Feste, dove era appena arrivata, per venire in nostro aiuto.
Ci parlano di una persona non cosciente, chiusa in un’auto ferma in sosta ad un incrocio da oggi pomeriggio. Pensiamo al peggio. Pagnotta, che con le ambulanze ci sa fare, spreme al massimo il motore 2,9 turbo diesel della Collecchio 1, lanciandola ai 120 km/h per divorare quei cinque chilometri che ci separano dal luogo della tragedia.
Arriviamo sul posto, ed è come un film del terrore. Un signore, dalla strada principale, ci fa segno di svoltare in una laterale, e ci indica una macchina. Pagnotta parcheggia l’ambulanza di fianco alla macchina, e, dal finestrino, vediamo un uomo riverso sul volante, ancora allacciato con la cintura di sicurezza, a faccia in giù, non cosciente.
Smonto a razzo, lasciando a Pagnotta il compito di avvertire la centrale dell’arrivo sul posto, e mi precipito a cercare di aprire la portiera. Ovviamente è chiusa.
Per fortuna però il finestrino è abbassato a metà, così riesco ad infilare dentro la mano e a scuotere l’uomo all’interno. Niente, non risponde, non da’ segni di vita. Allora cerco di tastargli il collo, per sentire il polso carotideo. La prima sensazione è confortante: il corpo è caldo. Poi sento anche il battito, regolare anche se un po’ bradicardico.
Ora il problema è tirarlo fuori da lì. La portiera è chiusa, e il “tappino” di chiusura non da’ segni di cedimento. Così sono costretto ad infilare la mano sotto il volante, per estrarre la chiave dal cruscotto. Intanto anche Pagnotta arriva a darmi man forte, e pianta due o tre pizzicotti alla spalla del tipo, il quale non si muove nemmeno. Pagnotta non è esattamente un tipo piccolo, e, se li avesse fatti a me, quei pizzicotti, avrei urlato per un giorno!
Riesco finalmente ad aprire la portiera, proprio mentre arriva l’Automedica. L’Angela arriva di corsa, e mi fa segno di spostarsi: le lascio volentieri in mano la situazione.
Intanto Pagnotta sta già ispezionando l’auto, per capire cosa possa averlo ridotto in quello stato: non ci sono segni di incidente, l’uomo non è ferito. Però nel bagagliaio sono visibili parecchie bottiglie di vetro vuote. E non sono bottiglie d’acqua minerale…
L’uomo, improvvisamente, si risveglia, appare confuso,non sa dove si trova, cerca disperatamente la chiave nel cruscotto, non la trova, poi si scorda che stava cercando la chiave e continua ad armeggiare con le leve delle frecce e dei fanali, senza motivo, senza sapere cosa fare.
Poi l’Angela riesce a convincerlo a salire sull’ambulanza, per farsi fare un controllino. L’uomo cammina da solo, barcolla solo un po’, fa fatica a parlare, è disorientato. Puzza di vino da lontano un chilometro. Le pupille sono completamente anisocoriche: una midriatica (dilatata al massimo), l’altra miotica (ridotta ad un punto).
Voi, posti di fronte alla scelta:
A) andare al pronto soccorso, farsi fare una visita di controllo e tornare a casa tranquilli;
B) attendere l’arrivo dei carabinieri ed essere preso in consegna da loro:
quale opzione avreste scelto? Ricordo che per la guida in stato di ebbrezza, senza documenti, sono previste sanzioni molto severe. Non so voi, ma lui ha scelto la seconda opzione: di mettere piede all’ospedale proprio non se ne parla.
Il resto è storia: arrivati i carabinieri (peraltro gentilissimi e molto umani), hanno cercato di convincerlo a farsi ricoverare, a farsi curare, ma lui nulla, ha preferito farsi fare il verbale ed essere accompagnato in caserma.
A quel punto cazzi suoi. Ha persino firmato la liberatoria per non farsi portare giù, noi non ci possiamo fare più nulla. Se la vedrà lui con le forze dell’ordine, e con la propria coscienza.
Certo che ubriacarsi al sabato sera è da coglioni; ma ubriacarsi al sabato pomeriggio e beccarsi una sìmia (come si dice qui a Parma) tale da non capire più nemmeno dove vivi, e poi pretendere di montare in macchina e guidare (ha ammesso lui stesso di aver guidato in quelle condizioni!), non è da coglioni, è molto peggio.
Forse ci sarebbe da indagare su quali siano stati gli eventi che l’hanno portato a ridursi in quello stato; ma in ogni caso non provo molta pietà per uno che, con un tale tasso alcoolico nel sangue, abbia anche l’ardire di rischiare di ammazzare se stesso e magari anche qualcun altro montando in macchina e guidando.

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