All’attivo solo una gran giornata di merda. Nulla è filato come doveva filare. Ovviamente, aggiungerei.
L’esame non era stamattina alle 9:30, ma oggi pomeriggio alle 13:30. Chiaramente l’orario è stato cambiato tre giorni fa, ma nessuno è stato avvertito: solitamente in questi casi il sistema di registrazione agli esami via Internet invia automaticamente una mail a tutti gli iscritti per avvisarli del cambiamento, ma chiaramente questa volta, per ragioni ignote, IscrizioNet non ha funzionato come dovrebbe (strano…). Fanculo a quel cazzone di prof che l’ha progettato e realizzato.
Chiaramente io sono andato in panico totale quando, ieri sera alle 11:30, l’ho saputo: come avrei potuto essere in turno alle 14:00 se l’esame cominciava alle 13:30? Pertanto stamattina presto mi sono fiondato in Pubblica e ho supplicato quella buon’anima del mio supervisore in ufficio comando, il mitico Lucio, il quale, pur avendo già fatto la notte e la mattina, s’è offerto di aspettarmi fino alle 4, ora alla quale pensavo di riuscire ad arrivare.
Povero illuso, aggiungerei anche! Sì, perché quella simpaticona della prof e tutto il suo staff sono stati visti entrare in Mensa Vip alle 13:15… e non si sono presentati fino alle 14:10. E poi, non è che ci hanno fatti entrare tutti in aula, punto e basta. No! Ci hanno chiamati uno per uno, facendoci disporre dove volevano loro! Risultato: il compito è iniziato alle 14:35, per terminare circa due ore dopo.
E quando, alle 16:30 circa mi sono alzato per consegnare il foglio, l’assistente della prof m’ha guardato male, e mi ha detto, con sgarbo: “Dovevi restare seduto e aspettare che passassimo a ritirare il compito”. Al che, gli ho risposto che avevo un po’ fretta di andare. E lui: “avrai un appuntamento galante, da come sei arrossito!”. Ovviamente il mio rossore era dovuto allo sdegno, non certo alla vergogna. La mia risposta: “No, veramente dovrei già essere in turno in Pubblica”. E lui: “Ah, beh, sai, in Pubblica si conosce tanta gente, sicuramente avrai un appuntamento là…”. Non ho resistito a piantargli l’ultimo taglione, prima di salutarlo con il sorriso più falso della mia vita: “No, veramente a Collecchio non c’è mai nessuno…”.
E’ rimasto un po’ interdetto, probabilmente non si aspettava che rispondessi. Comunque vi giuro che l’avrei accoltellato con la custodia della calcolatrice, se solo fosse stata un po’ più tagliente. Mi auguro che quello stronzo trovi questo blog, in qualche modo, digitando non so quale parola chiave in non so quale motore di ricerca, e legga della bella merda che ha pestato. Così magari la prossima volta ci penserebbe su due volte, prima di prendere per il culo la gente in questo modo.
Risultato: dopo dieci minuti di guida matta e disperatissima (rischiando non so quanti incidenti: avete mai provato a guidare mentre tirate bestemmie nei confronti di prof e assistenti, e cancheri nei confronti dell’orologio?) arrivo in Pubblica alle 16:45. Non faccio nemmeno in tempo a mettere il piede sulla soglia per entrare che improvvisamente il cielo si oscura come durante un’eclissi, e in pochissimi secondi si abbatte su Collecchio il più forte temporale al quale abbia assistito da qualche anno a questa parte: l’acqua è un muro compatto, ti da l’impressione di toglierti completamente il respiro, di non darti via di scampo. In perfetto accordo con il mio umore, comunque. Poi, dopo meno di cinque minuti, improvviso come se n’è venuto, il temporale cessa, e torna a splendere il sole. In pochi minuti il cortile si asciuga, in una calura resa ancora più insopportabile dall’umidità che il temporale si è lasciato dietro. E la stanchezza comincia a farsi sentire.
Mentre sono lì che boccheggio, cercando di ridarmi dignità, ecco che squilla il telefono: casa di riposo, signore anziano caduto. 80 anni per 110 kg di peso. Inutile dire che abbiamo dovuto alzarlo in sette per metterlo sulla barella. Atroce. E il bello è che le infermiere l’avevano pure riempito di sedativi. Il poveraccio parlava a fatica, sembrava in un pieno trip di acido. Comunque non c’è stato molto da fare, a parte cercare di tenerlo buono durante il trasporto: non sembrava avere nulla di particolarmente grave.
Poi scopro con disappunto che il mio cambio, alle 20:00, non c’è, e che non arriverà prima delle 21:00. Vabbè, fa nulla, tanto avevo già deciso di rinunciare alla festa: troppo stanco, e troppo incazzato. Spero solo che non ci sia da uscire ancora… Speranza vana! Ecco che squilla ancora una volta il telefono: una signora anziana, 93 anni, fa fatica a respirare, chiede del medico di guardia medica. Dopo pochi minuti la vediamo arrivare in sede, portata dalla figlia e dal nipote. In effetti sta proprio male: dispnea, ortopnea, dolori retrosternali, geme continuamente. Somministriamo ossigeno, poi la guardia medica ci dice di portarla giù al pronto soccorso. Gli chiedo che codice dare alla centrale. Ci pensa su un po’, poi fa spallucce e mi dice: “Codice 1”. Io resto impassibile, poi mi volto e faccio all’autista: “tu dai pure codice uno, ma io a metà viaggio chiamo il 118 e do un 2 avanzato!”.
Poi ho desistito dal mio intento, però vi assicuro che la signora non era propriamente da codice 1… E sinceramente avevo una gran paura che mi andasse in arresto in ambulanza!
Vabbè, alle nove e dieci sono rientrato in sede e, constatato che era arrivato il mio cambio, mi sono preso su e son tornato a casa. Devo raccontare della delusione derivata dalla partita della Nazionale, o lascio perdere?

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